Recensione de L’amore è uno sbaglio straordinario, di Daniela Volonté

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La sinossi

L’esistenza di Melissa, ricercatrice universitaria, scorre tranquilla fino a quando, un giorno, acquista un iPad a un’asta. Su quel tablet trova parecchi file del precedente proprietario e soprattutto tantissime foto: paesaggi marini, scorci urbani, particolari architettonici. Affascinata da quelle immagini, Melissa inizia una ricerca su internet che la porta fino al profilo Facebook di un certo Leon de Rouc. La ragazza non resiste alla tentazione e invia una richiesta di amicizia. Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, vive a Torino ed è un programmatore con il pallino per la fotografia. È bello, ricco, ha una relazione stabile, ma la sua vita è perfetta solo all’apparenza. Quando per gioco accetta l’amicizia di Melissa, tra i due comincia una fitta corrispondenza online, che nasce come pura evasione, ma diventa ben presto ossigeno per entrambi, una droga dolcissima a cui nessuno dei due può rinunciare. E se a un tratto la realtà irrompesse in quella relazione virtuale?

 

La mia recensione

L’amore è uno sbaglio straordinario, dell’italianissima Daniela Volonté, è stato il mio regalo di Natale da parte di Anna (leggete qui, tanto per capire quanto i nostri pomeriggi riescano a degenerare). Questo romanzo è un dono di cui ringrazio la mia amica, e di cui non ho potuto fare a meno di ringraziare la stessa autrice, graziosissima, tra l’altro.

“Visto che è il primo dell’anno, mi concedi una cosa? Dopo che avrai letto questo messaggio, non rispondermi. Spegni tutto. Chiudi gli occhi e rilassati. Non aver paura. Abbi fiducia in me.

Immagina una soffice coperta che ti avvolge le spalle. È il mio abbraccio. Poi un soffio caldo sul tuo viso e le tue labbra che diventano umide perché vi appoggio le mie. È il nostro bacio, che rimane sospeso per lungo tempo. I tuoi capelli si spostano, perché è la mia mano che si sta facendo strada tra la tua seta scura. Questa è la mia buonanotte, Mel. In questa notte in cui temevo di averti perso.

Non aver paura se quando ti sveglierai non troverai nessuno accanto a te, perché in verità ci sarò. Sarò in qualche angolo del tuo cuore, come tu ormai sei nel mio.

Ora dormi serena,

L.”

Questo, lo confesso, è uno dei messaggi che ho riletto più e più volte, senza mai stancarmi. L’amore è uno sbaglio straordinario è un racconto che potremmo definire epistolare, narrato a quattro mani. Da una parte, Melissa Riva, giovane e capace ricercatrice, dalla vita semplice e relativamente serena. Dall’altro lato (dello schermo), Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, affascinante e abile trentacinquenne con l’hobby della fotografia e un’esistenza perfetta, ma solo di facciata. I due iniziano a scambiarsi messaggi, dapprima senza scendere troppo nei dettagli, in seguito abbandonando un po’ le riserve iniziali, e infine diventando la persona (seppur virtuale) più importante della vita dell’altro. La regola è una sola: non incontrarsi dal vivo mai e poi mai.

Che cosa succederebbe, però, se la realtà facesse drasticamente irruzione nel loro piccolo mondo virtuale?

Se la persona di cui non conosci l’esteriorità e la vita privata, ma di cui conosci alla perfezione l’anima, si presentasse alla tua porta e fosse più incasinata di quello che credevi, che cosa fai? L’amore è un appuntamento al buio un po’ per tutti, su questo non ci piove. E tu? Ti lasci prendere dallo sconforto, o commetti lo sbaglio più straordinario di tutti? Lo “sbaglio”- l’amore– che riesce a far combaciare anche la più strampalata equazione, che risolve anche il più complesso calcolo algebrico e che mette a posto tutto. L’amore, che razionalmente può sembrare un errore, eppure… La vera assurdità sarebbe non assecondarlo.

Che cosa fa Melissa quando scopre chi è davvero il suo Leo?

Di questo racconto ho amato tutto, la prima parte, quella epistolare, forse più frizzante della seconda, non per questo meno coinvolgente. Le ultime duecento pagine sono, sì meno briose, ma al contempo quelle che toccano le corde giuste. Il finale mi ha strappato più di una lacrimuccia. Di questo romanzo ho amato Melissa, una donna dolce ma con i giusti attributi, in grado, se lo vuole, di scalare una montagna. Indipendente, forte, fiera, amorevole. E allo stesso modo, ho amato Riccardo, l’uomo che è riuscito a costruirsi un certo successo, che ha paura di vedere vacillare il suo mondo però non teme di esternare alla donna che ama le sue apprensioni.

Che altro dire? Leggetelo.

 

Voto 4/5

Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Recensione di Fermate gli sposi!, di Sophie Kinsella

Fermate gli sposi!

La sinossi

Lottie non vede l’ora di sposarsi. Con l’uomo giusto, naturalmente: non ne può più di lunghe relazioni con fidanzati che sul più bello non se la sentono di impegnarsi davvero. E così quando anche Richard, che lei è convinta stia per farle la tanto attesa proposta, la delude, decide su due piedi che è ora di passare all’azione e accetta di convolare a nozze con Ben, un flirt estivo conosciuto per caso su un’isola greca molti anni prima e che lei non ha mai più rivisto. Ben si è appena rifatto vivo, e basta una cena per far scoccare nuovamente la scintilla tra i due: perché perdere tempo in inutili preparativi? Presto! Ci si sposa in quattro e quattr’otto e via per un’indimenticabile luna di miele nel luogo che ha visto nascere il loro amore. Ma non tutti la pensano così: Fliss, la sorella di Lottie, e Lorcan, il socio in affari di Ben, sono contrarissimi e preoccupatissimi. Bisogna intervenire subito. I due sabotatori partono all’inseguimento dei neosposi che devono essere fermati a tutti i costi, prima che avvenga l’irreparabile… Le conseguenze saranno disastrosamente comiche per tutti. Con “Fermate gli sposi!” Sophie Kinsella firma una nuova, spumeggiante commedia romantica, in cui non mancano le sue proverbiali trovate condite da un pizzico di sesso e da un insuperabile senso dell’umorismo.

 

La mia recensione

Dopo il mezzo disastro con King, ci riprovo con Sophie Kinsella. E devo dire che da questa lettura sono uscita piuttosto rinfrancata.

Fermate gli sposi! narra le strampalate vicende di due sorelle, Lottie e Fliss, con la brillante ironia della Kinsella. Due sono i punti di vista: quello dell’impulsiva Charlotte (Lottie, in un’altra recensione ho già parlato di nomi di battesimo che, se mozzati, diventano dei disgraziati nomignoli) e della sorella maggiore Fliss (a me sembra di disquisire di filo interdentale OralB, ma la Kinsella ha scritto tanti romanzi che forse i nomi decenti li aveva già assegnati tutti).

La prima è fidanzata con l’uomo della sua vita, Richard, che senza la minima pressione da parte di lei, si accinge a chiederle di sposarlo. Se si vuole arrivare all’altare, mai parlare di matrimonio, è questo il mantra di Lottie, nemmeno alla larga. La seconda, invece, mamma di Noah, non ha ancora superato la separazione dall’ex marito, David.

Le donne protagoniste sembrano divise in macro gruppi: la sorella maggiore, la minore, una disillusa e l’altra sognatrice, nonché quella divorziata e quella felicemente fidanzata. E anche se non è bello raggruppare le persone in maniera così generica e indiscriminata (fa tanto politicamente scorretto), in questo romanzo funziona così: tutto sommato ci si può identificare nell’una o nell’altra.

Dicevamo, la proposta di matrimonio. Non è uno spoiler se vi dico che non avviene. Richard cade totalmente dal pero e Lottie lo lascia, infuriata. Fliss è pronta: sa che a questa rottura seguirà una scelta infelice ed è preparata a prevenire ogni colpo di testa eventualmente perpetrato dalla sorella. Solo, non immagina che Lottie voglia sposare così su due piedi il suo primo amore, Ben.

