Letture “da spiaggia”, o anche no.

bag-801703

Sssalve, miei biscottini di melassa. O forse, visto il periodo, dovrei chiamarvi “ghiacciolini al limone”, però non me la sento. Capitemi.

Ricominciamo daccapo: Ciao a tutti.

Che cosa fa Alessia in questo periodo? Beh, è chiaro, non lo sa nemmeno lei.

In realtà ho promesso ai miei lettori (pochi, ma buoni) che avrei pubblicato il secondo e ultimo capitolo della storia di Gabriel e Angelica in autunno. Quindi secondo voi come starò passando le vacanze? Ma revisionando, of course!

Non mi voglio certo lamentare, ma perché -oh, perché?- esistono refusi e ripetizioni? Non sarebbe più semplice se gli errori di battitura e i vari sinonimi si sistemassero da soli, così, per magia? E invece no. A ogni singola revisione spuntano nuovi orrori. (Da pronunciare rigorosamente con la R moscia sennò non vale.)

Di solito quando sono in “fase creativa” non riesco a leggere neanche una riga, ma che estate sarebbe senza romanzi, dico io?

Ve ne voglio segnalare tre, tanti quanti ne ho letti finora.

Comincio dai meno ombrellonici ( “petaloso” mi spiccia casa). Il primo libro che ho letto è uscito il 30 giugno e lo aspettavo con una certa ansia. Sto parlando del quarto e ultimo (spero vivamente di no!) capitolo della Touched Saga, di Elisa S. Amore, dal titolo “Il canto della morte”.

In caso voleste saperlo, seguo Elisa dai tempi in cui era un’autrice self e, da quando la Nord pubblica i suoi romanzi, ho instaurato una specie di tradizione. Vado alla Feltrinelli con mia sorella, mi aggiro per gli scaffali come in trance, prendo il libro tra le mani nemmeno fosse l’antico vaso che va portato in salvo dell’Amaro Montenegro, mi dirigo alla cassa su una nuvoletta rosa, pago l’acquisto e faccio la foto di rito da mandare a Elisa.

Come si può guardare al futuro, quando sai di avere i mesi contati? Gemma se lo chiede ogni notte, da quando ha stretto il patto con Sophìa, la regina degli inferi: tre giorni dopo aver partorito, dovrà tornare all’Inferno, dove verrà trasformata in una Strega. Da quel momento, non ricorderà più nulla del suo passato e la sua anima sarà interamente votata al Male. Questo è stato il duro prezzo da pagare per riportare in vita di Evan e per assicurarsi la salvezza del suo bambino. Mentre lei si prepara a dire addio alle persone che ama, Evan non si arrende ed è convinto che insieme supereranno anche questa prova. Ciò che invece lo preoccupa è la reazione degli Angeli della Morte, che cercheranno in ogni modo di uccidere Gemma prima che diventi una Strega. Tra terribili pericoli e oscuri segreti, Evan e Gemma si preparano per l’ultima, sanguinosa battaglia per difendere il loro amore…

Non avrei saputo immaginare un finale migliore per i Gevan (acronimo formato dai nomi dei protagonisti). Dalla prima all’ultima pagina, ho percepito questo romanzo come un ampio epilogo della storia di Gemma e Evan.

«Non voglio perderti, Evan», mormorò Gemma.

Le accarezzai il pollice. «Non lo permetterò» sussurrai.

Gemma inspirò a fondo. Il cuore le batteva veloce.

Il suo sguardo si era perso sulle nostre mani, dove gli anelli del nostro tatuaggio si univano a formare l’infinito, mentre le scritte suggellavano ogni volta una nuova promessa.

Stare insieme. Combattere insieme.

Credo che il rischio spoiler sia talmente alto da obbligarmi a cucirmi la bocca, quindi dovrò essere più generica possibile, a maggior ragione se non avete letto i romanzi precedenti.

Questa volta Gemma rischia ben più che la morte. Il patto che ha stretto con la Signora degli Inferi potrebbe infatti portarla a perdere la sua anima e il suo amore per Evan e la creatura che le cresce in grembo.

Gemma è fiduciosa: crede che l’attaccamento assoluto che nutre per Evan e il bambino basterà per sottrarsi al giogo delle tenebre. Evan, tuttavia, ha un piano di riserva.

Una cosa importantissima va detta: The Touched Saga si è allontanata dalle serie appartenenti allo stesso genere letterario, si tratta di un’opera slegata, autonoma e originale. L’idea di fondo (geniale già da sola!), quella degli angeli della morte, è stata sviluppata magistralmente e a questa si sono aggiunti via via sempre elementi nuovi.

Al solito, la narrazione in prima persona spetta a entrambi i punti di vista (cosa che ho adorato di questa Saga!). Il ritmo è incalzante, le frasi brevi e incisive, arrivi a non renderti conto che Elisa si sta servendo di parole perché ti fa *vedere* quello che ti sta raccontando, i dialoghi sono ricchi e altrettanto lo sono le scene di pathos e quelle d’azione.

Perdono, peccati, espiazione, Inferno, Paradiso, anche questo romanzo -come il precedente- reca in sé una nota dantesca che mi ha fatta impazzire di gioia. I vostri fazzoletti, però, non sono al sicuro e nemmeno l’occhietto potrà esimersi dal diventare lucido. L’emozione è alle stelle, la speranza in un lieto fine per tutti i nostri eroi pure.

Elisa ci trascina con garbo e prepotenza lungo il suo quarto romanzo e tutto è credibile (persino le scene spiccatamente fantasy), tutto è preciso e scorrevole.

Ma attenzione: non ne uscirete tanto bene. Io sono piuttosto malconcia, malinconica, sento nel cuore “quel non so ché”… Mi sento come svuotata, ecco. Ma sono fiduciosa che un amore tanto grande, dei legami tanto forti e duraturi e la salvezza esistano davvero.

Il secondo romanzo di cui voglio parlarvi è di Amabile Giusti.

Lei è Caterina, una giovane donna che all’età di sei anni ha visto infrangersi la propria infanzia. La persona più importante della sua vita l’ha abbandonata in modo tragico, lasciandole un’immensa ferita nascosta destinata a sanguinare per sempre.

Undici anni dopo, Caterina non ha amici, è più matura della sua età, è troppo matura per la sua età. È strana, complicata, i compagni di scuola la osservano con compassione e sospetto e ha un pessimo rapporto anche coi suoi genitori.

Poi, un giorno, inaspettatamente, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Caterina scopre il motivo di quel tragico evento lontano. In un diario ritrovato, legge una storia di cui non sapeva nulla, una rivelazione che alimenta in lei un viscerale desiderio di vendetta.

Lui è Marco, ha trentasei anni ed è un uomo deluso dalla vita. Si incontrano in una libreria, apparentemente per caso, ed entrambi si rendono subito conto che fra loro c’è qualcosa di profondo: un’attrazione, un’affinità, un’amicizia, o perfino di più? Come gestire un legame che travalica le previsioni e la prudenza e diventa sempre più importante?

Una storia incalzante, tra presente e passato, che parla di vite spezzate, segreti inconfessabili, peccati violenti, ed esseri umani imperfetti, mediocri, fragili e crudeli. Ma anche di amore: un amore inatteso, odioso e sublime, carnale e purissimo.

“Eccolo, il suo diario.

Più piccolo di un quaderno, ma spesso. La copertina di raso lilla. Il lucchetto. Polvere dappertutto, ruggine nelle parti metalliche, graffi sul disegno all’angolo, sul viso di una dama dell’Ottocento che scrive sotto la luce rotonda di un lume a petrolio.

Non è difficile scardinare anche quella chiusura, non è affatto difficile per una che si sente addosso quella strana forza, quel coraggio, quella voglia irruente di sapere tutto ciò che c’è da sapere dopo anni in cui ha fatto il possibile per non saperlo. La minuscola serratura ossidata salta, rintocca a terra e si ferma in mezzo alla polvere.

Allora, Caterina legge.

Col cuore in bocca, legge.

Niente di ciò che succede, succede invano.”

Ho comprato “Non c’è niente che fa male così” perché, devastata da un precedente romanzo di Amabile Giusti, Tentare di non amarti, volevo di nuovo leggere qualcosa che fosse scritto da lei. Senza informarmi sulla trama prima dell’acquisto.

Il romanzo presenta pochi dialoghi (questa, forse, l’unica minuscola pecca), è narrato in terza persona ma il POV si sposta all’occorrenza da un personaggio all’altro. C’è Caterina, bella, molto più che bella, introversa, un cattivo rapporto con la madre, un corpo da donna. Di lei l’anagrafe dice che è solo una ragazza di 17 anni. E allora perché la giovane sente tutto quel peso? Tutta quella responsabilità? Molti anni prima, una terrazza condominiale ha distrutto la sua infanzia e la sua adolescenza.

C’è Marco, un uomo senza coraggio, incastrato, ingabbiato in una vita di lussi, costretto a fare un lavoro che non ama, a rinunciare alla sua passione per la pittura, soffocato da una paternità che non ha cercato.

E ci sono mogli (Giada) che amano di un amore devastante e irrazionale, madri che allontanano le figlie, padri che sono solo felici che quelle stesse figlie siano semplicemente tornate a casa. C’è Filo, che vorrebbe Caterina per sé. E, prima ancora, c’era un’adolescente bella, bellissima. La sua unica colpa? Essere bella e ingenua.

Amabile fa sì che ci si immedesimi in ognuno di loro.

E il destino? Che cos’è il destino? Una tela tessuta da mani “divine”? O piuttosto qualcosa che noi stessi ci costruiamo?

Da quando Caterina era entrata nella sua vita gli era venuta una voglia pazzesca di creare. Non necessariamente cose che avevano a che fare con lei, non soltanto la sua faccia assorta e giovane e antica -che poi cancellava con cento pennellate rabbiose e ne veniva fuori un quadro astratto- ma anche altro…

Chiudo questa chilometrica review segnalandovi il terzo e ultimo romanzo, “Non mi piaci ma ti amo”, di Cecile Bertod.

Voglio spendere qualche parola sulla Newton Compton Editori. Sia lodata questa casa editrice! La versione digitale dei loro romanzi spesso si trova a 99 centesimi e i cartacei non costano più di nove euro e spicci, e a volte si ha la fortuna di trovarli a quattro euro e spicci. La adoro perché da la possibilità a tutti di comprarsi un libro. Vi pare cosa da poco? Ma torniamo a noi.

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark. Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici. Crescendo, i due si perdono di vista finché…

Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada qualcosa di assolutamente imprevisto…

Dei tre, questo è senz’altro il romanzo più indicato per questo periodo. È pur vero che non esiste un vademecum per la scelta delle letture estive, perciò ignoratemi. L’ho finito ieri in spiaggia e per poco non mi internavano. Non leggetelo in pubblico: è la sola raccomandazione che mi sento di farvi.

Decisa a non trasformare la mia festa di fidanzamento in una cena con delitto, mi massaggio la fronte e accenno una scusa, fermamente intenzionata a non interrompere lo spettacolo di cabaret e a ritornarmene dietro la tenda.

Non so se si è capito, ma la protagonista trascorre la sua festa di fidanzamento nascosta dietro la tenda del salone. Vabbé.

Se leggerete questo romanzo, vi prenderanno per pazze, attirerete sguardi sgomenti, occhiate sospettose, espressioni di rammarico o di compassione, e tutto perché? Perché questa commedia degli equivoci vi strapperà più di una risata. Brillante, ironica, la parte rosa è coinvolgente e non eccessivamente scontata. C’è una scenetta hot scritta davvero bene. Il romanzo narrato in prima persona dal POV di Sandy (peccato non aver letto anche il punto di vista di Thomas), il lessico è molto curato. Insomma, che fantastica sorpresa!

Dalla folla si liberano applausi entusiasti. Qualcuno inizia a gridare “Bacio!”, “Bacio!” e io rimpiango di non aver chiesto che fosse compreso un cecchino professionista nel servizio di catering.

Insomma, come sempre, leggete e recensite (io l’ho fatto su Amazon) anche in estate. Buone vacanze.  :-*

Recensione di Tentare di non amarti, Amabile Giusti

La sinossi
Penelope ha ventidue anni ed è una ragazza romantica e coraggiosa con una ciocca di capelli rosa e le unghie decorate con disegni bizzarri. Orfana, vive con la nonna malata nella misera periferia di una città americana, e ha rinunciato al college per starle vicina. Di notte prepara cocktail in un locale e di giorno lavora in biblioteca. Aspetta l’amore da sempre, quello con la A maiuscola. Un giorno Marcus, il nuovo vicino, entra nella vita di Penny come un ciclone. È tutt’altro che l’eroe sognato: ha venticinque anni, è rude, coperto di tatuaggi, ha gli occhi grigio ghiaccio e un piglio minaccioso. È in libertà vigilata e fa il buttafuori in un club. Tra i due nasce subito ostilità e sospetto ma, conoscendosi meglio, scopriranno di avere entrambi un passato doloroso e violento, ricordi da cancellare e segreti da nascondere.
Una storia d’amore e rinascita, dolce e sensuale, tragica e catartica. L’incontro di due anime profondamente diverse darà vita a un amore che guarirà il dolore e l’odio del passato.