Fliss aveva messo in conto l’adesione a una setta, l’acquisto di un immobile, un nuovo tatuaggio, uno sport estremo. Ma questo no! Lottie e Ben, d’altro canto, sembrano talmente sicuri e desiderosi di fare il grande passo. A che servono infatti i fidanzamenti tradizionali, le promesse d’amore, i fiori, le proposte di matrimonio, i diamanti quando si è certi di amarsi da quindici anni? Fliss è convinta che Lottie stia commettendo l’errore più grande della sua vita. Sposarsi, basandosi unicamente sulla sintonia di un flirt estivo che sembra risalire a una vita fa, senza conoscere niente l’uno dell’altro, senza sapere chi sono diventati nel frattempo. È follia pura. Che fare, in tal caso? Ma è ovvio. Bisogna intraprendere una crociata anti-matrimonio, anti-sesso, anti-luna di miele, anti-Ben, anti-tutto. È il caso che vi chieda che cosa avreste fatto voi al posto di Fliss? La sorella maggiore che abita in me grida a pieni polmoni, e pare proprio che sarebbe capace di rincorrere la sua piccoletta fino alla luna, se fosse necessario. Ehi, io riferisco soltanto: non prendetevela con me.

Dopo un frettoloso matrimonio civile, Lottie e Ben partono per la luna di miele più romantica di sempre nel luogo che ha visto nascere il loro amore; e Fliss, Lorcan (il socio in affari di Ben) e Richard li seguono a distanza per sabotare il matrimonio e fare la felicità di Lottie (questo il motore di Fliss), il benessere dell’azienda (questo l’obiettivo di Lorcan) e dichiarare i propri sentimenti (questo lo spirito che muove Richard).

Devo ammetterlo, Sophie Kinsella ha un po’ calcato la mano con improbabili avvenimenti, ma che commedia romantica sarebbe, altrimenti? Sapevo ciò che avrei letto, non mi aspettavo niente di più e niente di meno, speravo di farmi due risate e non ne sono rimasta delusa. Gli eventi ballano ubriachi sul confine tra realtà e irrealtà, i due punti di vista si alternano e mi piace così. Una lettura che arriva a spingere alla riflessione: è giusto che Fliss faccia soffrire sua sorella per limitare i danni di un matrimonio irrazionale? È contorto, lo so.

Vi dirò, dopo averlo bollato come un inetto bamboccione incapace anche di farsi un uovo al tegamino, figurarsi poi di chiedere in sposa la fidanzata, piano piano durante il boicottaquestomatrimonioontheroad mi sono invaghita di Richard e disinnamorata di Ben. Ho praticamente cambiato squadra, sono stata una banderuola. Chissà se vi succederà lo stesso.

Sono anche arrivata a commuovermi leggendo il finale. Perché l’amore in fin dei conti non è dire all’altra persona “Tu sei mia/o”, non è marcare il territorio (quello lo fa Jack, il mio cane) ma preoccuparsi- e occuparsi!- dell’altra persona sempre.

Non una lettura da perderci il sonno, ma comunque romanzo d’evasione consigliatissimo.

 

Voto 3/5

Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

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La sinossi

Quando Tate Collins trova il pilota Miles Archer svenuto davanti alla sua porta di casa, non è decisamente amore a prima vista. Non si considerano neanche amici. Ciò che loro hanno, però, è un’innegabile reciproca attrazione.

Lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per una relazione, ma la chimica tra loro non può essere ignorata. Una volta messi in chiaro i propri desideri, i due si rendono conto di aver trovato un accordo, almeno finchè Tate rispetterà due semplici regole: mai fare domande sul passato e non aspettarsi un futuro.

Tate cerca di convincersi che va tutto bene, ma presto si rende conto che è più difficile di quanto pensasse. Sarà in grado di dire di no a quel sexy pilota che abita proprio accanto a lei?

 

La mia recensione

Oh, io lo so. Vi siete stufati di sapere perché la mia scelta cade su un romanzo piuttosto che su un altro. Sarò sintetica: volevo leggere qualcosa con Anna, la mia amica delle serie televisive.

Salve, visitatori più o meno occasionali. (In caso ve lo stiate chiedendo, sì, spesso ho la sensazione molto vivida di parlare col muro). Questa settimana- vabbé, questi due giorni- ho letto L’incastro(im)perfetto, di Coleen Hover che fa tanto elettrodomestico da incasso classe A+. E, non lo so, ragionavo sugli stereotipi della narrativa di oggi.

Ne ho individuato qualcuno. Di solito nei romanzi rosa lei è una povera in canna. Ma del tipo che è un miracolo che riesca a mettere insieme il pranzo con la cena, eh! Di norma, si trasferisce da qualche parte, dal padre, dalla madre, dal fratello, nella casa interno tredici dello stesso palazzo. Da qualche parte. Poi, ha dei nomi assurdi, generalmente abbreviativi del nome vero e proprio: Isabella—» Bella, Anastasia—»Ana. Che tu dici “però il nome che la madre le aveva appioppato non era male”, ma no, siccome lei è un essere nato per soffrire se lo stravolge da sola.

Lui, invece, è un bonazzo che nemmeno George Clooney ai tempi d’oro, nemmeno Antonio Banderas prima di sfornare biscotti inzupposi parlando con le galline (avete presente Zorro? *sospirone*). Il lui di turno è un esemplare di maschio homo sapiens sapiens, razza caucasica, e con tutte le dee che gli ronzano attorno- vedi le assistenti di Mister Grey- lui no, lui sceglie proprio lei. #propriolei #sololei

D’abitudine lui è un “uomo” (a trent’anni non ci arriva mai) che ha conseguito un successo strepitoso, e che si è fatto da solo, sempre finanziariamente messo molto meglio di lei (messo bene in tutti i campi, le autrici ci tengono a precisarlo), ma soprattutto ha un passato oscuro di cui non vuole parlare nemmeno se minacciato di morte. Noi(la protagonista femminile e io) non sapremo fino alle ultime trenta pagine se è stato bocciato a scuola, se gli pare brutto confessare di avere lavorato in un sexy-shop da ragazzino, o se ha lasciato il canarino in balcone facendolo morire di stenti. Boh, non ci è dato sapere. È un ragazzo misterioso.

In tutto ciò, A-lui chiede a lei sesso senza legami e B-lui sente di non meritare lei, e probabilmente ha ragione e se lui la lasciasse andare, lei si farebbe una vita normale col compagno di università che è tanto gentile, ma no, soffriamo ancora un po’. Perché lei ci fa sesso, sì, ma ci soffre. Si chiama ossitocina, bella mia. Segnati questa parola.

Quando poi questi due avranno figli, statene certi, li chiameranno come chi le prende di santa ragione sia al parco che a scuola. Qualcosa come “Betulla” perché quando ci siamo conosciuti eravamo vicini a un albero e abbiamo voluto suggellare così il nostro immenso, immenso amore.

Veniamo a noi. Tale Tate (perché lei si chiama Elisabeth Tate, quindi Tate è solo il suo secondo nome ma lei si fa chiamare così perché, boh, forse Elisabeth è troppo inflazionato, non lo so, vi giuro, non lo so) si trasferisce dal fratello Corbin. Succede che la sera del trasferimento- lei è sola e carica come un mulo da soma- trova uno svenuto sul pianerottolo. Io avrei chiamato la polizia, vi giuro. Lei no, quello uno poi diventa il padre dei suoi figli e l’uomo della sua vita. Lui le dice tipo “io voglio solo sesso da te” e lei “ok” però dopo ci sta male se lui effettivamente si mostra di parola e spera che lui cambi idea e voglia di più, tipo metterle un brillocco da un carato e mezzo all’anulare sinistro. Ma perché tu produci ossitocina, cara mia, è questo. Te lo garantisco. Che poi alla fine lui cambia idea, perché il lieto fine lo vogliamo tutte sennò organizziamo aerei e pullman per fare spedizioni punitive ai danni di povere autrici come frigoriferonofrostHoover.

Quindi, in soldoni, romanzo rosa= stereotipi preconfezionati. E si vede che le donne cercano questo, che vi devo dire.

L’incastro (im)perfetto consta di 296 pagine e sinceramente mi sono chiesta come abbia fatto a riempirle, visto lo scarso contenuto. Rettifico, “contenuto”, è giusto virgolettarlo. Ma perché lei, la fornoventilatoHoover, sai che fa?

Scrive

Proprio

Così

Avete capito bene. Digita una parola e va accapo, ne digita un’altra e di nuovo accapo.