La mia recensione
Devo essere sincera? La sinossi di Tentare di non amarti non mi suggeriva proprio niente. I soliti stereotipi della narrativa contemporanea, mi dicevo. Lui è bello e dannato. Lei dolce e romantica, è carina ma non sa di esserlo. Lui fa lo stronzo un attimo prima di pentirsene e metterle un anello all’anulare sinistro e prometterle eterno amore. Lei vuole cambiarlo però poi come per miracolo sarà lui ad avere un’epiphany in totale autonomia, portentosa quanto rapida, nell’arco trecento pagine o poco più.
Adoro sbagliarmi, e sbagliarmi di grosso come in questo caso. Ma andiamo con ordine.
Ho acquistato questo romanzo perché, ammettiamolo Amabile Giusti è un nome, è una garanzia, e il formato digitale era in offerta. L’ho preso a meno di un euro, mesi e mesi fa senza mai decidermi a leggerlo.
A proposito, e questo è il momento sorella maggiore, quando vi viene voglia di procurarvi illegalmente un libro, fate un giro su Amazon, dove -al prezzo di un caffè- potete leggere senza nuocere a nessuno. E poi recensite. Recensite sempre.
Lascio a metà la 2×2 di Vikings e mi dico “Alessia, devi leggere, devi assolutamente leggere qualcosa”. No, Lagertha, non ho mai pensato di abbandonarti. Torno da te presto, promesso.
È notte fonda quando Penelope, per tutti Penny, è costretta a percorrere a piedi i cinquecento metri che separano il locale dove lavora dall’appartamento che divide con la nonna anziana e malata. Come un leprotto con le pupille dilatate per lo spavento e il cuore in tumulto nel petto, ha i fari del terrore puntati addosso. Possiede i mezzi per cavarsela, potrebbe darsela a gambe -Penny è intelligente e capace- ad esempio, ma non lo fa perché deve occuparsi della nonna Barbie.
Costretta a una vita di sacrifici e rinunce, Penny teme il momento in cui Grant, un belloccio tanto ricco quanto crudele, sferrerà il suo sadico attacco.
A sorpresa, sarà la presenza di Marcus, bello come un dio vendicatore, imponente e forte come un Sansone moderno a tranquillizzare Penny. L’aspetto dell’ex galeotto dovrebbe incuterle timore ma non fa altro che infonderle uno strano senso di sicurezza. Quei cinquecento metri non saranno più una fonte d’ansia per lei, bensì un insidioso quanto stimolante terreno di gioco fatto di parole non dette, mezze frasi, sguardi e liti fugaci come sensuali preliminari.
A rischio di apparirvi esagerata e patetica, confesso che ho il magone dal 20%. “I bulli sono quelli che hanno più bisogno di carezze” dice nonna Barbie e io mi sciolgo.
Amabile Giusti ha una penna che lacera, buca la carta e distrugge le tue difese, ti trascina con sé sempre più a largo. Sì, la trama di Tentare non si distingue certo per l’originalità ma è così ben sviluppata da strapparti il cuore e farti lottare contro le lacrime, pagina dopo pagina.
Il racconto spetta a entrambi i protagonisti: da una parte il punto di vista di Marcus, narrato al presente e in prima persona, e dall’altra Penny, a cui l’autrice riserva una narrazione in terza persona al passato. Ho trovato questa scelta molto sensata e godibile.
Se Amabile non ci avesse regalato qualche capitolo con la voce di Marcus, dubito che sarei riuscita a capire granché del suo splendido personaggio.
Con l’espediente del doppio POV, invece, l’autrice ci regala protagonisti a tutto tondo, apprendiamo pensieri, linguaggio e desideri.
Il lessico è curato nei minimi dettagli e un po’ me la immagino, Amabile, un avvocato con l’anima di inchiostro, a discutere da qualche parte, magari in un’aula di tribunale.
Ho preso a cuore Penny e Marcus, così tanto che pregavo il dio dei romanzi (che altri non è che l’autore) di concedere un po’ di fortuna alle sue creature perché davvero a un certo punto lo strazio era tale che li avrei voluti qui per abbracciarli forte.
Detto ciò, proverò a raccontarvi questo romanzo senza raccontarvelo…
“Le spiegò che viveva nello stesso palazzo di Marcus, che erano diventati amici e che era lì per portarle un messaggio da parte sua. Non le disse che temeva di amarlo, che lo sognava tutte le notti, che solo a sfiorarlo, per caso o per sbaglio o facendo finta che fosse per caso o per sbaglio, sentiva un rogo nel petto. Non le disse che stare lì, a fingere d’esser un’ambasciatrice senza pena, era una pena per l’anima. (…)
Si poneva tutte quelle domande e si sentiva triste, scartata come un avanzo di pane vecchio che non hai mai provato neppure a mangiare perché il pane senza nulla non sa di nulla. (…)
Non capisco bene cosa faccio, ma soprattutto non capisco bene cosa provo: so soltanto che appena la abbraccio da dietro, stringendola forte, mi sento come se avessi conquistato qualcosa di fondamentale. (…)
Eppure, era sicura di amarlo.
Come se le due cose fossero compatibili -provare in ugual misura un odio lacerante e un lacerante bisogno non solo fisico di lui- doveva ancora scoprirlo. (…)
È l’ultima volta che la vedo e mi sento come se il mondo fosse nel quale cadrò, tra un minuto esatto, appena andrò via di qui. (…)
Sperava che fosse libero per sempre. Vivo e libero. (…)
La desidero con ogni goccia del mio sangue.”
Se state cercando una storia dove il rosa del romanticismo si screzia di cremisi e vira pericolosamente verso altre tonalità più forti e passionali, se volete una storia di perdono, comprensione e accettazione, se desiderate leggere di due persone spezzate dal passato, che fuggono dal presente ma che ancora sperano nel futuro, Tentare di non amarti fa assolutamente per voi.

Voto 5/5

Recensione de L’amore è uno sbaglio straordinario, di Daniela Volonté

lamore-e-uno-sbaglio-straordinario_6853_x600

La sinossi

L’esistenza di Melissa, ricercatrice universitaria, scorre tranquilla fino a quando, un giorno, acquista un iPad a un’asta. Su quel tablet trova parecchi file del precedente proprietario e soprattutto tantissime foto: paesaggi marini, scorci urbani, particolari architettonici. Affascinata da quelle immagini, Melissa inizia una ricerca su internet che la porta fino al profilo Facebook di un certo Leon de Rouc. La ragazza non resiste alla tentazione e invia una richiesta di amicizia. Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, vive a Torino ed è un programmatore con il pallino per la fotografia. È bello, ricco, ha una relazione stabile, ma la sua vita è perfetta solo all’apparenza. Quando per gioco accetta l’amicizia di Melissa, tra i due comincia una fitta corrispondenza online, che nasce come pura evasione, ma diventa ben presto ossigeno per entrambi, una droga dolcissima a cui nessuno dei due può rinunciare. E se a un tratto la realtà irrompesse in quella relazione virtuale?

 

La mia recensione

L’amore è uno sbaglio straordinario, dell’italianissima Daniela Volonté, è stato il mio regalo di Natale da parte di Anna (leggete qui, tanto per capire quanto i nostri pomeriggi riescano a degenerare). Questo romanzo è un dono di cui ringrazio la mia amica, e di cui non ho potuto fare a meno di ringraziare la stessa autrice, graziosissima, tra l’altro.

“Visto che è il primo dell’anno, mi concedi una cosa? Dopo che avrai letto questo messaggio, non rispondermi. Spegni tutto. Chiudi gli occhi e rilassati. Non aver paura. Abbi fiducia in me.

Immagina una soffice coperta che ti avvolge le spalle. È il mio abbraccio. Poi un soffio caldo sul tuo viso e le tue labbra che diventano umide perché vi appoggio le mie. È il nostro bacio, che rimane sospeso per lungo tempo. I tuoi capelli si spostano, perché è la mia mano che si sta facendo strada tra la tua seta scura. Questa è la mia buonanotte, Mel. In questa notte in cui temevo di averti perso.

Non aver paura se quando ti sveglierai non troverai nessuno accanto a te, perché in verità ci sarò. Sarò in qualche angolo del tuo cuore, come tu ormai sei nel mio.

Ora dormi serena,

L.”

Questo, lo confesso, è uno dei messaggi che ho riletto più e più volte, senza mai stancarmi. L’amore è uno sbaglio straordinario è un racconto che potremmo definire epistolare, narrato a quattro mani. Da una parte, Melissa Riva, giovane e capace ricercatrice, dalla vita semplice e relativamente serena. Dall’altro lato (dello schermo), Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, affascinante e abile trentacinquenne con l’hobby della fotografia e un’esistenza perfetta, ma solo di facciata. I due iniziano a scambiarsi messaggi, dapprima senza scendere troppo nei dettagli, in seguito abbandonando un po’ le riserve iniziali, e infine diventando la persona (seppur virtuale) più importante della vita dell’altro. La regola è una sola: non incontrarsi dal vivo mai e poi mai.

Che cosa succederebbe, però, se la realtà facesse drasticamente irruzione nel loro piccolo mondo virtuale?

Se la persona di cui non conosci l’esteriorità e la vita privata, ma di cui conosci alla perfezione l’anima, si presentasse alla tua porta e fosse più incasinata di quello che credevi, che cosa fai? L’amore è un appuntamento al buio un po’ per tutti, su questo non ci piove. E tu? Ti lasci prendere dallo sconforto, o commetti lo sbaglio più straordinario di tutti? Lo “sbaglio”- l’amore– che riesce a far combaciare anche la più strampalata equazione, che risolve anche il più complesso calcolo algebrico e che mette a posto tutto. L’amore, che razionalmente può sembrare un errore, eppure… La vera assurdità sarebbe non assecondarlo.

Che cosa fa Melissa quando scopre chi è davvero il suo Leo?

Di questo racconto ho amato tutto, la prima parte, quella epistolare, forse più frizzante della seconda, non per questo meno coinvolgente. Le ultime duecento pagine sono, sì meno briose, ma al contempo quelle che toccano le corde giuste. Il finale mi ha strappato più di una lacrimuccia. Di questo romanzo ho amato Melissa, una donna dolce ma con i giusti attributi, in grado, se lo vuole, di scalare una montagna. Indipendente, forte, fiera, amorevole. E allo stesso modo, ho amato Riccardo, l’uomo che è riuscito a costruirsi un certo successo, che ha paura di vedere vacillare il suo mondo però non teme di esternare alla donna che ama le sue apprensioni.

Che altro dire? Leggetelo.

 

Voto 4/5

Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

urla-nel-silenzio

La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Recensione di Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon

sei-il-mio-sole-anche-di-notte_6463_x600

La sinossi

Ambrose Young è bellissimo, alto, muscoloso, con lunghi capelli che gli arrivano alle spalle e uno sguardo che brucia di desiderio. Ma è davvero troppo per una come Fern Taylor. Lui è perfetto, il classico protagonista di quei romanzi d’amore che Fern ha sempre adorato leggere. E lei sa bene di non poter essere all’altezza di un ragazzo del genere… Ma la vita a volte prende pieghe inattese. Partito per la guerra dalla piccola cittadina di provincia in cui i due giovani sono cresciuti, Ambrose tornerà trasformato dalla sua esperienza in prima linea: è sfigurato nei lineamenti e profondamente ferito nell’anima. Fern riuscirà ad amarlo anche se non è più bello come prima? Sarà in grado di conquistarlo? Saprà curarlo e ridargli la fiducia in sé? Versione moderna de La bella e la bestia, il nuovo romanzo di Amy Harmon – dopo il grande successo di I cento colori del blu – ci dimostra che in ognuno di noi convivono una parte mostruosa e una meravigliosa creatura e che solo l’amore può essere capace di farle andare d’accordo.

 

La mia recensione

Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon, era nella mia libreria digitale da chissà quanto. Il titolo mi ispirava, la copertina no, quindi l’ho snobbato finché non ho capito che parla di un soldato.

Per chi non lo sapesse, io ho il pallino di cercare Alexander Belov/Barrington (il mitico Shura del Cavaliere d’Inverno) in ogni dove. E, ok, lo so che è ridicolo, che se voglio leggere di lui è più logico aprire il Cavaliere e immergermici. Lo so, lo so… Le vostre solo parole ragionevoli, e non potranno nulla di fronte alla mia fissazione, sappiatelo. Ombri e Angy, venitemi in soccorso. 😛

Comunque, mi sento di ringraziare Paullina Simons, perché ho l’impressione che a lungo andare, setacciando i romanzi alla ricerca del soldato, finirò per fare degli incontri fortunati.

Questa volta mi è andata bene, benissimo. Sono in piena fase hoilmagoneperchéhofinitodileggeremannaggiaame. E direi che è positivo.

Che ne dite se partiamo dai difetti così ce li togliamo subito dai piedi?

Sei il mio sole anche di notte, titolo originale “Making faces”, non ci illude e da subito mostra un neo. Consta di sole 351 pagine. Ora, come si fa dico io -Cavaliere docet- a narrare una storia del genere in meno di settecento pagine? In meno di quattrocento, volendo essere puntigliosi. Poi ho capito. Il romanzo è raccontato quasi come una fiaba. Riesce a narrare lunghi lassi di tempo senza entrare troppo nei dettagli, ma aiutandosi con le vicende dei personaggi secondari, e le scene che dovrebbero essere cruciali mancano della forza necessaria per fare da snodo. Peccato. Leggendo, la commozione monta, lenta e inesorabile, ma poi ti si forma un groppo in gola e non riesci a farti un pianto con tutti i santi crismi.

Detto questo, posso finalmente parlarvi col cuore il mano di “Sei il mio sole anche di notte”. La stessa casa editrice fa riferimento a La Bella e la Bestia, perché? Scopriamolo insieme.

Ambrose e Fern (felce O_o ) crescono nella stessa cittadina. Lui è soprannominato Ercole, è l’atleta della scuola, bello e muscoloso come un dio greco, coi capelli lunghi e lo sguardo ipnotico. Lei è soprannominata… Cioè parliamone, lei si chiama felce: ci hanno già pensato i genitori a soprannominarla. Dicevamo, Fern è uno scricciolo pieno di lentiggini, la chioma rosso fuoco e l’apparecchio. Queste differenze esteriori sembrano scavare un abisso tra i due ragazzi, sebbene Fern sia segretamente innamorata di Ambrose da tempi immemori, e non solo per la sua avvenenza ma soprattutto per la luce che lui sembra irradiare. Finalmente un protagonista maschile che non sia uno stronzo, che non sia un miliardario, che non tratti male la lei di turno in maniera del tutto gratuita… D’accordo, sto divagando.

Niente sembra poterli unire, finché Rita, la migliore amica di Fern, la incarica di scrivere per lei delle appassionate lettere d’amore per attirare l’attenzione di… Ambrose, appunto.