Non

Sto

Scherzando

Stando così le cose, non vi stupiranno le rispettabilissime 296 pagine. Tutto sommato, se la sarebbe cavata con cento pagine ma forse le pareva brutto. Le descrizioni sono assenti, i sentimenti sono raccontati con frasi del tipo “è tutto il mio spazio”. Però Cap, il portinaio, mi è piaciuto. E qualche volta ho ridacchiato per qualche scena comica. È tutto. Mi sono confessata.

Leggete L’incastro per quello che è: una commedia romantica di cui nessuno, nemmeno la stessa autrice, si prende troppa pena.

 

Voto 2/5

 

 

 

Recensione de La mia eccezione sei tu, di Patrisha Mar

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La sinossi

Finalmente è arrivato il giorno del tanto atteso colloquio di lavoro e Sara deve fare bella figura. Sono già due anni che si è laureata, ma né in campo professionale né in quello sentimentale sembra che la sua vita abbia preso una piega accettabile. E adesso eccola, traballante su tacchi troppo alti, in ritardo cosmico – grazie alla simpatica sveglia che non suona quando dovrebbe e a un autobus che ha deciso di saltare una corsa – sotto la sede della rivista di moda e gossip più letta del momento. Sara deve avere quel lavoro… Ma la giornata a quanto pare è nata storta e può solo peggiorare. E infatti, come una ciliegina sulla torta, l’ascensore che è riuscita a prendere al volo pensa bene di bloccarsi. Uno scossone prima e un altro a breve distanza ed è chiaro che non ripartirà. Ma Sara lì dentro non è sola… Accanto a lei c’è qualcuno. Qualcuno che soffre di claustrofobia e che è sul punto di avere un attacco di panico. A meno che lei… non si faccia venire qualche idea geniale per impedirlo. Un’idea così geniale che lascerà il segno…

 

La mia recensione

“Sara continuava a fissare imperterrita il suo orologio, un piccolo dischetto d’oro che le ricordava di essersi laureata due anni prima alla facoltà di ‘non trovo nessun lavoro a cui potrei aspirare con questo pezzo di carta’.”

E batti e ribatti sempre sullo stesso tasto, Alessia! Sssalve, lettori, e benvenuti nella mia rubrica “letture estive”. Pochi giorni fa, approfittando della promozione Newton Compton su Amazon- ebook alla modica cifra di novantanove centesimi- mi sono fiondata su qualche romanzo. La mia scelta è caduta su “La mia eccezione sei tu” di Patrisha Mar che, sebbene dal nome possa sembrare straniera, è super italianissima e io ci ho pure parlato e lei non mi ha fatto sentire una sfigata perché è stata gentilissima e… Ok, la smetto subito.

Ma bando alle ciance, amici, è presto detto. La mia eccezione è una splendida favola metropolitana e contemporanea. È una giornata di quelle meravigliose (sono sarcastica) per Sara. Dovrà sostenere un colloquio di lavoro ma ecco che la sveglia non suona, i trasporti pubblici le danno qualche grattacapo e tutto sembra remare contro di lei. In sostanza, arriva alla sede della rivista di moda  in equilibrio malfermo sui tacchi troppo alti e in clamoroso ritardo. I colloqui sono chiusi e non le resta che tornarsene a casa mesta mesta. Come tutti sappiamo, dal letame possono nascere i fiori: in ascensore Sara incontra il famosissimo e super pagato re delle riviste patinate Daniel Gant e questo potrebbe contribuire a una svolta epocale della vita della ragazza.

“Poi tutto divenne confuso, un fuori fuoco poco interessante mentre le persone si aprivano come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Ogni cosa si fermò, tranne il suo incedere sicuro.”

Che giornata di concime organico sarebbe, però, se l’ascensore non si bloccasse? E allora succede ciò che non ti aspetti, perché, seppur Daniel abbia l’aspetto di un dio ultraterreno, è una persona normale, con tutte le fragilità del caso; e perché Sara, per quanto sia amante della razionalità, al fine di sedare il di lui attacco di panico, lo bacia. Lo bacia, signori! Poi, si seppellisce sotto l’imbarazzo e lo evita. Ma è proprio l’atteggiamento schivo di Sara a unirli.

“«Potrò anche vivere davanti a un obiettivo, potrò anche essere fotografato, spiato, seguito, ma quello non sono io, il vero Daniel lo conoscono in pochi, Sara. Lo conoscono solo coloro a cui permetto di vederlo. Tutti possono credere di avere un pezzetto di me, comprando un giornale, ma in realtà di me non hanno nulla. Mi proteggo bene dai media. Appena ti ho incontrato, ho visto qualcosa in te. Non eri affascinata come le altre, anzi, mi respingevi e questo mi ha spronato a cercarti ancora di più. […] Tu potevi essere la mia eccezione, quella che non si faceva affascinare da un mondo di cartapesta, ma che sapeva guardare al di là.»”

Oh, lo ammetto! Per tutta la lettura non ho fatto che pensare a David Gandy, il famigerato modello britannico. Chi non ha sognato un po’ ad occhi aperti, osservando le fotografie che lo ritraggono? Anche i vostri occhi hanno indugiato, impudichi, qualche secondo più del dovuto, vero? Che fare se, proprio come succede a Sara, quella specie di essere sovrannaturale vuole te e te soltanto? Daniel Gant desidera corteggiare Sara de Michele, ma… Sicuramente lui conosce e frequenta le donne più belle del mondo. Le riviste di moda lo provano: Daniel si accompagna sempre  a stupende dee. Conturbanti Valchirie, sofisticate e ben vestite, in grado di far girare la testa anche all’uomo più riluttante. Sfido chiunque a non sentirsi, sì completamente benedette da un dio benevolo, ma anche e soprattutto intimidite e vulnerabili. È ciò che succede a Sara, personaggio con cui non è per niente difficile entrare in sintonia. E se, abbandonate le riserve iniziali, la gelosia ci mettesse lo zampino? Del resto, osservare il proprio uomo su una rivista patinata senza veli o quasi, accompagnato da una modella ammiccante che lo sfiora dove in genere il sole non batte, quanto può essere piacevole? Io personalmente avrei i crampi allo stomaco dal nervoso.

“«Ero convinta che ce l’avremmo fatta, ma quando guardo quella rivista che ancora non ho bruciato perché non so come fare senza dar fuoco a casa, sto male, e mi ricordo di quanto mi è impossibile convivere con un simile aspetto del tuo lavoro. »”

Leggendo l’Eccezione ho riso e ho sofferto perché la narrazione di Patrisha è fresca e divertente ma non risparmia sui momenti di patos. Vi innamorerete di questa commedia romantica, di nonna Glicine, della sorella Virginia, dello splendido Daniel- bello dentro e fuori- e della neolaureata Sara. I due protagonisti saranno l’uno l’eccezione dell’altra? Sara spezzerà l’incantesimo che costringe Daniel a essere apprezzato sempre e solo per il suo volto pubblico? E Daniel, dal suo canto, saprà abbattere le difese di Sara, colei che si potrebbe definire come la classica “ragazza seria”? Leggetelo per scoprirlo e per passare, perché no, qualche ora di svago, dove una risata leggera e un tuffo tra i buoni sentimenti di certo non mancheranno. Consigliatissimo.

 

Voto 4/5

 

Recensione di Infinito, di Alessia Esse

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La sinossi 

Lilac Zinna e Margot Riford hanno una missione: smantellare il governo di Vega G. Le ragazze hanno un piano: Lilac distruggerà l’USP dall’interno, fingendosi alleata della Presidentessa, mentre Margot raggiungerà la Francia per raccontare alle donne la verità sulla Sindrome. Il piano è difficile, ma Lilac e Margot hanno degli alleati: Lilac ha Elia al suo fianco, e Margot non sarà sola quando partirà da Pontenero per tornare a Malorai.

 

Ciò che le due non hanno messo in conto, però, è che nel mondo creato da Vega G le sorprese sono sempre dietro l’angolo, assieme a nuove verità che, nell’ultimo libro de La Trilogia di Lilac, stravolgeranno e – in alcuni casi – distruggeranno la vita dei protagonisti.

 

Insieme, Lilac e Margot lotteranno per impedire che il peggio accada; per evitare che la Presidentessa porti a termine il suo vero progetto.

La mia recensione

“Gli uomini di prima si credevano superiori, mentre ora è Vega G a credersi superiore. Cos’è cambiato?”