Cambio bruscamente argomento. Anche io ero ragazzina, come i due protagonisti (fittizi) e come milioni di altri ragazzi (reali), quel maledetto 11 Settembre 2001. Ricordo di aver visto il replay di un aereo che si schiantava contro una delle Torri Gemelle. E ho ancora ben vivo lo sgomento di guardare un altro velivolo abbattersi sull’altra Torre. Come se il primo schianto non fosse stato abbastanza. Ricordo che mi sono sentita troppo piccola anche solo per formulare pensieri coerenti, e che vedevo in TV la gente piangere ed ero impotente di fronte a quello che stava capitando. Tutti lo eravamo. Vicini o no alla tragedia, più o meno coinvolti, il mondo non è più stato lo stesso da quel giorno.

Ed è quello che succede anche a Fern e Ambrose. Lui, troppo bello per notarla, lei, troppo insignificante e insicura per farsi avanti, lasciano passare l’ultimo anno di scuola a guardarsi da lontano. Ambrose si arruola e parte per l’Iraq, Fern rimane a casa per accudire il cugino e migliore amico Bailey, affetto da sclerosi multipla.

Il destino, però, si diverte a mischiare le carte ed ecco che due anni dopo le posizioni si invertono. La piccola Fern è fiorita e ora è una ragazza carina, e Ambrose ha recato ferite mortali ed è rimasto sfigurato.

 «Forse ognuno di noi è un pezzo di quel puzzle. Tutti insieme creiamo l’esperienza che definiamo vita. Nessuno di noi riesce a vedere il ruolo che svolge o l’immagine finale. Forse i miracoli cui assistiamo sono solo la punta dell’iceberg. E forse non riusciamo a riconoscere le benedizioni che derivano da eventi terribili».  

«Sei una ragazza strana, Fern Taylor», disse lui piano, gli occhi nei suoi, quello destro cieco, il sinistro che cercava di vedere oltre la superficie. «Ho notato i libri che leggi. Quelli che hanno in copertina delle ragazze con le tette debordanti e ragazzi con le camicie strappate. Leggi romanzetti osceni e citi le Scritture. Non sono sicuro di averti capita fino in fondo».  «La Bibbia mi conforta, i romanzi mi danno speranza».  «Davvero? Speranza di cosa?»  «Speranza di poter fare qualcosa di più che citare testi biblici con Ambrose Young nel prossimo futuro».

 Di tutte le citazioni che avrei potuto incollare, forse ho scelto la più banale, ma solo perché voglio lasciare a voi il gusto di scoprire questo romanzo dolce, che riuscirà con la sua semplicità a scaldarvi il cuore. Ogni capitolo ha un titolo che sembra appartenere a una lista di cose da fare, e la lettura è scorrevole, toccante.

Consigliatissimo.

Voto 4/5

 

 

Recensione di Città di carta, di John Green

Città-di-Carta-libro-Rizzoli

La sinossi

Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un’inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all’improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un’avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l’hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l’ultima.

 

La mia recensione

“Qualcosa di malato mi stava crescendo dentro.

Per Margo doveva essere stato lo stesso. Mentre architettava i suoi piani, doveva saperlo che avrebbe mollato tutto, e persino lei non poteva essere stata totalmente immune a questo senso di fine. Aveva passato giorni belli qui. E l’ultimo giorno i momenti brutti non si ricordano più. In un modo o nell’altro, anche lei aveva trascorso un pezzo di vita qui dentro, proprio come me. La città era di carta, i ricordi no. Tutte le cose che avevo fatto in quella scuola, tutto l’amore, la pietà, la compassione, la violenza, il rancore, tutto cominciò a scorrermi dentro. Quelle pareti dipinte di bianco. Le mie pareti bianche. Le pareti bianche di Margo. Eravamo rimasti imprigionati nel loro ventre per così tanto tempo, come Giona nella balena.

Per tutto il giorno mi ritrovai a pensare che forse questa sensazione spiegava perché Margo avesse pianificato tutto in modo così preciso e intricato: anche se desideri farlo, andartene è difficile, sempre.”

 

“La città era di carta, i ricordi no”. Io amo John Green. Ecco, l’ho detto. Libro trovato per caso in edicola, edizione Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. In realtà, mento sapendo di mentire. È stata Anna a dirmi, tipo, “senti, in edicola lo vendono”. Anna è stato il mio caso 😉 c’è bisogno che di tanto in tanto ti ricordi il bene che ti voglio?

Dicevamo, Città di carta. Otto euro, e ti leggi un libro cartaceo, che non fa mai male. Ora. Da dove comincio?

Quentin ama Margo Roth Spiegelman, la figlia dei vicini, sin da quando erano piccoli. Un assolato pomeriggio, scoprono nel parco vicino casa il cadavere di un uomo. Questo macabro ritrovamento potrebbe unirli, come dividerli. Fatto sta che al liceo, Margo diventa la ragazza più popolare della scuola e Quentin, invece, sembra proprio il povero nerd bersagliato dai bulli. L’amore che Q. non ha mai dichiarato alla bellissima Margo pare assopirsi con gli anni, fino a una fatidica notte. Manca meno di un mese al diploma e lei, come faceva da piccola, si presenta inaspettatamente alla sua finestra.

Con la promessa di un’impresa sì rischiosa, ma anche affascinante, Margo trascina Quentin verso l’ignoto, verso cose che lui, figlio giudizioso di due psicoterapeuti, non farebbe mai. Sarà una notte indimenticabile per Q, che si illude di rivederla dopo l’alba. Ma Margo non si presenta a scuola, né l’indomani, né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Forse Margo Roth Spiegelman è così appassionata di misteri, da diventare un mistero lei stessa. Forse tutti i suoi fili sono spezzati e non c’è niente, niente che la tenga ancorata alla cittadina natale, alla famiglia, alla Florida, al mondo. Allora perché lasciare delle briciole di pane a Quentin, se non per farsi cercare da lui? Q la pensa viva, poi morta, poi non sa più che pensare. Una cosa è certa, nessuno può dire di conoscere veramente Margo Roth Spiegelman. Non i suoi, la sua migliore amica, non il suo ragazzo e nemmeno lo stesso Q, che è innamorato solo dell’idea di lei. Affiancato dai suoi inseparabili amici Ben e Radar, e poi anche da Lacey, il protagonista setaccerà gli indizi lasciati da Margo per ritrovarla, chissà come, chissà dove.

“Città di carta” è una pazzia, un colpo di testa adolescenziale. È folle mollare tutto alla vigilia del diploma, altrettanto folle fossilizzarsi a Orlando, circondarsi di persone di carta, bidimensionali, perdere il tuo tempo con loro. È uno spreco di energie compiacere le persone che hai attorno, perseguire obiettivi universali che finiscono per essere un po’ di tutti ma non necessariamente i tuoi. Chi l’ha detto che college, lavoro, matrimonio, figli è l’unica esistenza possibile? Chi ha deciso che i colpi di testa sono da biasimare? Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta tutto può succedere, questi ragazzi narrati da John (mi riferisco anche a Hazel e Gus di Colpa delle stelle) sono piccoli e grandi insieme. Green è un poeta, potrà anche non piacerti il contenuto di uno dei suoi romanzi, ma alla fine sono scritti così bene, sono così lievi nonostante i temi trattati, che non puoi non apprezzarli. La sua scrittura è ironica, fresca, riesce a strappare più di una risata. Mi sono divertita con Q, sono stata in pena per Margo, mi sono affezionata all’improbabile e adorabile banda cerchiamoMargofinoincapoalmondo. Che dire? È un romanzo per ragazzi, ma a trent’anni suonati l’ho letto con il sorriso nostalgico degli “ultimi giorni” che anche io ho avuto come tutti, con l’affanno di chi non riesce a trovare Margo e la pensa morta in un fosso. Ero tentata di andare a sbirciare le ultime pagine per scoprirne le sorti. Ma sono stata brava, e non l’ho fatto.

E alla fine fu davvero troppo. Non potevo lasciarmi sopraffare da quel sentimento, che stava diventando insopportabile. Ficcai un braccio nell’armadietto, fino in fondo, afferrai quello che c’era – foto, quaderni, libri – e rovesciai tutto nel cestino. Lasciai l’armadietto aperto e me ne andai. Quando passai di fronte all’aula della banda, riuscii a sentire attraverso le pareti la melodia attutita di Pomp and Circumstance. Continuai a camminare. Fuori faceva caldo, ma non come al solito. Era un caldo sopportabile. Ci sono marciapiedi lungo quasi tutta la strada fino a casa, pensai. E continuai a camminare.

E mentre tutti quei mai più erano stati paralizzanti e dolorosi, il distacco finale fu perfetto. Pulito. La più pura delle liberazioni.

Fatta eccezione per una stupida foto, tutto ciò che contava era nella spazzatura, ma io mi sentivo da dio. Cominciai a correre, per mettere ancora più distanza tra me e la scuola.

Andar via è terribile, finché non te ne sei andato. Dopo, è la cosa più maledettamente facile del mondo.”

 Mi è sembrato di dirvi tutto e niente, ho avuto l’impressione di non avervi detto abbastanza. Quello che posso dire adesso è: leggilo, magari disprezzerai il finale, ma di certo ti godrai il viaggio. E poi chi lo sa, forse la vita è proprio questo, è prendere o lasciare. Non l’ho ancora capito, sai? (Sì, ho ancora la sensazione di parlare col muro ma, Ombri, lo so che mi stai leggendo). Magari senza saperlo, siamo tutti un po’ fatti di carta, viviamo in città di carta, conduciamo esistenze di carta. A me piace immaginarci di un materiale più robusto.

 

Voto 4/5

Recensione di Revival, di Stephen King

Revival Stephen King

La sinossi

Più di cinquant’anni fa, in una placida cittadina del New England, un’ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l’amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha “salvato” il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l’idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l’urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent’anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l’America in compagnia dell’inseparabile chitarra che l’ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l’ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. “Revival” è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.

 

La mia recensione

“Cominciai a spostarli in avanti fila dopo fila, improvvisando spari da mitragliatrice degni di un fumetto, quando un’ombra calò sopra il campo di battaglia. Alzai lo sguardo, accorgendomi di un tizio che se ne stava lì. Oscurava il sole del pomeriggio, il profilo del corpo circondato da un alone dorato: una specie di eclissi umana.

La confusione non mancava, come sempre a casa nostra di sabato pomeriggio. Andy e Con si esercitavano a baseball con alcuni compagni nel cortile più grande, tirando a turno tre palle alte e sei basse, ridendo e schiamazzando. Claire era su in camera con un paio di amiche ad ascoltare canzoni sul giradischi portatile: The Loco-Motion, Soldier Boy, Palisades Park. Dal garage proveniva un martellare insistente, mentre Terry e papà lavoravano sulla vecchia Ford del ’51 che mio padre aveva battezzato il Bolide della Strada. Una volta lo sorpresi a chiamarla «sta cazzo di roba», un’espressione che mi piacque subito e che ancora uso. Se volete sentirvi meglio, chiamate qualcosa «’sta cazzo di roba». In genere funziona.

Insomma, stava succedendo parecchio, ma in quell’istante tutto sembrò tacere all’improvviso. Forse è solo un’illusione creata da uno scherzo della memoria (o da un cupo presagio degli avvenimenti successivi), ma il ricordo è molto forte. Di colpo sparirono gli schiamazzi dei ragazzini in cortile, la musica dal piano di sopra, il frastuono nel garage. Persino gli uccelli smisero di cantare.

Poi l’uomo si curvò e il sole calante gli brillò sopra la spalla, accecandomi per un attimo. Alzai una mano per proteggermi gli occhi.

«Scusami, scusami», disse lui, spostandosi in modo che potessi guardarlo senza restare abbacinato. Aveva una giacca e una camicia nere da chiesa con il collarino bianco; sotto, un paio di jeans e di mocassini consumati. Era come se cercasse di essere due persone diverse allo stesso tempo. A sei anni, dividevo gli adulti in tre categorie: i giovani, i meno giovani e i vecchi. Lui apparteneva alla prima. Con le mani sulle ginocchia, osservava i due schieramenti che si fronteggiavano.

«Lei chi è?» gli chiesi.

«Charles Jacobs.» Aveva un nome vagamente familiare. Mi tese la mano. Non esitai a stringerla, perché a sei anni ero già beneducato. Lo eravamo tutti noi, grazie agli insegnamenti di mamma e papà.

«Perché porta un collare con quella specie di buco in mezzo?»

«Sono un prete. D’ora in poi, quando verrai in chiesa la domenica, mi troverai lì. E ci sarò anche se parteciperai alle riunioni dei Giovani Metodisti il giovedì sera.»”

 

Un trio letterario, stavolta. Ombretta, Manuela ed io. Ciao, ragazze, spero niente più pacchi. Io non lo so, questo gruppetto di lettura è sfigato e ne consegue che finisco per sembrare una lettrice pazza invasata e inappagabile. Non è vero, dovete credermi. Le nostre aspettative erano elevate- insomma, stiamo parlando del Re- ma sono state disattese. Senza esagerazione, altro che Revival! Romanzo soporifero. Leggere per credere.

Jamie Morton nasce presso una famiglia numerosa, unita e soprattutto religiosa. All’età di sei anni conosce Charles Jacobs, il parroco della chiesa metodista, e i due malgrado la differenza d’età diventano subito inseparabili. (Il primo incontro è il momento più alto della storia, persino più vibrante della “resurrezione” finale. E vi ho detto tutto.)

Charles Jacobs diventa il pilastro dell’esigua collettività, tuttavia, la permanenza del reverendo presso la placida cittadina è di soli tre anni. La disgrazia, infatti, piomba sulla sua casa, portandosi via la moglie e il figlioletto e devastandolo fino a fargli perdere la fede in dio e nel paradiso. Il prete viene cacciato malamente dalla comunità. Jamie e Jacobs si perdono di vista, per incontrarsi trent’anni e diverse vicissitudini dopo.

Ben lontano dall’adorabile bambino che era stato un tempo, il nostro protagonista è adesso un eroinomane e toccherà a Charlie -come ora si fa chiamare- guarirlo dalle sue dipendenze, curarlo come tre decenni prima ha fatto con suo fratello Con, tramite l’energia segreta sperimentata dallo stesso ex reverendo. E via così fino al 2013. Non sto scherzando. Un perdersi di vista e un ritrovarsi ciclicamente. Da parte mia attendevo con ansia gli incontri col Rev e sonnecchiavo durante gli intermezzi.