La mia app kindle è piena zeppa di note e contrassegni perché Alessia Esse è una scrittrice che vale, e tanto. Volevo dire “con i controcazzi” ma mi asterrò. 😛

Infinito è il terzo e ultimo capitolo della Trilogia che ho amato e che mi ha lasciato un solco profondo nel cuore, che potrò colmare solo con una rilettura. Sebbene al suo interno manchi una di quelle storie d’amore che piacciono a me, intendo un amore che sia epico, non ho potuto non affezionarmi a questi tre romanzi che sono molto, molto più di ciò che sembrano dalle sinossi e da tutto quello che potrò raccontarvi io. Quindi, ancora una volta, vi esorto a leggerli. E anche se la storia d’amore non ha rivestito un ruolo centrale nella trama(per fortuna!), ho letto con avidità fino all’ultima pagina.

Baguette e Lilac hanno un piano: quello di smantellare il governo dell’Usp. Un obiettivo notevole, piuttosto al di là delle loro capacità, sicuramente ingenuo. Come pretendono di fare? Io stessa le avrei schiaffeggiate: due ragazzine che si atteggiano a combattenti, che prendono il peso del mondo sulle loro esili spalle e che vanno dritte tra le grinfie del nemico, tra chi si sente legittimato da un potere che sorge da un consenso inconsapevole ad agire come un dio vendicatore, qualcuno che le schiaccerà come insetti.

Il progetto di Vega G, infatti, ha uno spettro ben più ampio di quello che noi tutti possiamo immaginare. Lei sì, ha voluto eliminare il genere maschile, ma di certo non definitivamente. La Presidentessa desidera creare un essere geneticamente superiore. Pazza, è pazza.

Non parlerò troppo della trama perché secondo me non serve, mi soffermerò piuttosto sui personaggi.

In Segreto l’abbiamo vista come la salvatrice di Lilac e delle donne di Roma. Quando la sua ombra dritta e fiera si è stagliata sulla piazza, Vega G era vestita sempre in quel modo un po’ strano, coi suoi onnipresenti guanti e il suo viso senza età e senza origine, e io ho esultato. L’ho sentita chiamare Lilac “donna di Malorai” e, per quanto io mi imponessi di non amare la Presidentessa, ad ogni sua parola cadevo sempre più nella sua rete fitta. Vega G ha un modo di esprimersi che ti fa sentire parte di qualcosa, importante e al sicuro, difficile resistere al suo potere. È capace di moti di tenerezza infinita e allo stesso tempo sa essere altera. Mi sentivo un’emerita cretina, eppure non riuscivo a sottrarmi al suo fascino. Vega G è il cattivo che ti spiazza, perché sai che prima di diventare cattivo era un buono che ha sofferto troppo e ha voluto ribaltare la sua posizione e prendersi molto più di una semplice rivincita. Sai che Vega G è così per una ragione e non puoi fare a meno di chiederti se la sua vita, e quelle delle persone che ha intorno, sarebbe diversa, ora, se lei non avesse sperimentato tanto dolore sulla sua pelle. Tutto quello che dice durante i suoi lunghi monologhi è avvolto da un alone di inconfutabilità tale che vi sentirete spiazzati, confusi. Perché tra bene e male, giusto e sbagliato non esistono confini netti, non precisi e assoluti come vorremmo.

“Sii conforme alla massa, o verrai lasciato indietro: senza un lavoro, senza una famiglia, senza una casa, senza amici. La mia era una società avvelenata dal consumismo, dall’assenza di un vero punto di riferimento per le nuove generazioni, dalla stupida e miope sete di potere degli uomini che la governavano. Credevano che il potere risiedesse nelle cose- nel denaro, nelle case, nelle auto, negli arsenali atomici- e nella capacità di controllare le vite altrui, di decidere chi vive e chi muore.”

“Non è una mera questione di buoni e cattivi; è una questione biologica, naturale. Il virus non avrebbe avuto successo se gli uomini non fossero stati la specie debole, capisci?”

Provate a ribellarvi, a confutare la sua logica. Io ero completamente ipnotizzata, lo ripeto anche a costo di risultare logorroica.

Voglio spendere due parole verso gli abitanti di Pontenero, dividendoli in due macro gruppi. Coral versus Marco&Therry. Coral è tutto il buono che puoi trovare nelle persone, è quanto di meglio una società malata (ma anche una sana, fidatevi) possa partorire, è coraggio, onore, altruismo. Marco e Therry, invece, sono quelle tipiche persone per cui dovrebbe valere la pena, ma che hanno preferito farla. Sono i genitori di Eloise, e la mela è rotolata lontanissima dall’albero. Ve lo garantisco. I due si crogiolano nel loro dolore e si chiudono nella loro casetta: che rabbia mi fanno. I personaggi di Alessia Esse hanno una forza che vi sorprenderà. I legami familiari sono il filo conduttore  di Infinito, ma non sempre- nei romanzi come nella vita- le linee di sangue conducono a rapporti limpidi e sereni, anzi, molto spesso ci si ritrova a tenere insieme gli stralci di un amore zoppicante e sgangherato.

“Lilac,” dice con un filo di voce, “cosa sono, io, senza la mia creatura?… Tu e la tua Margot mi avete già tolto ogni cosa: l’amore delle donne, e tutto ciò che ho costruito con costanza e con sacrificio. Questo,” continua, indicando sua madre, “è nulla, rispetto a ciò che tu hai fatto.”

Preparate i fazzoletti per il finale. Vi lascio con una citazione che rubo a Rita, ex donna di Roma, perché non sempre “occhio per occhio” è un comportamento da demonizzare, ma piuttosto un umano, atavico e imprescindibile modo di essere vivi e normali.

“E quando vivi per dieci anni a contatto con gli asini, Lilac- e tutto ciò che ricevi sono solo calci e sputi, e l’unico modo che hai per sopravvivere è quello di indossare una maschera e fingere di essere come loro- allora i tuoi ideali si trasformano in rabbia. Non ti importa più di salvare tutti, o di mostrarti compassionevole verso i colpevoli; a quel punto vuoi solo vendetta per i torti subiti, libertà per i giorni di schiavitù, tranquillità per i momenti di tribolazione. Questo non mi rende uguale a Vega G, no. Questo non mi rende una cattiva persona. Mi rende normale. Semplicemente normale.   

 Voto 4/5

 

 

Recensione di Perfetto, di Alessia Esse

Perfetto

La sinossi 

In un futuro non molto lontano, la popolazione è composta esclusivamente da donne. La Sindrome ha ucciso tutti gli individui di sesso maschile, e la riproduzione è possibile solo grazie al midollo osseo. Gli effetti della Sindrome sono stati talmente devastanti per le donne sopravvissute che ricordare quei giorni è proibito, così come è proibito parlare degli uomini. Musica, film, libri, arte: tutto quello che riguarda il genere maschile è sepolto sotto il dolore.

Nel paesino francese di Malorai, un angolo di paradiso ai piedi di una cascata, Lilac Zinna si prepara al diploma. Diciassette anni, un amore sconfinato per la Storia Moderna e per le regole, Lilac sta per diventare un’insegnante, coronando il suo sogno e quello della nonna Francesca, che si occupa di lei da quando è nata. Lilac è al settimo cielo, e non solo perché sta per diplomarsi: alla cerimonia solenne parteciperà anche Vega G, la donna a capo del governo femminile che regola il mondo. E quando Vega G si mostra eccezionalmente interessata alla vita di Lilac, arrivando perfino ad offrirle un lavoro per il governo, Francesca – che nasconde un segreto tanto importante quanto pericoloso – decide di affidare sua nipote a qualcuno che avrà il compito proteggerla: due uomini. Nel viaggio che la porterà lontano da Malorai e da tutto ciò in cui ha finora creduto, Lilac conoscerà un mondo nascosto, imparerà che il cuore può battere forte, e non solo per paura, e scoprirà chi è davvero Vega G.

La mia recensione 

Che cosa dicevo a proposito delle “letture da ombrellone”? Lasciatemi perdere. Quella di Alessia Esse è una trilogia distopica che vale la pena leggere, una perla del self-publishing italiano, pur trattandosi sicuramente di un’opera impegnativa. E tanti saluti alla sabbia, all’acqua salmastra e all’ombrellone! Alessia Esse ha scritto pagine che possiedono una connotazione profetica che non può lasciare indifferenti.

Ho scovato la Trilogia di Lilac quasi per caso, bazzicando sul blog dell’autrice alla ricerca di informazioni sul percorso irto di insidie, quale l’auto pubblicazione che forse intraprenderò. Mi aspettavo nozioni teoriche snocciolate quasi con sufficienza, ero pronta a leggere istruzioni che avrei assimilato solo in parte. Ero preparata ai soliti avvertimenti “il self-publishing non è editoria”. Ciò che non mi aspettavo, invece, era l’onda d’urto che mi avrebbe investita. Sul suo blog (e, sono sicura, anche nella vita di tutti i giorni), Alessia Esse parla di Perfetto con una tale gioia che per me è stato impossibile non farmi coinvolgere. Un po’ come quando osservi una madre col suo bambino, e lei lo guarda con quello sguardo, quello (sapete di che parlo, su!) pieno d’amore, di stupore e di ammirazione. È inevitabile: guarderai il bambino in quel modo pure tu, perché per osmosi assorbirai un po’ di quella riverenza. Provate a fare diversamente, vi sfido.

Ed è così che, in barba ai buoni propositi per l’estate (niente letture che mandino in pappa il cervello, niente letture che mandino in pappa il cervello: era il mio mantra, era) ho acquistato su Amazon l’intera Trilogia.

Ok, adesso probabilmente contravverrò alla regola principale cui dovrei attenermi, NO SPOILER, ma vi posso assicurare che è arduo non lasciarsi scappare niente di questi romanzi che mi hanno scosso nel profondo, per quanto sono premonitori. Se non volete rovinarvi il gusto della scoperta, chiudete questa recensione, leggete la Trilogia, tutta, e tornate.

In un futuro non troppo prossimo, la popolazione mondiale è stata decimata dalla Sindrome che ha sterminato il cromosoma Y. Fratelli, padri, amici, mariti, neonati: tutti gli uomini sono morti. Ne segue (e consegue!) quello che viene soprannominato il Periodo Buio e, infine, quella che sembra la rinascita. Tutto è perfetto: salute, libertà, benessere, sicurezza, istruzione, tecnologie avanzate che semplificano la vita. Ed è proprio nell’ultimo periodo, che si colloca la vita di Lilac. Il dolore per la perdita dei maschi sembra archiviato, letteralmente, visto che il governo vieta di parlare degli uomini perché le donne non sprofondino di nuovo nel baratro della disperazione. Tutto ciò che possa ricondurre all’universo maschile, musica, film, arte, è censurato dal governo dell’Usp e proibito. Le leggi, severe, vengono puntualmente fatte rispettare, pena il carcere e l’allontanamento dalla comunità femminile di appartenenza.

La protagonista di Perfetto è una ragazzina dai capelli rossi orfana di madre che vede dispiegarsi dinnanzi a sé, senza aloni o incertezze, il proprio futuro. Sa ciò che vorrà essere, ciò che vorrà diventare, ciò che non farà mai. Sa che si atterrà alle regole e che gli uomini si sono estinti. La sua preoccupazione maggiore è quella di fare una bella impressione sulla sua Presidentessa, Vega G.

E Vega G appare, bionda e ben vestita, il giorno del diploma di Lilac. La ascolta con interesse e con interesse le si avvicina e le propone un incarico ai vertici. Algida e senza età- eppure dovrebbe essere coetanea della nonna di Lilac!- Vega G parla di sé in terza persona (questo atteggiamento mi ha colpita) e sembra appassionata, esaltata ma criptica e calcolatrice.

Bisogna tenere conto che, dopo l’estinzione degli uomini la riproduzione è affidata al midollo osseo femminile, il parto non è esente da complicazioni (tanto che la mamma di Lilac, Irene, è morta), e le bambine che ne nascono altro non sono che cloni delle loro madri. Sarà la non esatta somiglianza con Irene a mettere Lilac in pericolo. Francesca, la nonna di Lilac, temendo di essere smascherata da Vega G, affida la nipote a due uomini! Ma non si erano estinti? Non proprio, a quanto pare.

 

            “Mi hanno detto che gli uomini si sono estinti. Hanno mentito.”

Con lei ci sarà Baguette, la sua migliore amica armata di mazza da baseball. In viaggio verso l’Italia, Lilac scoprirà diverse cose. Il mondo perfetto creato da Vega G e le sue ministre è basato sulle menzogne. Gli uomini esistono ancora. Lo stivale è un Paese chiuso e devastato dalle bombe che la stessa Vega G ha sganciato. La Sindrome altro non è che un modo gentile per soprannominare un virus letale diffuso perché il genere maschile si estinguesse. Lilac è figlia di un uomo, e suo padre è ancora vivo. Sua madre in realtà è dispersa. Tutto quello in cui ha creduto è una colossale bugia ideata, mantenuta e perpetrata a uso e consumo dell’Usp. Ma la verità più scomoda è l’utopia di sicurezza e libertà che le superstiti tanto decantano, proprio perché non conoscono altro. Certo, nessuno minaccia l’ incolumità fisica delle donne di tutto il mondo. Sono libere di amare (le altre donne: l’omosessualità è una consuetudine) e di realizzarsi a livello professionale, però tutto ha un prezzo. E le menzogne, si sa, a parte avere le gambe corte, finiscono per pesare come un macigno. In Perfetto non si tratta di informazione distorta, si tratta di un’omissione che è costata e costa ancora la vita a molte donne: persino la mamma e la sorellina di Baguette sono morte durante il parto.

A Pontenero, Lilac proverà sentimenti contrastanti. La frustrazione, la felicità di sapere che ha un padre e un fratello (Jonah: adorabile), l’attrazione fisica per Elia, colui che l’ha scortata dai tunnel francesi fino a Pontenero. Qui, sono sincera, ho visto in Lilac sì la curiosità per lo sconosciuto corpo maschile ma anche e soprattutto una discreta dose di ipocrisia nel voler sperimentare qualcosa che per lei era altro, estraneo, qualcosa che in Segreto la condurrà verso una crisi profonda.

Adoro che Alessia Esse abbia ambientato Perfetto quasi tutto in Italia, un Paese devastato. Il mio cuore piangeva nel “vedere” i luoghi che tanto amo distrutti dalla guerra e dal disamore. E ho amato profondamente il discorso finale di Vega G. Perché, come ho scritto nel mio commento su Amazon, sebbene parli di verità per me inconfutabili, la Presidentessa dell’Unica Società Possibile esiste per insegnarci che l’estremismo non è mai un bene, che bisogna mantenere una giusta misura anche negli ideali più alti, e che sentirsi investiti di un potere quasi divino significa sfociare nella follia più incurabile.

“Oggi è proibito parlare degli uomini” continua, “perché sono loro la causa del male che ha imperversato sulla Terra per decine di secoli. Perché la loro essenza è come veleno dal quale nessuna donna può salvarsi.”

Lo stile dell’autrice è pressante ed efficace, la narrazione in prima persona è apprezzabile. I personaggi sono appena un germoglio ma già facilmente riconoscibili e sempre coerenti. Durante tutta la lettura non ho fatto altro che pensare “Film! Film subito”. Alla faccia del romanzo d’esordio, omonima!

Voto 4/5

 

Recensione de Il potere dell’oscurità, di Elisa S. Amore

elisa s. amore

La sinossi

Come si può continuare a vivere, se la persona che ami non c’è più? Gemma Bloom se lo chiede ogni giorno, consumata dal dolore e dal rimorso. Perché Evan ha sfidato le leggi del fato per salvarla, e ha pagato a caro prezzo la sua disubbidienza: caduto nella trappola tesa da un Angelo della Morte, è stato avvelenato proprio da Gemma. Da quel momento, lei non si dà pace ed è tormentata da incubi e allucinazioni in cui Evan viene torturato da mani invisibili. Ma, proprio quando Gemma crede di stare impazzendo, tra i frammenti del suo cuore spezzato comincia a serpeggiare una rabbia cieca, profonda. Sebbene all’inizio ne sia spaventata, Gemma è sempre più attratta da questo nuovo sentimento. Come se dentro di lei crescesse una forza terribile e seducente, determinata a prendere il controllo della sua anima… Fra spaventose premonizioni e pericolosi segreti, Gemma dovrà fare appello a tutto il suo coraggio, se vorrà sfidare il destino e resistere al potere dell’oscurità…

La mia recensione

Questa è una recensione a cui tengo molto. Mi autoproclamo una delle prime lettrici di Elisa S. Amore (lei stessa confermerà quanto l’ho perseguitata nel corso degli anni). Ebbene sì, la seguo sin dai tempi dell’auto pubblicazione, sin quando La carezza del destino non era che “Touched”. Sono sicura che per me e qualche altra i suoi tre romanzi si intitolano e si intitoleranno sempre “Touched, Unfaithful, e Brokenhearted”. Che ci posso fare? È una cosa affettiva. Se tra le righe leggete lunghe attese, bene, è proprio questo il concetto che volevo esprimere. Se invece sono stata criptica, è arrivato il momento di dire che il mio percorso con Elisa ha comportato tempi che definirei… diluiti. Ma posso assicurarvi che le mie aspettative sono state sempre ampiamente soddisfatte.