Non fraintendetemi, sono un misero insetto- ma che dico insetto?- sono un umile atomo in un mondo dove Stephen King esiste e scrive. È uno scrittore abile, il romanzo è scritto benissimo, però… Il PERÒ è grande quanto una casa a tre piani con giardino, piscina e dependance. I punti deboli non mancano. I personaggi secondari non servono a niente, tranne forse una certa Brianna. Ho capito che i comprimari altro non sono che la spalla del protagonista ma così è troppo. I dialoghi, salvo quelli intercorsi con il Rev, sono quasi del tutto superflui. La vita di Jamie Morton è di una noia assoluta. Sono giunta a una conclusione: forse, ma solo forse, King ha voluto raccontarla per “mostrarci” che, sebbene il protagonista conduca un’esistenza dissoluta (dipendenze, allontanamento volontario dalla famiglia d’origine, una relazione con una ragazza con la metà dei suoi anni) e non si ponga molti quesiti di natura etica, ritiene aprire determinate “porte” moralmente sbagliato. Infatti, Jamie crede che non ci è dato sapere se il paradiso esiste, dove andremo dopo la morte e se rivedremo i nostri cari defunti. C’è un confine invalicabile tra il regno dei vivi e quello dei morti e Jacobs vuole varcarlo e rischiare tutto. Assumendo diverse identità, viaggiando per il Paese, guarendo i malati e condannandoli a venire a patti con “La Grande Madre”, Charles Jacobs intreccerà il suo destino con quello di Jamie Morton, alla ricerca della verità, forse la più pericolosa e assoluta di tutte.

Considerazione personale: Revival poteva rimanere nell’ambito del racconto e farci una bella figura, ma trascinare la narrazione per 469 pagine ha probabilmente avvilito il tono complessivo. Di sicuro ha avvilito me.

 

Voto 3/5

Recensione di Casa dolce casa, Mary Higgins Clark

casa dolce casa

La sinossi

Celia sta per entrare nel luogo che avrebbe voluto seppellire nel suo passato più di ogni altra cosa al mondo: la casa della sua infanzia. La casa che abitava quando lei era Liza. La casa che abitava quando aveva ancora una madre. La casa in cui si era svegliata quella mattina e le aveva sparato… Ora Liza non esiste più, al suo posto c’è una giovane donna di nome Celia, un passato pesante come un macigno e difficile da nascondere, una famiglia affidataria che l’ha cresciuta e un marito che le sta per regalare la casa dei suoi sogni… o dei suoi incubi…

 

La mia recensione

Lizzie Borden prese un’accetta

E quaranta colpi diede alla madre;

quando vide quel che aveva fatto

quarantuno ne diede al padre!

Parola d’ordine: boh! Ho letto questo romanzo perché ne ho una copia “Mondolibri”. Era a casa di mia madre da chissà quanti anni, vale a dire nel dimenticatoio. Sapete il fascino delle pagine ingiallite? L’ho subito. Infatti, ho iniziato a leggerlo perché non so resistere al richiamo ammaliatore del buon, caro, vecchio romanzo cartaceo. Ho proseguito, seppur assai riluttante, per la fama di regina del mystery di Mary Higgins Clark. Quando c’è scappato il primo morto, il mio interesse si è destato tutto in una volta e l’ho finito in un pomeriggio. Ed eccomi a recensirlo.

Casa dolce casa è un romanzo che definirei corale. Celia Nolan si trasferisce col figlioletto Jack e il secondo marito Alex presso una lussuosa abitazione nello stato del New Jersey, regalo di lui per il suo trentaquattresimo compleanno.

Sarebbe un gran bel dono, se non fosse che la dimora, ventiquattro anni prima, è stata teatro di una tragedia. La piccola Liza Barton, allora decenne, nel tentativo di difendere la madre dall’aggressione del patrigno, spara un colpo di pistola e accidentalmente la uccide. Nessuno ha dimenticato, nessuno è del tutto convinto dell’innocenza di Liza. Questo il caso di cronaca che darà il nome alla villa di Old Mill Lane. La casa della piccola Lizzie… Che Celia trova vandalizzata il giorno stesso del trasloco.

Ma la protagonista non è estranea ai fatti. Liza Barton è lei. Lei ha sparato alla mamma, è stata assolta, poi adottata in California, infine ha cambiato nome. Nessuno sa di lei, solo il defunto marito e padre di Jack lo sapeva e, in punto di morte, le ha fatto promettere di non far parola ad anima viva della sua vera identità. Forse le uniche “colpe” di Celia-Liza sono queste. Vivere sotto mentite spoglie, sposare un uomo con il quale non può essere sincera completamente, affidare la sua vita e il figlioletto al marito di cui sa ben poco.

Dicevo che si tratta di un racconto corale perché la narrazione spetta a Celia-Liza, ma anche all’agente immobiliare Georgette, alla giornalista Dru, e agli inquirenti, tra cui il magistrato Jeffrey MacKingsley. Come se ognuno desse il proprio contributo a ripulire la reputazione di Liza Barton e a risolvere il caso. Perché una cosa è certa: qualcuno sta approfittando del crollo nervoso di Celia- che si vede costretta a fare buon viso a cattivo gioco abitando nella stessa casa dove ha ucciso sua madre e ferito il patrigno- per incastrarla.

La prima parte del romanzo langue, un inizio in sordina che mi ha suggerito di mollare. Brevi capitoli di massimo tre o quattro pagine che cominciano e si concludono dando la parola alla protagonista o a qualcuno dei personaggi secondari. Proprio per questo ho trovato difficile entrare nel vivo dei caratteri, della narrazione, o collocare nel tempo i vari racconti. Lasciamo Celia-Liza alle otto di sera, e nel capitolo successivo leggiamo l’interrogatorio alle sedici di quello stesso giorno. O_o

I delitti sono all’acqua di rose: un colpo di pistola in fronte e il gioco è fatto, il personaggio scomodo ce lo siamo tolti di mezzo. Non che pretendessi lo splatter a tutti i costi, però ecco, magari una botta di corpo contundente, così tanto per cambiare. Un’atmosfera più tesa, un po’ più noir… Niente di tutto quello che ci si possa aspettare da un thriller, mystery, giallo o come lo chiamano. Inoltre, la descrizione dei luoghi e dei personaggi secondari è poco accurata, e ho finito per scambiarli tra loro fino a quando non ho deciso di cerchiare a matita i nomi di tutti. Anche degli inquirenti facevo un unico mazzo, lo ammetto.

Il finale è frettoloso. Non per farmi bella, ma avevo intuito il colpevole a metà libro. Insomma, carina l’idea di fondo ma sviluppata superficialmente e forse si poteva giocare un po’ di più sull’uomo nero per renderlo più insospettabile, e azzerare del tutto i suoi comportamenti equivoci per far cascare il lettore dalla sedia, cosa che naturalmente non mi è successa.

 

Voto 3/5

 

Recensione de La chiave di Sarah, di Tatiana de Rosnay

lachiavedisarah

La sinossi

È una notte d’estate come tante altre, a Parigi. La piccola Sarah è a casa con la sua famiglia, quando viene svegliata dall’irruzione della polizia francese e prelevata insieme ai genitori. Ha solo dieci anni, non capisce cosa sta succedendo, ma è atterrita e, prima di essere portata via, nasconde il fratello più piccolo in un armadio a muro che chiude a chiave. È il 16 luglio del 1942. Sarah, insieme a migliaia di altri ebrei, viene rinchiusa nel Vélodrome d’Hiver, in attesa di essere deportata nei campi di concentramento in Germania. Ma il suo unico pensiero è tornare a liberare il fratellino. Sessant’anni dopo, Julia, una giornalista americana che vive a Parigi, deve fare un’inchiesta su quei drammatici fatti. Mette mano agli archivi, interroga i testimoni, va alla ricerca dei sopravvissuti, e le indagini la portano molto più lontano del previsto. Il destino di Julia si incrocia fatalmente con quello della piccola Sarah, la cui vita è legata alla sua più di quanto lei possa immaginare. Che fine ha fatto quella bambina? Cosa è davvero successo in quei giorni? Quello che Julia scopre cambierà per sempre la sua esistenza.

 

La mia recensione

Questa vuole essere una discussione informale su un romanzo appena letto, che non intende volgere critiche ai fatti storici riportati, ma che si concentrerà unicamente sugli avvenimenti e i personaggi frutto della fantasia dell’autrice e sullo stile della sua prosa.

La chiave di Sarah. Ciò che nessuno probabilmente dirà mai. Per potervene parlare nella maniera più obiettiva possibile, oltre a leggere il romanzo, ho guardato il film. E la mia impressione iniziale è stata confermata. Quella di Tatiana de Rosnay è una storia che rende meglio su pellicola di quanto non faccia su carta. Via gli eccessi, via le forzature, qualche licenza per l’adattamento cinematografico, il lungometraggio è senz’altro migliore del romanzo. Un racconto che inizia con due voci narranti, quella di Julia, giornalista americana residente a Parigi, e di Sarah, una bimba ebrea di dieci anni rinchiusa nel Vél d’Hiv con migliaia di altri ebrei.

Tra il 16 e 17 luglio del 1942, il Velodromo d’Inverno, a pochi isolati dalla Torre Eiffel, fu il luogo del più grande arresto in massa di ebrei avvenuto in Francia durante l’occupazione nazista. L’operazione, guidata dalla polizia francese e battezzata con il nome “Vento di Primavera”, portò alla cattura di 13.152 persone, tra cui 4.115 bambini tra i 2 e i 15 anni. Quasi tutti gli ebrei radunati al Velodromo di Parigi furono deportati nei campi di concentramento e meno di 100 riuscirono a sopravvivere. Sicuramente la parentesi più oscura, scandalosa e criminosa del governo Vichy, e in via definitiva della storia francese contemporanea.

I fatti sono qui raccontati con precisione attraverso gli occhi da bambina di Sarah, dapprima ingenui e poi disillusi.

Dall’altra parte, ai giorni nostri, Julia viene incaricata dal suo capo di scrivere un articolo per il sessantesimo anniversario del rastrellamento. Dovrà svolgere delle ricerche senza lasciare nulla al caso perché il pezzo sia un vero tributo. Immagini, targhe, testimoni oculari, sopravvissuti, niente può essere tralasciato. Questa la prima parte del romanzo. Coinvolgente, dettagliata. Poi, Sarah smette di raccontare e, insieme alla sua voce, è sparito il mio interesse. Il ritmo e l’attrattiva della narrazione calano fino a scemare totalmente, del tutto affidati come sono alla vera protagonista, Julia. Un personaggio che difficilmente suscita simpatia, empatia, o ammirazione. Perché l’autrice decide di calcare la mano con la vita di Julia? Che senso ha? Un affascinante marito francese, passionale, dedito alla carriera. Una figlia di undici anni, Zoe, più matura della sua età che cade dal motorino (ho fatto tanto d’occhi a leggerlo). Due amici gay. Una famiglia d’origine americana. E la famiglia di lui, che non l’ha mai accettata del tutto e ancora dopo anni la considera l’americaine. Troppi luoghi comuni: le donne americane bionde, vivaci e forti; i maschi francesi etero bravi a letto e del tutto incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di invecchiare con serenità; i maschi francesi omosessuali buoni amici; i francesi e gli italiani che disdegnano l’aria condizionata; i francesi riservati e freddi nei rapporti interpersonali; i mariti tipicamente europei che si aspettano dalla moglie dedizione alla famiglia, e tre o quattro eredi (tipo cavalla purosangue, cit. Ombretta). E potrei continuare all’infinito.

Julia è ossessionata da Sarah e, anche se ha finito l’articolo e fatto il suo dovere, si sente legata a lei più del normale e da qui parte la “caccia alla donna”. Parigi, New York, Lucca, Parigi, America. Ho reputato il suo interessamento verso una tragedia che non le apparteneva, non fino in fondo, davvero morboso ed eccessivo. Ho trovato fosse innaturale la disposizione di tutti i personaggi secondari ad aiutarla, ad accoglierla in casa propria, a fornire recapiti altrui, a confidarsi sugli orrori vissuti. Niente, nemmeno un pizzico di umana diffidenza. Un romanzo ammantato di un’aura di assurdità e buonismo. E poi la convinzione di Julia, secondo la quale William, il figlio di Sarah, dovrebbe esserle grato mi ha seriamente indisposta.

«Peccato che non ti abbia ascoltato: è stato   troppo   da   sopportare   da   solo.   E   poi,   quando   infine   sono   tornato   in   Rue   de Saintonge e mi sono visto aprire la porta da sconosciuti, ho avuto la sensazione di essere stato  abbandonato da te.» Abbassò  gli occhi. Io posai la tazza, investita da un’ondata di risentimento. Dopo tutto quel che avevo fatto per lui – e quel che mi era costato in termini di tempo, fatica, dolore, senso di vuoto – come poteva rivolgermi un’accusa del genere?

Scusaci, Julia, la prossima volta ci ricorderemo di stendere un tappeto rosso prima del tuo arrivo, ok? Forse non tutti sono disposti a farsi stravolgere la vita da te e a esprimerti gratitudine. Forse, se Sarah non ha parlato al figlio e al marito del suo passato doloroso, aveva le sue buone ragioni.

Infine, l’epilogo, il lasciare intendere che tra Julia, una donna che non sa vivere senza una figura maschile al fianco e che spesso si accontenta di miseri surrogati di mariti o fidanzati, e William ci sarà del tenero.

E certe cose la De Rosnay se le poteva pure risparmiare, va’. È giusto informarsi, non dimenticare, leggere se volete questo romanzo, parlarne. Un po’ meno giusto lucrarci sopra, ma questo è un altro paio di maniche.

 

Voto 3/5

Recensione de La camera di sangue di Jane Nickerson

la camera

La sinossi

Sophia Petheram ha diciassette anni quando, dopo la morte del padre, attraversa in carrozza la selva intricata e spettrale che conduce alla tenuta di Wyndriven Abbey, in Mississippi. Qui sta per conoscere finalmente il ricco amico di famiglia che la prenderà in custodia: monsieur Bernard de Cressac. Fin dall’arrivo nella nuova dimora, Sophia si trova a vivere nel lusso più sfrenato, viziata e accontentata nei minimi capricci. La ragazza è affascinata dalla generosità e dal carisma di monsieur Bernard. Lui le impedisce, però, di ricevere visite e, in sua assenza, la affida all’occhio vigile di Odette, una giovane dama di compagnia francese. A spaventare Sophia è il passato del facoltoso tutore, sposato più volte: le sue mogli sono morte in circostanze misteriose e la ragazza ne intravede i fantasmi. Hanno tutte i capelli rossi, con sfumature color bronzo e oro. Proprio come lei… Ma se l’amore è un assassino meraviglioso, Sophia vuole scoprirne il volto.

 

La mia recensione

“Dovete sapere che avevo un padrino straordinariamente ricco. Per questo nulla mi era precluso.

Non ricordavo una sola volta in cui, pensando a lui, un lieve fremito argenteo non mi scuotesse tutta dalla testa ai piedi. Egli racchiudeva in sé il mistero e la magia, e incarnava le speranze che la mia famiglia riponeva nel futuro. Presto, quando la carrozza avesse percorso l’ultimo tratto di quel viaggio, l’avrei finalmente conosciuto, il mio padrino e tutore: monsieur Bernard de Cressac.

E anche sua moglie, naturalmente. Ma di lei tendevo a dimenticarmi.”

È stata Barbara, la mia carissssima cognata (ops, ho esagerato con le esse) nonché mia pusher (non è un reato, vero?) di libri, a suggerirmi questa moderna rivisitazione della favola di Barbablù.

Vi dirò, inizialmente non ero molto entusiasta di leggere quello che associavo a romanzi come Beastly e Cappuccetto rosso sangue. Non che siano state letture terribili, per carità, ma anche no. Ecco. Però mi serviva staccare da racconti che fossero spiccatamente rosa e da Michele Balistreri. Miiike! :’(

Invece, con mia somma sorpresa, La camera di sangue di Jane Nickerson si è rivelato un intrattenimento piacevolissimo. Una volta concessa al romanzo la possibilità di affascinarmi, infatti, sono stata completamente rapita. Tutto, tutto, dal titolo alla copertina, dal riferimento nemmeno tanto velato alla fiaba dei fratelli Grimm all’incipit, mi ha attratta. La cover è meravigliosa, secondo me, e rispecchia perfettamente il racconto, come una carta da regalo che si addice al dono ponderato che racchiude al suo interno. Il titolo, poi, è geniale e mi ricorda la terrificante camera-mattatoio dei Grimm. Trovo che non faccia troppo a pugni col titolo originale ma che, anzi, siano complementari tra loro. Fili di bronzo e oro. Esattamente come i capelli della protagonista.

Mississipi, 1855. Sophia è una giovane di belle speranze quando finalmente, dopo uno spossante viaggio, giunge all’abazia di Wyndriven. Orfana di padre e di madre, per non gravare sulle finanze dei suoi poveri e sventurati fratelli maggiori, la bellissima diciassettenne si trasferisce sotto il tetto del suo affascinante tutore, Bernard de Cressac.

Il lusso più sfrenato e anche il minimo capriccio soddisfatto con accondiscendenza potrebbero fare la felicità di Sophia. Inoltre, il suo padrino non è come lei se lo era immaginato. È più giovane di quanto lei credesse e vedovo, simpatico e avvenente oltre ogni più rosea aspettativa, con capelli e barba neri dai riflessi blu… Lei ne è attratta, però un tarlo la divora.

Ciò che Sophia non sa è che il tutore è un uomo volitivo e sadico, e che considera il suo soggiorno in abazia come l’anticamera di un corteggiamento amoroso, cui seguiranno giuste nozze. Forse i più o meno recenti lutti di monsieur hanno contribuito ad annerire la sua anima oscura, forse il troppo denaro l’ha abituato ad ottenere sempre tutto, con le buone e con le cattive. Chissà. Però Bernand de Cressac è capace di moti di gentilezza, ed è una compagnia piacevole, colto e generoso com’è. Del resto, è piuttosto umorale e violento e questo spaventa la ragazza. Che dibattito interiore.

Pian piano, Sophie si renderà conto di trovarsi dentro una prigione, dorata, ma pur sempre detentiva, braccata come un animale, ancora più schiava degli schiavi che lavorano nella piantagione di cotone che circonda l’opulenta e misteriosa abazia. Come potrà riscattarsi? E chi ha ucciso le mogli dai capelli rossi come i suoi? Come può contribuire all’affrancamento degli schiavi a cui si è affezionata?

Romanzo scorrevolissimo, a tinte gotiche, che racconta in prima persona non solo la fiaba di Barbablù ma anche la crescita interiore di Sophia. Da ragazzina superficiale a giovane donna. Mi è piaciuto tanto. Brava, Barbara.

 

Voto 4/5

 

Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

incastro imperfetto

La sinossi

Quando Tate Collins trova il pilota Miles Archer svenuto davanti alla sua porta di casa, non è decisamente amore a prima vista. Non si considerano neanche amici. Ciò che loro hanno, però, è un’innegabile reciproca attrazione.

Lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per una relazione, ma la chimica tra loro non può essere ignorata. Una volta messi in chiaro i propri desideri, i due si rendono conto di aver trovato un accordo, almeno finchè Tate rispetterà due semplici regole: mai fare domande sul passato e non aspettarsi un futuro.

Tate cerca di convincersi che va tutto bene, ma presto si rende conto che è più difficile di quanto pensasse. Sarà in grado di dire di no a quel sexy pilota che abita proprio accanto a lei?

 

La mia recensione

Oh, io lo so. Vi siete stufati di sapere perché la mia scelta cade su un romanzo piuttosto che su un altro. Sarò sintetica: volevo leggere qualcosa con Anna, la mia amica delle serie televisive.

Salve, visitatori più o meno occasionali. (In caso ve lo stiate chiedendo, sì, spesso ho la sensazione molto vivida di parlare col muro). Questa settimana- vabbé, questi due giorni- ho letto L’incastro(im)perfetto, di Coleen Hover che fa tanto elettrodomestico da incasso classe A+. E, non lo so, ragionavo sugli stereotipi della narrativa di oggi.

Ne ho individuato qualcuno. Di solito nei romanzi rosa lei è una povera in canna. Ma del tipo che è un miracolo che riesca a mettere insieme il pranzo con la cena, eh! Di norma, si trasferisce da qualche parte, dal padre, dalla madre, dal fratello, nella casa interno tredici dello stesso palazzo. Da qualche parte. Poi, ha dei nomi assurdi, generalmente abbreviativi del nome vero e proprio: Isabella—» Bella, Anastasia—»Ana. Che tu dici “però il nome che la madre le aveva appioppato non era male”, ma no, siccome lei è un essere nato per soffrire se lo stravolge da sola.

Lui, invece, è un bonazzo che nemmeno George Clooney ai tempi d’oro, nemmeno Antonio Banderas prima di sfornare biscotti inzupposi parlando con le galline (avete presente Zorro? *sospirone*). Il lui di turno è un esemplare di maschio homo sapiens sapiens, razza caucasica, e con tutte le dee che gli ronzano attorno- vedi le assistenti di Mister Grey- lui no, lui sceglie proprio lei. #propriolei #sololei

D’abitudine lui è un “uomo” (a trent’anni non ci arriva mai) che ha conseguito un successo strepitoso, e che si è fatto da solo, sempre finanziariamente messo molto meglio di lei (messo bene in tutti i campi, le autrici ci tengono a precisarlo), ma soprattutto ha un passato oscuro di cui non vuole parlare nemmeno se minacciato di morte. Noi(la protagonista femminile e io) non sapremo fino alle ultime trenta pagine se è stato bocciato a scuola, se gli pare brutto confessare di avere lavorato in un sexy-shop da ragazzino, o se ha lasciato il canarino in balcone facendolo morire di stenti. Boh, non ci è dato sapere. È un ragazzo misterioso.

In tutto ciò, A-lui chiede a lei sesso senza legami e B-lui sente di non meritare lei, e probabilmente ha ragione e se lui la lasciasse andare, lei si farebbe una vita normale col compagno di università che è tanto gentile, ma no, soffriamo ancora un po’. Perché lei ci fa sesso, sì, ma ci soffre. Si chiama ossitocina, bella mia. Segnati questa parola.

Quando poi questi due avranno figli, statene certi, li chiameranno come chi le prende di santa ragione sia al parco che a scuola. Qualcosa come “Betulla” perché quando ci siamo conosciuti eravamo vicini a un albero e abbiamo voluto suggellare così il nostro immenso, immenso amore.

Veniamo a noi. Tale Tate (perché lei si chiama Elisabeth Tate, quindi Tate è solo il suo secondo nome ma lei si fa chiamare così perché, boh, forse Elisabeth è troppo inflazionato, non lo so, vi giuro, non lo so) si trasferisce dal fratello Corbin. Succede che la sera del trasferimento- lei è sola e carica come un mulo da soma- trova uno svenuto sul pianerottolo. Io avrei chiamato la polizia, vi giuro. Lei no, quello uno poi diventa il padre dei suoi figli e l’uomo della sua vita. Lui le dice tipo “io voglio solo sesso da te” e lei “ok” però dopo ci sta male se lui effettivamente si mostra di parola e spera che lui cambi idea e voglia di più, tipo metterle un brillocco da un carato e mezzo all’anulare sinistro. Ma perché tu produci ossitocina, cara mia, è questo. Te lo garantisco. Che poi alla fine lui cambia idea, perché il lieto fine lo vogliamo tutte sennò organizziamo aerei e pullman per fare spedizioni punitive ai danni di povere autrici come frigoriferonofrostHoover.

Quindi, in soldoni, romanzo rosa= stereotipi preconfezionati. E si vede che le donne cercano questo, che vi devo dire.

L’incastro (im)perfetto consta di 296 pagine e sinceramente mi sono chiesta come abbia fatto a riempirle, visto lo scarso contenuto. Rettifico, “contenuto”, è giusto virgolettarlo. Ma perché lei, la fornoventilatoHoover, sai che fa?

Scrive

Proprio

Così

Avete capito bene. Digita una parola e va accapo, ne digita un’altra e di nuovo accapo.

Non

Sto

Scherzando

Stando così le cose, non vi stupiranno le rispettabilissime 296 pagine. Tutto sommato, se la sarebbe cavata con cento pagine ma forse le pareva brutto. Le descrizioni sono assenti, i sentimenti sono raccontati con frasi del tipo “è tutto il mio spazio”. Però Cap, il portinaio, mi è piaciuto. E qualche volta ho ridacchiato per qualche scena comica. È tutto. Mi sono confessata.

Leggete L’incastro per quello che è: una commedia romantica di cui nessuno, nemmeno la stessa autrice, si prende troppa pena.

 

Voto 2/5

 

 

 

Recensione di Alle radici del male, di Roberto Costantini

le-radici-del-male

La sinossi

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo della Libia postcoloniale, gli anni giovanili di Mike sono segnati da due atroci morti irrisolte, da due amori impossibili, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici. Roma, settembre 1982. Il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata al suo arrivo nella Capitale. Per un debito di gratitudine, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette. Ma le morti di oggi e quelle di ieri sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia e gli ideali si scontreranno con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà il disperato eroismo di una ragazza a condurlo per mano fino alle radici del male.

 

 

La mia recensione

Mi sento molto privilegiata quando un romanzo come “Alle radici del male”, di Roberto Costantini, incrocia i miei passi. Il secondo capitolo della Trilogia del Male, preceduto da “Tu sei il male”, si è fatto divorare in due pomeriggi e mezza mattina.

Non che sia una lettura leggera, ma è talmente scorrevole e avvincente che arrivi all’ultima pagina senza capire come hai fatto e soprattutto senza ricordare se o che cosa hai mangiato.

Teniamo conto che la Libia, che ha visto nascere il nostro Mike Balistreri, è la radice del male. Il racconto infatti si divide in due momenti: il passato e quindi gli anni sessanta, e il presente, dunque gli anni ottanta, subito dopo l’omicidio di Elisa Sordi per intenderci.

Avevamo lasciato un Michele invecchiato male, tutto gastrite e ginocchio dolorante, siamo ancora scossi dall’avere appreso l’identità dell’assassino della bellissima e giovane Elisa, ed ecco che Costantini ci porta indietro nel tempo.

Devo subito dire una cosa: io sono una lettrice curiosa ed esigente, che pretende di sapere perché, come, dove, quando. Vorrei che certi romanzi, quelli che mi piacciono davvero, partissero a narrare sin dal battesimo del protagonista e “Alle radici” soddisfa in pieno questa mia pretensione all’onniscienza, visto che apprendiamo degli anni giovanili di Mike Balistreri.

Il rischio spoiler che voglio evitare come la peste mi obbliga entro certi limiti, però posso dire che eventi come il Festival di Sanremo, o il Mondiale di calcio, assumono una pregnanza simbolica e fanno da filo conduttore all’intera Trilogia del male. Di seguito posto il prologo.

 

Sabato primo febbraio 1958

 

La zanzariera tra il salone della villa e la veranda sul grande giardino è spalancata. Anche se l’aria è tiepida, non ci sono zanzare in febbraio a Tripoli.

Da fuori arriva il gracidio delle rane nel silenzio della notte africana.

Siamo tutti lì, nel salone. Per la serata finale del Festival di Sanremo. Le tre famiglie.

I sei Al Bakri, i libici: il capofamiglia Mohammed, i quattro figli maschi Farid, Salim, Ahmed e Karim, e la sorellina più piccola, Nadia. Le due mogli di Mohammed sono come sempre relegate nella loro baracca.

I tre Hunt, gli americani: William, la moglie Marlene, la piccola Laura.

E noi, i cinque Bruseghin-Balistreri, gli italiani: il nonno Giuseppe, mio padre Salvatore, mia madre Italia, mio fratello Alberto e io, Michelino.

Sullo schermo del televisore Marelli, in bianco e nero, Domenico Modugno canta la canzone vincitrice del festival. Siedo sul divano a tre posti, tra le due donne della mia vita. Quella da cui sono nato e quella con cui vivrò. La vita è bellissima, tutta davanti a me.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito

E incominciavo a volare nel cielo infinito

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Non è stupendo?