Il potere dell’oscurità è il terzo capitolo della Saga che narra la storia d’amore tra un Angelo della morte e la sua vittima predestinata. Qualora non aveste ancora letto i primi due, fate in tempo a chiudere questa recensione e a procurarvi immediatamente i romanzi di Elisa, perché se amate il genere urban fantasy o paranormal romance non potete esimervi. Che cosa dicevo a proposito dell’attesa? Provate a immaginare, dopo un anno, cosa ho provato a stringere tra le mani la mia copia fresca di stampa. Il potere dell’oscurità- Brokenhearted è il primo, vero romanzo inedito di Elisa S. Amore e io mi sono detta: “no, Alessia, non puoi permetterti di finirlo in ventiquattro ore e aspettare un anno per il seguito”. Risultato? L’ho finito in sette giorni perché mi sono imposta di rallentare il mio ritmo di divoratrice e aspetto il quarto capitolo della Saga con una certa ansia comunque! Non spoilerare è difficile ma proverò. Come si può continuare a vivere quando l’amore della tua vita, anzi della tua esistenza, il padre di tuo figlio è morto? Gemma se lo chiede ogni giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto.

“«Noooooo! Perchééé?  Dovevo essere io a morire!» urlai contro il cielo. «Era il mio destino, non il suo! Evaaaaan!» Il dolore era troppo forte perché riuscissi a contenerlo. Faceva male. Faceva troppo male e mi lacerava il petto.”

Come può vivere senza Evan, se alla perdita si aggiunge il senso di colpa? Evan, infatti, è morto per un bacio maledetto che lei stessa gli ha dato e i rimpianti da quel giorno la divorano. Gemma da una grande prova di forza, convive con il dolore che minaccia di annientarla a ogni passo.

“Il tepore dell’acqua era così confortante, in qualche modo riusciva ad alleviare il freddo che mi portavo dentro. Dovevo solo lasciarmi sommergere… Spinta da quel desiderio, scivolai giù, lentamente, e il calore sulla nuca m’inondò il corpo di piccole scariche di piacere, che mi accarezzavano a ondate. Ne avevo così bisogno… Se solo quel calore fosse riuscito a raggiungere il gelo nel mio cuore… Scivolai ancora, fino a immergere la testa. La superficie dell’acqua si chiuse sopra di me e io mi sentii travolgere da un’infinita sensazione di pace. Un dolce oblio che mi avvolgeva come una calda coperta di velluto. Mi cullava, dondolandomi nel suo tepore…”

Cedere allo sconforto sembra quasi una prospettiva allettante ma questo rischierebbe di nuocere all’unico pezzo di Evan che le sia rimasto.

“«Che senso ha lottare? Evan è morto, capisci? Morto… Lui è morto, e con lui la mia volontà di combattere. Che mi prendano, adesso», esclamai, sforzandomi di tenere ferma la voce, ma poi i singhiozzi tornarono a scuotermi e il dolore a dominarmi, stringendomi il petto. «Perché nessuno viene a cercarmi? Perché non mi uccidono, così che io possa raggiungerlo?»

«Non lo raggiungeresti in ogni caso.»

«Prego che la morte venga a liberarmi da questo inferno.»”

I familiari vorrebbero starle accanto, e lo stesso gli amici, ma la cruda verità è che non possono, non ci riescono. Nessuno può aiutarla, nessuno può alleviare la sua disperazione, il suo senso di colpa, o il peso che sente premere forte sul cuore. Simon e Ginevra (a proposito, li adoro!) si occupano di lei, senza chiedere nulla in cambio se non di vederla viva e serena, ma Gemma non sempre riesce ad accontentarli. Lei si sente morta dentro e anche io, con lei. Durante la lettura, la sua disperazione era diventata la mia. I suoi genitori mi hanno fatto una tenerezza indicibile. Inoltre, ho compreso e apprezzato il personaggio di Peter, che tenta qualche timido approccio. Lui la ama, di un sentimento che prima era di pura amicizia e poi si è tramutato in qualcosa di più, ma non è ancora abbastanza per Gemma. Ho capito Ginevra, e le motivazioni che l’hanno spinta a celare lo scomodo segreto, e non mi sento di condannarla. Ma mi chiedo perché tutti non facevano che dirle di buttarsi Evan alle spalle e ritornare a vivere.

“«Certo che lo sei. Anche se ti senti persa, un giorno ritroverai la strada, vedrai.»

«Non c’è più una strada per me, mi dispiace», le confessai.

«Gemma, non è tutto perduto. Devi avere fiducia… La via del pessimismo è più corta, rispetto a quella tortuosa verso la speranza. Non sempre si ha il coraggio di percorrerla, ma tu sei sempre stata una combattente. Adesso ti sembra la fine del mondo, ma passerà. E, quando t’innamorerai ancora, Evan sarà solo un ri…»

Mi scansai da lei bruscamente, sentendo la rabbia montarmi dentro. «So bene che non è la fine del mondo. Il mondo se ne frega di me, continua ad andare avanti come se io non esistessi! Come se niente di tutto ciò fosse importante… Ma io so per certo che è la fine del mio mondo. Non ci sarà nessun altro, nella mia vita.»”

Gemma soffriva e tutti quelli che erano intorno a lei non facevano che ripetere che presto si sarebbe innamorata di nuovo. Naturale, per carità, ma… C’era proprio tutto questo bisogno? Ho davvero rischiato di farmi venire le ulcere.

Poi però, pian piano, la disperazione di Gemma cede il posto a una furia cieca, e quasi incontrastabile. I nostri sospetti si concretizzano. Allucinazioni, premonizioni, incubi: Elisa ci trasporta nel vortice della pazzia insieme a Gemma. Sono seria, una notte ho avuto IO gli incubi.

Davvero, non posso dire altro: rischio di rovinare l’effetto sorpresa. Lo stile narrativo di Elisa si è fatto incalzante. È sempre stato avvolgente e in qualche modo familiare, ma ne Il potere dell’oscurità, scrivendo periodi più brevi di quelli cui eravamo abituati, l’autrice non si perde in chiacchiere. In determinati momenti avevo il fiatone. L’intero romanzo, narrato in prima persona, è stato un susseguirsi di emozioni e vicende da capogiro, fino all’epilogo. Lo scenario ha un ché di dantesco. Io, che ho amato la Divina Commedia, l’ho molto apprezzato.

I personaggi sono ben strutturati e perfettamente coerenti con la propria natura e il proprio carattere, sempre. Tra loro spicca Simon, che nei due capitoli precedenti era stato un po’ oscurato dalla presenza splendidamente ingombrante di Evan e Drake (oh, Drake! *Alessia sospira*).

Il sentimento che mi ha lasciato questo romanzo è quello dolce-amaro dei finali di Saga. Ho avvertito nella storia una certa completezza, nonostante le tante porte aperte. Mi è sembrato di separarmi da amici e persone care, e non riesco a darmi pace. Gemma è lì, tra quelle pagine, con tanto ancora da dire, tanto da risolvere, tanto a cui pensare. E in più, ha fatto una promessa cui sarà difficile sottrarsi.