Andiamo per gradi, vi va? A seguito di uno spiacevole avvenimento scolastico, Mike, Ahmed, Nico e Karim, amici per la pelle, sanciscono un patto di sangue che li lega per la vita. I quattro ragazzini, pur appartenendo a tre estrazioni sociali completamente differenti- paria italiano Nico, modesti libici i fratelli Karim e Ahmed il cui padre è alle dipendenze di Balistreri senior, e figlio dell’italiano più importante e stimato di Tripoli, Mike- vivranno gli anni giovanili in simbiosi e sempre al confine con la delinquenza. Balleranno sul filo del rasoio, o sul filo del coltellino di Ahmed, se volete. Capirete leggendo.

Due efferati delitti, però, funesteranno l’adolescenza, tutt’altro che spensierata, del sanguigno Michele Balistreri e metteranno duramente alla prova il suo rapporto col padre, Salvatore Balistreri, e la stessa Mank (acronimo ricavato dai nomi dei membri del patto di sangue). Come se non bastasse, due amori- carnale e sconsiderato uno, e puro e profondo l’altro- si fonderanno fino a formare una melma viscida di cui Mike non si libererà mai.

Sarà il coinvolgimento generale in un complotto per deporre la monarchia libica a favore di Gheddafi che segnerà il passaggio alla vita adulta di Michele e lo condurrà verso una nuova patria, l’Italia.

Siamo a Roma, 1982. Balistreri è un commissario di polizia svogliato, che pensa solo a tornarsene in Libia e che nel frattempo si da all’alcool, al poker con Angelo (Dioguardi *___*) e al sesso occasionale. Due cose deve fare: indagare sull’omicidio di Anita, una giovane sudamericana trovata morta e col dito mozzato al parco, e proteggere la figlia di Teodori, l’investigatore che in Tu sei il male ha salvato la carriera e l’onore di Balistreri, Claudia.

E di due cose il nostro super poliziotto ne fa appena mezza, e pure male. Così come è avvenuto (a onor del vero, avverrà nel 2006, ndr) per l’omicidio di Elisa Sordi, infatti, solo quando passato e presente si mischieranno inestricabilmente tra loro, Michele si adopererà per scoprire la verità.

Varrà ancora il patto di sangue? Chi dei suoi amici potrà aiutarlo?

In questo romanzo ho trovato tutto: l’amore, l’amicizia fraterna, il rapporto genitori-figli, i tradimenti, uno spaccato di società libica, e uno di società italiana, complotti, mistero, efferatezza e infine, la storia contemporanea, asservita alla narrazione e quindi proprio per questo con estrose aggiunte. L’ho letteralmente amato, e se avete apprezzato Tu sei il male, non potrete che amarlo anche voi.

Adorerete il focoso Michele Balistreri, pieno di assurdi preconcetti, apatico a volte e solerte altre, caratterizzato dall’autore fino ai minimi, forse impercettibili, dettagli.

Io e Angelo non festeggiammo per niente. Io perché ero di umore nero, Angelo perché non si era ancora ripreso dalla rottura con Paola. Ci facemmo una passeggiata per la Garbatella, lui imbacuccato con piumino e colbacco per proteggersi dal freddo pungente, io con il solo vecchio giaccone invernale che avevo. Girammo in silenzio in quel quartiere costruito per vivere da esseri umani in una città sempre meno umana, mentre tutti brindavano e sparavano i botti.

A me questa storia del giaccone liso, l’unico capo pesante nell’armadio del Balistreri, mi ha fatta impazzire. Michele non fa che sottolineare mentalmente che giacche spesse e calde non gli serviranno più, una volta tornato nell’amata Libia, come si ripromette.

E poi, il finale, grande insegnamento a chi si chiede “perché a me?”. Forse non c’è dato sapere. Magari sapremo quando saremo pronti, oppure mai.

Dovevo accettare di vivere senza conoscere la verità. Come i genitori di Elisa Sordi, la cui figlia diciottenne era stata massacrata mentre io guardavo la finale del mondiale tra Italia e Germania. Come i tanti al mondo che soffrono per una grande disgrazia senza sapere perché è capitata a loro.

Io non ero più importante di quelle persone. Le mie disgrazie erano uguali alle loro.

Uno scoppio di risa per strada ruppe il silenzio magico di quella notte. Partì un coro di ubriachi. Cantavano a squarciagola, incuranti delle loro voci stonate.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Voto 5/5

Recensione de Il primo bacio a Parigi, di Stephanie Perkins

primo bacio a parigi

La sinossi

Anna è pronta a passare un ultimo anno di liceo indimenticabile insieme alla sua migliore amica e a un ragazzo che sta per diventare il suo ragazzo. Ma il padre ha deciso di regalarle un’esperienza altrettanto indimenticabile: un anno in una scuola internazionale a Parigi! Peccato che Anna non riesca a prenderla con altrettanto entusiasmo: non sa una parola di francese, si sente l’ultima arrivata e non riconosce neanche il cibo che trova a mensa. Per fortuna nei corridoi si scontra con quanto di più interessante la città possa offrirle: Etienne St. Clair. Occhi splendidi, capelli perfetti, un’innata gentilezza e un’irresistibile ironia: St. Clair ha proprio tutto… anche una fidanzata, purtroppo! Per quanto Anna cerchi di non infilarsi in una situazione complicata, Parigi non è proprio la città adatta per resistere a una cotta colossale…

La mia recensione

Anna ha tutto, un’amica simpatica, un quasi fidanzato, una mamma che adora, un fratellino di nome Seany, un porcellino d’india e un papà scrittore dal sorriso bianco abbagliante, perennemente abbronzato come chi trascorre le sue giornate ai tropici. Solo un anno la separa dal tanto agognato diploma. Anna ha tutto, in America. Al di là dell’oceano, a Parigi, Anna non ha più niente. E, ok, è iscritta a una scuola esclusiva, la frequenta insieme a figli-di-senatori, ma si sente sola. Anna si trova in un Paese di cui non conosce usi, costumi, lingua. Lei non sa nemmeno di che sfamarsi, finché non scopre che l’inserviente della mensa parla inglese, proprio come lei e che ha sofferto invano i morsi della fame.

Ma andiamo per gradi. Suo padre, un imbarazzante incrocio tra John Green e Nicholas Sparks, la spedisce a Parigi per una questione di prestigio, nonostante le sue proteste e i musi lunghi. Ma la solitudine di Anna non durerà a lungo, per fortuna. Perché la prima sera si scioglie in un pianto liberatorio e le pareti degli alloggi, sottili come sfoglie di cipolla, lasciano trapelare tutto il suo sconforto. La prima a bussare alla sua porta è Meredith, la ragazza della stanza accanto. Cui seguiranno Rashmi, Josh e il bellissimo e irresistibile Ètienne St. Clair. Di lui, tutte- Meredith compresa- vanno pazze. St. Clair è ammaliante, i suoi capelli sono setosi e spettinati come appena sceso dal letto e il mix è esplosivo, è intelligente, ironico, naturalmente gentile e disponibile. Direte voi, troppo bello per essere vero, infatti ha una ragazza. Che a pelle odia Anna.

Il mio primo pensiero è Ellie.

Ellie ci ha scoperti e sta per strangolarmi a mani nude, proprio qui, con il burattinaio, i cavalli della giostra e gli apicoltori a fare da testimoni. Il mio collo diventerà viola, smetterò di respirare e morirò. E poi lei andrà in prigione e scriverà a Étienne lettere psicotiche su pergamena di pelle essiccata per il resto della sua vita.

Ma non è Ellie. È Meredith.

In questo pezzo confesso di avere riso, ma sorriderete spesso durante la lettura. E dire che l’avevo abbandonata al 20% perché avevo l’impressione che non accadesse mai niente. Invece poi il colpo di scena c’è. Ehi, non aspettatevi il maggiordomo che uccide a sangue freddo i commensali dopo averli imbottiti di foie gras (e dico questo perché fa tanto parigino). Però la svolta c’è e, non lo so, è riuscita a risvegliare la tredicenne che si nasconde in me, che domani compio trent’anni. Oh, no. Oh, no. Dite che dovrò smettere di leggere questo genere di romanzi?

Tra un film d’autore- Anna è appassionata di cinema- e una passeggiata sulla Senna, nell’inverno più romantico di sempre, nella città più romantica di sempre, sboccerà l’amore? Oppure Anna abbandonerà il campo per la strega cattiva dell’est, Ellie? Lettura consigliata se vi piacciono i young adult e i sentimenti che sbocciano timidi ma inesorabili.

Voto 3/5

Recensione di Raccontami di un giorno perfetto, Jennifer Niven

raccontami

La sinossi

È una gelida mattina di gennaio quella in cui Theodore Finch decide di salire sulla torre campanaria della scuola per capire come ci si sente a guardare di sotto. L’ultima cosa che si aspetta però è di trovare qualcun altro lassù, in bilico sul cornicione a sei piani d’altezza. Men che meno Violet Markey, una delle ragazze più popolari del liceo. Eppure Finch e Violet si somigliano più di quanto possano immaginare. Sono due anime fragili: lui lotta da anni con la depressione, lei ha visto morire la sorella in un terribile incidente d’auto. È in quel preciso istante che i due ragazzi provano per la prima volta la vertigine che li legherà nei mesi successivi. I giorni, le settimane in cui un progetto scolastico li porterà alla scoperta dei luoghi più bizzarri e sconosciuti del loro Paese e l’amicizia si trasformerà in un amore travolgente, una drammatica corsa contro il tempo. E alla fine di questa corsa, a rimanere indelebile nella memoria sarà l’incanto di una storia d’amore tra due ragazzi che stanno per diventare adulti. Quel genere d’incanto che solo le giornate perfette sono capaci di regalare.

 

La mia recensione

Che cosa succede se, in una via del centro, incontri un promoter Euroclub? Se lui ti chiede «L’ultimo libro che hai letto?» e tu rispondi, considerati spacciata. L’unica soluzione è autoproclamarsi analfabeta, ma pur sapendolo, gli ho detto “Grey”. E fu così che mi trovai trascinata in un buco di libreria, nascosta in una viuzza che è più un’intercapedine, stipata di libri, confusionaria come dopo un terremoto, con un romanzo in mano che mai, mai avrei pensato di acquistare. “Raccontami di un giorno perfetto” di Jennifer Niven. E dopo averlo letto, rimango della stessa opinione.

«Posso farti una domanda? Secondo te esiste un giorno perfetto?»

«Cosa?»

«Un giorno perfetto, dall’inizio alla fine. Un giorno in cui non succede niente di tragico, o di triste o di ordinario. Secondo te esiste?»

«Non lo so.»

«Te ne è mai capitato uno?»

«No.»

«Nemmeno a me. Ma lo sto cercando.»

Ebbro di un potere quasi divino, Theodore Finch, detto Finch, si spinge fino alla torre campanaria della sua scuola per vedere “che cosa si prova” a guardare verso il basso e ad avere la facoltà, eventualmente, di togliersi la vita. Di decidere quando, dove e come morire. Ciò che Finch non si aspetta è che Violet Markey, la ragazza più carina e popolare della scuola, sia anche lei sul punto di fare la stessa cosa. Finch non ha altra scelta: deve dissuaderla, e convincerla a tornare indietro. Ecco che i due si sono salvati la vita a vicenda. Per ora.

Un progetto scolastico di geografia, “alla scoperta delle attrazioni dell’Indiana”, unirà i due giovani, ognuno spezzato a modo suo. Violet, infatti, ha perso la sorella maggiore in un incidente d’auto e Finch lotta da anni contro la depressione che di tanto in tanto lo strappa alla razionalità e alla coscienza.

A casa di Violet non si alza mai la voce, non si parla mai di Eleanor e dell’incidente, non si incolpa nessuno per la morte della loro figlia e sorella, e sembra quasi che Violet debba essere grata di essere sopravvissuta, di non essere lei al posto della sorella. Ciò la obbliga a supplire alle aspettative dei genitori. Toccherà a lei diplomarsi, andare al college, compiere gli anni, realizzarsi, fare tutto ciò che la sorella non ha potuto fare perché è stata strappata alla vita troppo presto, sarà una precisa responsabilità di Violet renderli fieri e non mettersi nei pasticci con un ragazzo problematico come il suo compagno di geografia. Ultraviolet, come la chiama Finch, è etichettata come “quella fortunata”. Ma come si fa a continuare a vivere, ridere, respirare, quando una parte di te è morta e te ne senti responsabile? Finch, lo svitato della scuola, quello cui tutti scavano un argine di indifferenza attorno, ha la chiave per il sorriso di Violet. Solo lui infatti riesce a toccare le corde giuste, diventando prima il suo migliore amico e poi la persona più importante della sua vita. Finch, di cui nessuno si preoccupa se sparisce per settimane, cui nessuno chiede “Hai mangiato? Dormito? Stai bene?”, che vive nell’incuria e nel disamore e che progetta sempre la sua dipartita, Finch che nemmeno chi legge il romanzo prende realmente sul serio, riesce ad arrivare al cuore di Violet e insieme vivono dei giorni perfetti, uno in particolare.

La narrazione è in prima persona e alterna i due punti di vista, quello di Violet e quello di Finch. Non so dirvi quale dei due io abbia preferito, sebbene siano ben scritti e un occhio attento noti le differenze tra i due stili narrativi. Nel complesso, il romanzo sembra quasi autobiografico, giacché dalla “nota dell’autrice” apprendiamo che Jennifer Niven ha vissuto una storia simile. Ho letto in giro recensioni dai toni sia entusiastici sia denigratori. Alcune indicano Raccontami come uno straziante capolavoro, altre lo additano come superficiale e scritto male. Io non so se lo consiglierei. È raccontato da due adolescenti, ed è credibile in tal senso, ma se non amate il genere young adult è inutile che vi cimentiate nella lettura di “Raccontami di un giorno perfetto” perché la scrittura potrebbe apparirvi banale e poco accurata. A me non è sembrato fosse scritto male, anzi, credo non sia proprio un gioco da ragazzi parlare con dolcezza e sensibilità di depressione, lutto e problemi psichiatrici! Ma le mie aspettative erano alte, e già prevedevo lacrime e kleenex stracciati e buttati lì sul tavolino del salotto come se piovessero. Forse mi ha ingannata leggere nella sinossi di quella, e qui cito, “drammatica corsa contro il tempo”. Spesso mi chiedevo dove l’autrice volesse andare a parare e quanto mi mancasse per finire il romanzo e questo non è mai un buon segno.

ATTENZIONE, SPOILER!

Il finale: somma delusione. Pensavo a qualcosa di ineluttabile e assolutamente non opinabile. Pensavo a una morte alla “Colpa delle stelle”, che ti prende così, senza che tu possa sottrarti o fare nulla per rimandare l’inevitabile, dove il protagonista è sia vittima sia eroe. In quella morte c’è dignità ma manca la scelta. In “Raccontami di un giorno perfetto” avviene qualcosa che è facilmente comparabile all’eutanasia: il personaggio soffre troppo e non vede altra soluzione. Anche per Finch e Violet, come per Will e Lou di “Io prima di te”, l’amore non basta, solo che leggendo la Moyes mi sono commossa, la Niven mi ha lasciato basita. Perché Finch è bello, fisicamente sano, intelligente, ama ed è ricambiato, è sarcastico, sensibile e, nonostante i gravi problemi familiari, sarò ingenua ma mi sembra un ragazzo fortunato. Dove c’erano cento motivi per continuare a vivere, Finch ne ha trovato centouno per togliersi la vita e Violet ha messo quel che rimaneva del suo cuore nelle mani di una persona finita, incompiuta, che l’ha portato via con sé negli abissi del Blue Hole dell’Indiana.

Voto 2,5/5

 

Recensione de La mia eccezione sei tu, di Patrisha Mar

la-mia-eccezione-sei-tu_4373_x600

La sinossi

Finalmente è arrivato il giorno del tanto atteso colloquio di lavoro e Sara deve fare bella figura. Sono già due anni che si è laureata, ma né in campo professionale né in quello sentimentale sembra che la sua vita abbia preso una piega accettabile. E adesso eccola, traballante su tacchi troppo alti, in ritardo cosmico – grazie alla simpatica sveglia che non suona quando dovrebbe e a un autobus che ha deciso di saltare una corsa – sotto la sede della rivista di moda e gossip più letta del momento. Sara deve avere quel lavoro… Ma la giornata a quanto pare è nata storta e può solo peggiorare. E infatti, come una ciliegina sulla torta, l’ascensore che è riuscita a prendere al volo pensa bene di bloccarsi. Uno scossone prima e un altro a breve distanza ed è chiaro che non ripartirà. Ma Sara lì dentro non è sola… Accanto a lei c’è qualcuno. Qualcuno che soffre di claustrofobia e che è sul punto di avere un attacco di panico. A meno che lei… non si faccia venire qualche idea geniale per impedirlo. Un’idea così geniale che lascerà il segno…

 

La mia recensione

“Sara continuava a fissare imperterrita il suo orologio, un piccolo dischetto d’oro che le ricordava di essersi laureata due anni prima alla facoltà di ‘non trovo nessun lavoro a cui potrei aspirare con questo pezzo di carta’.”

E batti e ribatti sempre sullo stesso tasto, Alessia! Sssalve, lettori, e benvenuti nella mia rubrica “letture estive”. Pochi giorni fa, approfittando della promozione Newton Compton su Amazon- ebook alla modica cifra di novantanove centesimi- mi sono fiondata su qualche romanzo. La mia scelta è caduta su “La mia eccezione sei tu” di Patrisha Mar che, sebbene dal nome possa sembrare straniera, è super italianissima e io ci ho pure parlato e lei non mi ha fatto sentire una sfigata perché è stata gentilissima e… Ok, la smetto subito.

Ma bando alle ciance, amici, è presto detto. La mia eccezione è una splendida favola metropolitana e contemporanea. È una giornata di quelle meravigliose (sono sarcastica) per Sara. Dovrà sostenere un colloquio di lavoro ma ecco che la sveglia non suona, i trasporti pubblici le danno qualche grattacapo e tutto sembra remare contro di lei. In sostanza, arriva alla sede della rivista di moda  in equilibrio malfermo sui tacchi troppo alti e in clamoroso ritardo. I colloqui sono chiusi e non le resta che tornarsene a casa mesta mesta. Come tutti sappiamo, dal letame possono nascere i fiori: in ascensore Sara incontra il famosissimo e super pagato re delle riviste patinate Daniel Gant e questo potrebbe contribuire a una svolta epocale della vita della ragazza.

“Poi tutto divenne confuso, un fuori fuoco poco interessante mentre le persone si aprivano come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Ogni cosa si fermò, tranne il suo incedere sicuro.”

Che giornata di concime organico sarebbe, però, se l’ascensore non si bloccasse? E allora succede ciò che non ti aspetti, perché, seppur Daniel abbia l’aspetto di un dio ultraterreno, è una persona normale, con tutte le fragilità del caso; e perché Sara, per quanto sia amante della razionalità, al fine di sedare il di lui attacco di panico, lo bacia. Lo bacia, signori! Poi, si seppellisce sotto l’imbarazzo e lo evita. Ma è proprio l’atteggiamento schivo di Sara a unirli.

“«Potrò anche vivere davanti a un obiettivo, potrò anche essere fotografato, spiato, seguito, ma quello non sono io, il vero Daniel lo conoscono in pochi, Sara. Lo conoscono solo coloro a cui permetto di vederlo. Tutti possono credere di avere un pezzetto di me, comprando un giornale, ma in realtà di me non hanno nulla. Mi proteggo bene dai media. Appena ti ho incontrato, ho visto qualcosa in te. Non eri affascinata come le altre, anzi, mi respingevi e questo mi ha spronato a cercarti ancora di più. […] Tu potevi essere la mia eccezione, quella che non si faceva affascinare da un mondo di cartapesta, ma che sapeva guardare al di là.»”

Oh, lo ammetto! Per tutta la lettura non ho fatto che pensare a David Gandy, il famigerato modello britannico. Chi non ha sognato un po’ ad occhi aperti, osservando le fotografie che lo ritraggono? Anche i vostri occhi hanno indugiato, impudichi, qualche secondo più del dovuto, vero? Che fare se, proprio come succede a Sara, quella specie di essere sovrannaturale vuole te e te soltanto? Daniel Gant desidera corteggiare Sara de Michele, ma… Sicuramente lui conosce e frequenta le donne più belle del mondo. Le riviste di moda lo provano: Daniel si accompagna sempre  a stupende dee. Conturbanti Valchirie, sofisticate e ben vestite, in grado di far girare la testa anche all’uomo più riluttante. Sfido chiunque a non sentirsi, sì completamente benedette da un dio benevolo, ma anche e soprattutto intimidite e vulnerabili. È ciò che succede a Sara, personaggio con cui non è per niente difficile entrare in sintonia. E se, abbandonate le riserve iniziali, la gelosia ci mettesse lo zampino? Del resto, osservare il proprio uomo su una rivista patinata senza veli o quasi, accompagnato da una modella ammiccante che lo sfiora dove in genere il sole non batte, quanto può essere piacevole? Io personalmente avrei i crampi allo stomaco dal nervoso.

“«Ero convinta che ce l’avremmo fatta, ma quando guardo quella rivista che ancora non ho bruciato perché non so come fare senza dar fuoco a casa, sto male, e mi ricordo di quanto mi è impossibile convivere con un simile aspetto del tuo lavoro. »”

Leggendo l’Eccezione ho riso e ho sofferto perché la narrazione di Patrisha è fresca e divertente ma non risparmia sui momenti di patos. Vi innamorerete di questa commedia romantica, di nonna Glicine, della sorella Virginia, dello splendido Daniel- bello dentro e fuori- e della neolaureata Sara. I due protagonisti saranno l’uno l’eccezione dell’altra? Sara spezzerà l’incantesimo che costringe Daniel a essere apprezzato sempre e solo per il suo volto pubblico? E Daniel, dal suo canto, saprà abbattere le difese di Sara, colei che si potrebbe definire come la classica “ragazza seria”? Leggetelo per scoprirlo e per passare, perché no, qualche ora di svago, dove una risata leggera e un tuffo tra i buoni sentimenti di certo non mancheranno. Consigliatissimo.

 

Voto 4/5

 

Recensione di Perfetto, di Alessia Esse

Perfetto

La sinossi 

In un futuro non molto lontano, la popolazione è composta esclusivamente da donne. La Sindrome ha ucciso tutti gli individui di sesso maschile, e la riproduzione è possibile solo grazie al midollo osseo. Gli effetti della Sindrome sono stati talmente devastanti per le donne sopravvissute che ricordare quei giorni è proibito, così come è proibito parlare degli uomini. Musica, film, libri, arte: tutto quello che riguarda il genere maschile è sepolto sotto il dolore.

Nel paesino francese di Malorai, un angolo di paradiso ai piedi di una cascata, Lilac Zinna si prepara al diploma. Diciassette anni, un amore sconfinato per la Storia Moderna e per le regole, Lilac sta per diventare un’insegnante, coronando il suo sogno e quello della nonna Francesca, che si occupa di lei da quando è nata. Lilac è al settimo cielo, e non solo perché sta per diplomarsi: alla cerimonia solenne parteciperà anche Vega G, la donna a capo del governo femminile che regola il mondo. E quando Vega G si mostra eccezionalmente interessata alla vita di Lilac, arrivando perfino ad offrirle un lavoro per il governo, Francesca – che nasconde un segreto tanto importante quanto pericoloso – decide di affidare sua nipote a qualcuno che avrà il compito proteggerla: due uomini. Nel viaggio che la porterà lontano da Malorai e da tutto ciò in cui ha finora creduto, Lilac conoscerà un mondo nascosto, imparerà che il cuore può battere forte, e non solo per paura, e scoprirà chi è davvero Vega G.

La mia recensione 

Che cosa dicevo a proposito delle “letture da ombrellone”? Lasciatemi perdere. Quella di Alessia Esse è una trilogia distopica che vale la pena leggere, una perla del self-publishing italiano, pur trattandosi sicuramente di un’opera impegnativa. E tanti saluti alla sabbia, all’acqua salmastra e all’ombrellone! Alessia Esse ha scritto pagine che possiedono una connotazione profetica che non può lasciare indifferenti.

Ho scovato la Trilogia di Lilac quasi per caso, bazzicando sul blog dell’autrice alla ricerca di informazioni sul percorso irto di insidie, quale l’auto pubblicazione che forse intraprenderò. Mi aspettavo nozioni teoriche snocciolate quasi con sufficienza, ero pronta a leggere istruzioni che avrei assimilato solo in parte. Ero preparata ai soliti avvertimenti “il self-publishing non è editoria”. Ciò che non mi aspettavo, invece, era l’onda d’urto che mi avrebbe investita. Sul suo blog (e, sono sicura, anche nella vita di tutti i giorni), Alessia Esse parla di Perfetto con una tale gioia che per me è stato impossibile non farmi coinvolgere. Un po’ come quando osservi una madre col suo bambino, e lei lo guarda con quello sguardo, quello (sapete di che parlo, su!) pieno d’amore, di stupore e di ammirazione. È inevitabile: guarderai il bambino in quel modo pure tu, perché per osmosi assorbirai un po’ di quella riverenza. Provate a fare diversamente, vi sfido.

Ed è così che, in barba ai buoni propositi per l’estate (niente letture che mandino in pappa il cervello, niente letture che mandino in pappa il cervello: era il mio mantra, era) ho acquistato su Amazon l’intera Trilogia.

Ok, adesso probabilmente contravverrò alla regola principale cui dovrei attenermi, NO SPOILER, ma vi posso assicurare che è arduo non lasciarsi scappare niente di questi romanzi che mi hanno scosso nel profondo, per quanto sono premonitori. Se non volete rovinarvi il gusto della scoperta, chiudete questa recensione, leggete la Trilogia, tutta, e tornate.

In un futuro non troppo prossimo, la popolazione mondiale è stata decimata dalla Sindrome che ha sterminato il cromosoma Y. Fratelli, padri, amici, mariti, neonati: tutti gli uomini sono morti. Ne segue (e consegue!) quello che viene soprannominato il Periodo Buio e, infine, quella che sembra la rinascita. Tutto è perfetto: salute, libertà, benessere, sicurezza, istruzione, tecnologie avanzate che semplificano la vita. Ed è proprio nell’ultimo periodo, che si colloca la vita di Lilac. Il dolore per la perdita dei maschi sembra archiviato, letteralmente, visto che il governo vieta di parlare degli uomini perché le donne non sprofondino di nuovo nel baratro della disperazione. Tutto ciò che possa ricondurre all’universo maschile, musica, film, arte, è censurato dal governo dell’Usp e proibito. Le leggi, severe, vengono puntualmente fatte rispettare, pena il carcere e l’allontanamento dalla comunità femminile di appartenenza.

La protagonista di Perfetto è una ragazzina dai capelli rossi orfana di madre che vede dispiegarsi dinnanzi a sé, senza aloni o incertezze, il proprio futuro. Sa ciò che vorrà essere, ciò che vorrà diventare, ciò che non farà mai. Sa che si atterrà alle regole e che gli uomini si sono estinti. La sua preoccupazione maggiore è quella di fare una bella impressione sulla sua Presidentessa, Vega G.

E Vega G appare, bionda e ben vestita, il giorno del diploma di Lilac. La ascolta con interesse e con interesse le si avvicina e le propone un incarico ai vertici. Algida e senza età- eppure dovrebbe essere coetanea della nonna di Lilac!- Vega G parla di sé in terza persona (questo atteggiamento mi ha colpita) e sembra appassionata, esaltata ma criptica e calcolatrice.

Bisogna tenere conto che, dopo l’estinzione degli uomini la riproduzione è affidata al midollo osseo femminile, il parto non è esente da complicazioni (tanto che la mamma di Lilac, Irene, è morta), e le bambine che ne nascono altro non sono che cloni delle loro madri. Sarà la non esatta somiglianza con Irene a mettere Lilac in pericolo. Francesca, la nonna di Lilac, temendo di essere smascherata da Vega G, affida la nipote a due uomini! Ma non si erano estinti? Non proprio, a quanto pare.

 

            “Mi hanno detto che gli uomini si sono estinti. Hanno mentito.”