Come farò ad attendere un altro anno? Se anche voi non tollerate di aspettare tutte sole il quarto capitolo della Touched Saga, vi invito a mettere “mi piace” alle pagine Facebook:  https://www.facebook.com/eli.amore?fref=ts ;  https://www.facebook.com/TouchedSaga . Ci faremo compagnia 😉

Voto 5/5

 

 

Recensione di Regole d’amore per amici confusi, di Ellie Cahill

regole

La sinossi

Il primo anno di università può essere complicato, si sa. Soprattutto quando il tuo fidanzato storico ti molla senza troppi giri di parole. È quello che succede a Joss, e la delusione le lascia davvero l’amaro in bocca. Un sapore da cui fatica a liberarsi, nonostante i corteggiatori non le manchino. Ma tutto cambia quando Joss incontra Matt: lui è bello e gentile, forse non proprio il suo tipo ideale. Eppure tra i due la complicità è immediata. Così, tra una confidenza e un bicchiere di vino, accade che Matt e Joss si ritrovino a elaborare e a verificare una teoria: per far svanire l’amaro in bocca di una delusione amorosa è necessario passare la notte in compagnia di un buon amico. Uno che non chieda niente al risveglio, uno che sia disposto a essere semplicemente un sorbetto per rinfrescare il palato tra una relazione e un’altra. Ed è così che Matt e Joss decidono di diventare amanti di notte e amici di giorno. Tutte le volte che vogliono, tutte le volte che ne hanno bisogno. Stringono addirittura un patto, un vero e proprio contratto a cui attenersi scrupolosamente per gestire il proprio rapporto. La teoria del sorbetto sembra funzionare alla perfezione per molto tempo. Fino a quando uno dei due non infrange la regola più importante di tutte: non innamorarsi.

La mia recensione

In questi giorni ho finalmente capito il significato di “letture da ombrellone”. Cosa inaudita per me, dopo aver iniziato alcune letture impegnative, ho deciso di interromperle e saltellare allegramente verso romanzi più freschi. La mia scelta è caduta su “Regole d’amore per amici confusi”  di Ellie Cahill e mai decisione si rivelò più azzeccata.

Joss è una matricola quando viene mollata brutalmente dal suo fidanzato storico e, per elaborare il dolore dell’addio, stabilisce di bandire dal suo corpo l’unico ragazzo che abbia avuto. Matt, gentile fino allo sfinimento, si propone come Ragazzo Sorbetto. Che cosa c’è di meglio, infatti, tra una portata e l’altra, di un sorbetto per pulire il palato e assaporare al meglio gli altri piatti? Con molta naturalezza e qualche regola da rispettare, inizia così una relazione di amicizia speciale. Amanti di notte e amici di giorno.

“«Non volevo andare con lui! È solo che… Volevo… Non lo so.»

«Eliminare il tuo ragazzo dal tuo corpo?»

«Sì.» Quando glielo sentii dire, così ad alta voce, espirai profondamente. «Volevo che lui smettesse di essere l’ultimo ragazzo con cui sono andata a letto.»

«Come il sorbetto.»

Dovevo averlo guardato con un’espressione confusa perché Matt elaborò il concetto. «Sai, nei ristoranti eleganti, tra una portata e l’altra ti portano un sorbetto. Per “pulire il palato”.»

«Sì, è proprio così!» Lo colpii sulla coscia con entrambe le mani. Lui rise

«Ho bisogno di “pulire il palato”.» Feci le virgolette con le dita. «Sesso Sorbetto.»

«Però c’è un problema» disse Matt.

«Quale?»

«Se fai del Sesso Sorbetto con la persona sbagliata, poi devi trovare qualcun altro con cui andare a letto dopo di lui. Potrebbe andare avanti… per anni.»”

Il romanzo alterna momenti del passato a momenti del presente. Da una parte, la Cahill narra gli episodi accaduti sette anni prima fino a giungere a poche settimane dal finale, dall’altra racconta che cosa sta succedendo oggi: Matt invita Joss a casa sua, sembrerebbe per una seduta da sesso sorbetto, ma i suoi accenni sono talmente criptici che solo alla fine scopriremo che cosa ha da dirle.

Joss, troppo affezionata all’idea dell’amore romantico, pensa che Matt, così concreto, non sia il ragazzo, e poi l’uomo, giusto per lei e si concede appuntamenti e conoscenze quasi in serie. Per lo più, si tratta di delusioni ed è proprio quando il fragile legame si conclude tra tristi strascichi che scatta il meccanismo del sorbetto. Matt è il primo a rendersene conto: da sette anni vive relazioni mediocri e a scarso coinvolgimento emotivo perché tanto sa che Joss gli farà da paracadute tra un fiasco e l’altro. E lo stesso fa lei con Matt, quasi inconsapevolmente. A un certo punto ho pensato “ragazzi, volete davvero continuare fino a che uno dei due si sposa?”. I confini della friendzone si fanno sempre meno netti e via via più sbiaditi. Oltrepassarli, per Matt e Joss, è fin troppo semplice e da lettrice ti chiedi “quando vi accorgerete che siete perfetti insieme?”.

La narrazione in prima persona è fresca e brillante, tanto che in più punti mi sono ritrovata a ridacchiare. Il gatto Dewey è adorabile.

“Il mio gatto, Dewey, mi accolse sulla porta con le sue solite chiassose dimostrazioni d’affetto. Mi accovacciai per accarezzarlo sulla testa, ma lui non ne aveva mai abbastanza e si mise a inseguirmi per tutta la casa, zigzagando fra le mie caviglie e miagolando. «Okay, okay» dissi accovacciandomi per fargli delle carezze un po’ più meticolose. Lui si lasciò cadere su un fianco e si mise a fare tutti quei suoi allungamenti yoga. Gli grattai la pancia e gli mentii dicendogli che era un bravo bambino. Se la bevve. Parzialmente soddisfatto, Dewey mi concesse di continuare a fare quello che stavo facendo.”

Ditemi voi se non è coccoloso. Le scene piccanti non mancano ma sono talmente soft che non rischiate i bollori, ve lo assicuro (con questo caldo, sarebbe impensabile). Ho apprezzato entrambi i protagonisti. Matt è un buono cronico e Joss è un’insicura amante della lingerie e dei pelosetti, tanto che lavora presso una clinica veterinaria.

Però c’è un però. Regole per amici confusi è una lettura leggera e consigliata, ma… L’intero “romanzo” (scusate se mi permetto di virgolettarlo, presto ve ne spiegherò il motivo) urla a pieni polmoni Commedia Romantica, perché è uno di quei racconti che secondo me rende meglio su pellicola. L’esposizione della trama, infatti, è fin troppo concentrata sulla sequela delle vicissitudini amorose dei due personaggi con scarsa attenzione per il contorno, e questa attitudine dell’autrice mi ha fatto pensare alla trama di un film, più che a un romanzo. Poco si sa della famiglia di lei, per esempio, o dell’aspetto dei personaggi. E inoltre ho trovato che il corpo del testo fosse sproporzionato. Le parti iniziali e centrali, in effetti, sono raccontate in maniera parecchio stringata, e confluiscono nel finale che invece è narrato nei minimi, irritanti dettagli. La fobia di Joss per le altezze rischia di allungare il brodo e di farle perdere il confronto chiarificatore con Matt. Ci sarà un lieto fine per questa coppia di amici confusi?

Voto 3/5

 

Recensione di Mezzo Vampiro, di Belinda Laj

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La sinossi

 

Julian Laurent non è come gli altri vampiri: lui non ha ricevuto il marchio dal Signore degli Immortali. Per questo motivo la sua permanenza all’interno della Damned Academy non sarà facile; oltre a dover affrontare il disprezzo di vampiri, angeli, demoni e mezzosangue, dovrà vedersela con Mia, una ex ragazza di cui non ricorda nulla. Julian crede che tutti i suoi problemi si riducano a questo, ma presto capirà che in gioco c’è molto di più. I trasformati gli danno la caccia per ucciderlo, e un pericoloso potere che nessuno dovrebbe avere sta crescendo dentro di lui. Grazie a Ray, un altro vampiro, scoprirà cosa è realmente il marchio: uno strumento con cui il loro Signore, Blake, tiene in proprio potere gli immortali. Liberare gli studenti dall’influenza del marchio non sarà affatto semplice, anche perché Julian crede di essere legato a Blake da un filo invisibile, e la realtà è peggio di quanto possa immaginare.

 

La mia recensione

 

Se vi aspettate la classica storia sul vampiro che si innamora di una fragile umana e combatte la propria natura di predatore, rimarrete delusi o deliziati, a seconda dei casi. Ebbene sì, il protagonista di Mezzo Vampiro non è la solita belloccia che non sa di esserlo, povera in canna e che non è in grado di andare dal punto A al punto B senza cadere lunga distesa. Non fraintendetemi, non ho niente contro le ragazze maldestre: io sono una di quelle. Al posto di Bella Swan, c’è un bello e- è proprio il caso di dirlo- dannato.