Con lei ci sarà Baguette, la sua migliore amica armata di mazza da baseball. In viaggio verso l’Italia, Lilac scoprirà diverse cose. Il mondo perfetto creato da Vega G e le sue ministre è basato sulle menzogne. Gli uomini esistono ancora. Lo stivale è un Paese chiuso e devastato dalle bombe che la stessa Vega G ha sganciato. La Sindrome altro non è che un modo gentile per soprannominare un virus letale diffuso perché il genere maschile si estinguesse. Lilac è figlia di un uomo, e suo padre è ancora vivo. Sua madre in realtà è dispersa. Tutto quello in cui ha creduto è una colossale bugia ideata, mantenuta e perpetrata a uso e consumo dell’Usp. Ma la verità più scomoda è l’utopia di sicurezza e libertà che le superstiti tanto decantano, proprio perché non conoscono altro. Certo, nessuno minaccia l’ incolumità fisica delle donne di tutto il mondo. Sono libere di amare (le altre donne: l’omosessualità è una consuetudine) e di realizzarsi a livello professionale, però tutto ha un prezzo. E le menzogne, si sa, a parte avere le gambe corte, finiscono per pesare come un macigno. In Perfetto non si tratta di informazione distorta, si tratta di un’omissione che è costata e costa ancora la vita a molte donne: persino la mamma e la sorellina di Baguette sono morte durante il parto.

A Pontenero, Lilac proverà sentimenti contrastanti. La frustrazione, la felicità di sapere che ha un padre e un fratello (Jonah: adorabile), l’attrazione fisica per Elia, colui che l’ha scortata dai tunnel francesi fino a Pontenero. Qui, sono sincera, ho visto in Lilac sì la curiosità per lo sconosciuto corpo maschile ma anche e soprattutto una discreta dose di ipocrisia nel voler sperimentare qualcosa che per lei era altro, estraneo, qualcosa che in Segreto la condurrà verso una crisi profonda.

Adoro che Alessia Esse abbia ambientato Perfetto quasi tutto in Italia, un Paese devastato. Il mio cuore piangeva nel “vedere” i luoghi che tanto amo distrutti dalla guerra e dal disamore. E ho amato profondamente il discorso finale di Vega G. Perché, come ho scritto nel mio commento su Amazon, sebbene parli di verità per me inconfutabili, la Presidentessa dell’Unica Società Possibile esiste per insegnarci che l’estremismo non è mai un bene, che bisogna mantenere una giusta misura anche negli ideali più alti, e che sentirsi investiti di un potere quasi divino significa sfociare nella follia più incurabile.

“Oggi è proibito parlare degli uomini” continua, “perché sono loro la causa del male che ha imperversato sulla Terra per decine di secoli. Perché la loro essenza è come veleno dal quale nessuna donna può salvarsi.”

Lo stile dell’autrice è pressante ed efficace, la narrazione in prima persona è apprezzabile. I personaggi sono appena un germoglio ma già facilmente riconoscibili e sempre coerenti. Durante tutta la lettura non ho fatto altro che pensare “Film! Film subito”. Alla faccia del romanzo d’esordio, omonima!

Voto 4/5

 

Recensione di Regole d’amore per amici confusi, di Ellie Cahill

regole

La sinossi

Il primo anno di università può essere complicato, si sa. Soprattutto quando il tuo fidanzato storico ti molla senza troppi giri di parole. È quello che succede a Joss, e la delusione le lascia davvero l’amaro in bocca. Un sapore da cui fatica a liberarsi, nonostante i corteggiatori non le manchino. Ma tutto cambia quando Joss incontra Matt: lui è bello e gentile, forse non proprio il suo tipo ideale. Eppure tra i due la complicità è immediata. Così, tra una confidenza e un bicchiere di vino, accade che Matt e Joss si ritrovino a elaborare e a verificare una teoria: per far svanire l’amaro in bocca di una delusione amorosa è necessario passare la notte in compagnia di un buon amico. Uno che non chieda niente al risveglio, uno che sia disposto a essere semplicemente un sorbetto per rinfrescare il palato tra una relazione e un’altra. Ed è così che Matt e Joss decidono di diventare amanti di notte e amici di giorno. Tutte le volte che vogliono, tutte le volte che ne hanno bisogno. Stringono addirittura un patto, un vero e proprio contratto a cui attenersi scrupolosamente per gestire il proprio rapporto. La teoria del sorbetto sembra funzionare alla perfezione per molto tempo. Fino a quando uno dei due non infrange la regola più importante di tutte: non innamorarsi.

La mia recensione

In questi giorni ho finalmente capito il significato di “letture da ombrellone”. Cosa inaudita per me, dopo aver iniziato alcune letture impegnative, ho deciso di interromperle e saltellare allegramente verso romanzi più freschi. La mia scelta è caduta su “Regole d’amore per amici confusi”  di Ellie Cahill e mai decisione si rivelò più azzeccata.

Joss è una matricola quando viene mollata brutalmente dal suo fidanzato storico e, per elaborare il dolore dell’addio, stabilisce di bandire dal suo corpo l’unico ragazzo che abbia avuto. Matt, gentile fino allo sfinimento, si propone come Ragazzo Sorbetto. Che cosa c’è di meglio, infatti, tra una portata e l’altra, di un sorbetto per pulire il palato e assaporare al meglio gli altri piatti? Con molta naturalezza e qualche regola da rispettare, inizia così una relazione di amicizia speciale. Amanti di notte e amici di giorno.

“«Non volevo andare con lui! È solo che… Volevo… Non lo so.»

«Eliminare il tuo ragazzo dal tuo corpo?»

«Sì.» Quando glielo sentii dire, così ad alta voce, espirai profondamente. «Volevo che lui smettesse di essere l’ultimo ragazzo con cui sono andata a letto.»

«Come il sorbetto.»

Dovevo averlo guardato con un’espressione confusa perché Matt elaborò il concetto. «Sai, nei ristoranti eleganti, tra una portata e l’altra ti portano un sorbetto. Per “pulire il palato”.»

«Sì, è proprio così!» Lo colpii sulla coscia con entrambe le mani. Lui rise

«Ho bisogno di “pulire il palato”.» Feci le virgolette con le dita. «Sesso Sorbetto.»

«Però c’è un problema» disse Matt.

«Quale?»

«Se fai del Sesso Sorbetto con la persona sbagliata, poi devi trovare qualcun altro con cui andare a letto dopo di lui. Potrebbe andare avanti… per anni.»”

Il romanzo alterna momenti del passato a momenti del presente. Da una parte, la Cahill narra gli episodi accaduti sette anni prima fino a giungere a poche settimane dal finale, dall’altra racconta che cosa sta succedendo oggi: Matt invita Joss a casa sua, sembrerebbe per una seduta da sesso sorbetto, ma i suoi accenni sono talmente criptici che solo alla fine scopriremo che cosa ha da dirle.

Joss, troppo affezionata all’idea dell’amore romantico, pensa che Matt, così concreto, non sia il ragazzo, e poi l’uomo, giusto per lei e si concede appuntamenti e conoscenze quasi in serie. Per lo più, si tratta di delusioni ed è proprio quando il fragile legame si conclude tra tristi strascichi che scatta il meccanismo del sorbetto. Matt è il primo a rendersene conto: da sette anni vive relazioni mediocri e a scarso coinvolgimento emotivo perché tanto sa che Joss gli farà da paracadute tra un fiasco e l’altro. E lo stesso fa lei con Matt, quasi inconsapevolmente. A un certo punto ho pensato “ragazzi, volete davvero continuare fino a che uno dei due si sposa?”. I confini della friendzone si fanno sempre meno netti e via via più sbiaditi. Oltrepassarli, per Matt e Joss, è fin troppo semplice e da lettrice ti chiedi “quando vi accorgerete che siete perfetti insieme?”.

La narrazione in prima persona è fresca e brillante, tanto che in più punti mi sono ritrovata a ridacchiare. Il gatto Dewey è adorabile.

“Il mio gatto, Dewey, mi accolse sulla porta con le sue solite chiassose dimostrazioni d’affetto. Mi accovacciai per accarezzarlo sulla testa, ma lui non ne aveva mai abbastanza e si mise a inseguirmi per tutta la casa, zigzagando fra le mie caviglie e miagolando. «Okay, okay» dissi accovacciandomi per fargli delle carezze un po’ più meticolose. Lui si lasciò cadere su un fianco e si mise a fare tutti quei suoi allungamenti yoga. Gli grattai la pancia e gli mentii dicendogli che era un bravo bambino. Se la bevve. Parzialmente soddisfatto, Dewey mi concesse di continuare a fare quello che stavo facendo.”

Ditemi voi se non è coccoloso. Le scene piccanti non mancano ma sono talmente soft che non rischiate i bollori, ve lo assicuro (con questo caldo, sarebbe impensabile). Ho apprezzato entrambi i protagonisti. Matt è un buono cronico e Joss è un’insicura amante della lingerie e dei pelosetti, tanto che lavora presso una clinica veterinaria.

Però c’è un però. Regole per amici confusi è una lettura leggera e consigliata, ma… L’intero “romanzo” (scusate se mi permetto di virgolettarlo, presto ve ne spiegherò il motivo) urla a pieni polmoni Commedia Romantica, perché è uno di quei racconti che secondo me rende meglio su pellicola. L’esposizione della trama, infatti, è fin troppo concentrata sulla sequela delle vicissitudini amorose dei due personaggi con scarsa attenzione per il contorno, e questa attitudine dell’autrice mi ha fatto pensare alla trama di un film, più che a un romanzo. Poco si sa della famiglia di lei, per esempio, o dell’aspetto dei personaggi. E inoltre ho trovato che il corpo del testo fosse sproporzionato. Le parti iniziali e centrali, in effetti, sono raccontate in maniera parecchio stringata, e confluiscono nel finale che invece è narrato nei minimi, irritanti dettagli. La fobia di Joss per le altezze rischia di allungare il brodo e di farle perdere il confronto chiarificatore con Matt. Ci sarà un lieto fine per questa coppia di amici confusi?

Voto 3/5

 

Recensione di Twilight, di Stephenie Meyer

images

Sinossi

Bella si è appena trasferita a Forks, la città più piovosa d’America. E’ il primo giorno nella nuova scuola e, quando incontra Edward Cullen, la sua vita prende una piega inaspettata e pericolosa. Con la pelle diafana, i capelli di bronzo, gli occhi color oro, Edward è algido e impenetrabile, talmente bello da sembrare irreale. Tra i due nasce un’amicizia dapprima molto cauta, poi più intima, che presto si trasforma in un’attrazione travolgente.

La mia recensione

Che cosa dire del romanzo di esordio della Meyer che non sia stato già detto e ridetto più volte? Certo, per essere un’opera prima, l’autrice è degna di lode.

Ed io sono davvero così prevedibile? Ho gusti tanto commerciali?

Che sia scontato, o ancora, ordinario, sono fresca di ririririlettura. Sì, per quanto se ne possa dire, ogni volta che rileggo Twilight è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Rassicurante, rinfrancante: mi da una sensazione di familiarità che raramente riesco a trovare tra le pagine dei romanzi. Lo trovo addirittura- passatemi il termine- curativo. Quando sono alla ricerca di un antidoto post libro mediocre, oppure quando Daniel, Cam, Dimitri, Quattro e compagnia bella mi lasciano un po’ malinconica, ecco che mi tuffo tra le pagine di Twilight, certa che ne uscirò rincuorata.

Sono 412 pagine. Volendo, si potrebbe leggerlo in un giorno, tanto è scorrevole la scrittura di Stephenie. Nella prima parte- suvvia, sarò buona!- nel primo quarto di romanzo, la narrazione un po’ ristagna. Abbiamo Bella che si trasferisce a Forks, che quindi deve fare i conti con l’ambientamento presso una cittadina piovosa, così lontana dal suo modo di essere, presso una nuova casa dove vive un genitore che lei conosce solo superficialmente, e presso una nuova scuola dove per tutti non è altro che carne fresca. Non è che io sia particolarmente innamorata del suo personaggio, non so, sarà che ho un’età considerevole per calarmi nelle parti di una ragazzina, sarà Bella che non brilla di luce propria… Sarà quello che volete. Tuttavia, la furba narrazione in prima persona rende un po’ più semplice l’immedesimazione. Edward un po’ la salva dalle grinfie della morte, un po’ la tratta con furia cieca, un po’ la ignora. Lo amo, che posso farci? Per quanto sia lunatico e per quanto io sia destinata ad amare irrimediabilmente Jacob, non si può dire che Edward non mi faccia battere il cuore.

La storia narra di un amore proibito, impossibile, eppure così necessario, quasi come l’aria: disinteressato, altruista, puro, invincibile. Nasce quasi dal nulla. Forse è amore a prima vista? Forse nasce dopo l’incidente mancato con il furgoncino di Tyler? Magari, nasce nella radura? A conti fatti, sono due giorni(radura-notte passata insieme-presentazione alla famiglia-partita a baseball fatale) di idillio, dopo di ché, scoppia il putiferio… Eppure, questo romanzo scatena in me un’attrazione fatale, proprio perché tra i protagonisti esiste un sentimento dirompente, insensato, eterno, irrazionale.

I personaggi secondari non sono ancora ben delineati, tranne forse quello di Carlisle, ma avremo altri tre libri per imparare a conoscerli meglio e amarli. Il livello di sensualità è pressoché nullo, ma lasciatevi dire che spesso The Twiligt Saga risulta molto più sensuale di tanti erotici sboccati cui qualcuna si sta abituando (senza andare troppo lontano, una fan fiction, ispirata proprio a Twilight). De gustibus non disputandum est. La sensualità, in questo caso- un plauso alla Meyer- sta proprio nel fatto di non poter lasciarsi andare a un’intimità più profonda. Sarò contorta, ma per me funziona, così come funziona il triangolo amoroso, platonico, e infine perfettamente giustificato, che si svilupperà negli altri capitoli della Saga.

Torno alla domanda di partenza. Che dirvi? Volevo recensire Twilight- senza riuscire ad arricchire le vostre conoscenze in merito, sicuramente- perché il primo amore non si scorda mai. Voto 4/5

E voi? Che ne pensate? Avete visto il film? Se sì, preferite la pellicola o il romanzo?

Tanticarisaluti