Julian Laurent non ha dubbi: è morto. E, quando si risveglia dalla sua morte apparente, scopre con terrore e sgomento di trovarsi dentro una bara(claustrofobici, siete avvisati!). Si abbandona alla disperazione- come biasimarlo?- e quando riapre gli occhi Julian è in un sotterraneo, circondato da altre… persone. Sono tutti bellissimi, giovani e alcuni di loro sono un po’ stravaganti. Julian è guardingo, sulle sue, rannicchiato con le ginocchia contro il petto, certo di lui non si può dire che sia un tipo amichevole, ma ancora una volta: come biasimarlo? I presenti gli spiegano che quella è LA notte per eccellenza. La sera che segnerà il passaggio delle giovani creature sovrannaturali (vampiri, angeli, demoni, e mezzosangue) nel mondo dei dannati adulti, attraverso la Damned Academy. Il rito di iniziazione(sì, direi che possiamo chiamarlo così) si consumerà e alla fine i fanciulli riceveranno due doni: l’immortalità e il marchio del Signore degli Immortali. Per tutti fila liscio, tranne che per Julian Laurent: con sua somma e cocente umiliazione, il Signore gli nega il marchio. È inaudito.

“Ora lì, nella Damned Academy, tutti lo guardavano come se fosse un esperimento mal riuscito. Uno da cui era meglio stare alla larga per non farsi contagiare da qualche strana e orripilante malattia.”

Julian incassa con difficoltà l’offesa subita ma a girare il coltello nella piaga c’è l’assurdo soprannome che l’intera Accademia (Logan, ne sai niente tu?) gli ha affibbiato: Mezzo Vampiro.

È il primo, infinito giorno di scuola e il nostro protagonista deve fare i conti non soltanto con lo scherno e il disprezzo generali, ma anche con tutta una serie di regole e insegnamenti di cui non sospettava l’esistenza. La brama di sangue lo reclama, vorrebbe affondare i canini nel collo di qualcuno (spesso potevo quasi sentire la sua sete!), altro che partecipare alle lezioni! E il punto, credetemi, non è nemmeno questo. Julian non sa chi è, né come sia arrivato fino alla Damned Academy, né perché. È un pesce fuor d’acqua, poverino. Tutti sanno tutto e hanno superato la trasformazione senza particolari traumi o scossoni, invece a lui non è stata risparmiata la sofferenza. Julian, infatti, ha ricordi molto vaghi della sua vita umana e passata, eppure ricorda il dolore indicibile patito negli ultimi tre anni della sua esistenza.

Il vampiro non capisce e non c’è niente che desideri più del marchio che contraddistingue la sua razza(uno scorpione sulla nuca che conferisce poteri sovrannaturali).

“Era diventato uno sfigato per colpa di Blake Night.

Cercò il suo volto e la sua divisa bianca tra i presenti e non lo trovò.

Perché diavolo gli aveva negato il marchio?”

Oltre, naturalmente, togliersi di torno l’appiccicosa, ingenua e innamorata Mia, la mezzosangue che sostiene con una certa veemenza di essere la sua ragazza.

“«Non devo spiegazioni a nessuno, tantomeno a te.» Serrò le mascelle, senza smettere di osservare Mia Foster con sguardo assente.

Non era facile accettare che fino alla notte del rito pensava di essere come la ragazza che gli stava davanti, e che il mondo fosse popolato soltanto da comuni esseri mortali. A essere precisi non sarebbe stato neanche come lei, considerato che Mia Foster era una mezzosangue e conosceva ciò che era proprio come tutti gli altri, mentre lui aveva vissuto quasi vent’anni con gli occhi bendati, finché non si era ritrovato nei sotterranei della Damned Academy.”

Adesso voi immaginate un Julian distrutto dall’oltraggio, ed effettivamente lui non si sente completo. Gli manca un pezzo di sé, quasi che il marchio rappresentasse un arto o un organo vitale, tuttavia, Julian non china il capo, anzi! Pian piano acquisisce sicurezza, e da sfoggio di una certa spavalderia, è spudorato, a tratti arrogante, bellicoso.

“«Sono senza marchio e non ho mai preso in mano una spada» disse a denti stretti, incapace di mantenere una voce ferma. «E tu vieni a dirmi che vuoi sfidarmi?» ringhiò, lanciando il bracciale per terra e facendolo atterrare sul materassino ai piedi di Blake.

Esclamazioni di stupore riempirono la palestra, quel gesto irrispettoso non era passato inosservato.”

Julian non capisce perché il suo Signore l’abbia condannato a un’eternità di sventura, né perché sente un legame atavico con l’autoritario (non ho sbagliato: volevo dire proprio autoritario), onnisciente Signore degli Immortali. Si dibatte perennemente tra il desiderio di buttargli le braccia al collo e quello di saltargli alla giugulare.

Blake ignorò ancora la domanda, contorse la bocca in una smorfia di sufficienza e Julian lo guardò accigliato. «Sei spregevole» disse divorato dall’ira, «ma io lo sono più di te, perché malgrado tutto non riesco a odiarti come vorrei. Hai ucciso la mia famiglia, mi hai rovinato la vita, eppure non ci riesco» confessò sull’orlo delle lacrime, coprendosi il volto con le mani. «Cosa diavolo mi hai fatto? Non ce la faccio nemmeno a pensare a una vendetta nei tuoi confronti.» Julian era disgustato da se stesso e dalla propria vulnerabilità, si sentiva come una marionetta legata all’altro da un filo invisibile.”

Il suo triste passato, fatto di sofferenza e vuoti di memoria, insieme alla sua condizione attuale lo logorano.

“Con lo sguardo rivolto alla finestra, fissò il vuoto e si lasciò divorare dall’angoscia.

Le grida che avrebbe voluto emettere morirono dentro di lui.”

Julian trova riparo nell’amicizia che lo salda al gentile, pacifico ed educatissimo Hunter e nel misterioso Ray, che gli svela trucchi e segreti. E se il marchio fosse uno strumento di controllo da parte del Signore degli Immortali per limitare la libertà dei suoi sottoposti e stringerli, impotenti come sono di fronte ai suoi poteri, nel suo giogo? È vero, anche Blake Night ha le sue fragilità e le sue frustrazioni, che provengono da un trono non proprio legittimo, ma è stranamente capace di moti di tenerezza nei confronti di Julian.

A chi credere? A cosa credere?

“Dopotutto Blake poteva benissimo andarsene ovunque; era potente, pericoloso e del tutto immortale, perché mai trascorreva il suo tempo in un’accademia quando avrebbe potuto vivere in qualsiasi parte del mondo e spassarsela alla grande?

Ebbe uno spasmo allo stomaco. Il solo pensiero di non rivedere più il suo Signore era orribile, inaccettabile.”

E perché tutti, compreso Blake e Audley, sembrano stare col fiato sul collo di Julian? Che cosa pretendono da lui? Che Julian sia il pezzo mancante di un disegno più grande?

La narrazione è in terza persona, incisiva, forte, assolutamente credibile. Qua e là c’è qualche imprecazione, ben inserita nel contesto e non troppo fastidiosa in fase di lettura. Sono interessanti i giochi di potere all’interno dell’Accademia: mi hanno ricordato una Saga che ho apprezzato molto. Ho amato e odiato, e amato, e odiato a turno tutti i personaggi perché sono ben caratterizzati, per ognuno di loro posso elencare due, tre (anche più)peculiarità e questo non è altro che un bene.

Sto recensendo questo romanzo a caldo, subito dopo aver terminato la lettura. Perché? Perché voglio sostenere le autrici italiane. Io credo che siamo perfettamente in grado di scrivere storie che meritano di essere lette, anche noi, come le colleghe più famose, possiamo raccontare qualcosa e Belinda Laj l’ha fatto. Lettura consigliatissima.

A proposito, vi lascio il link per procurarvi la vostra copia digitale di Mezzo Vampiro: http://www.amazon.it/Mezzo-vampiro-Damned-Academy-1-ebook/dp/B00ULJLFWC/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1434644428&sr=1-1&keywords=mezzo+vampiro

Qualora la mia recensione vi abbia incuriositi, correte nello Store!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione di Twilight, di Stephenie Meyer

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Sinossi

Bella si è appena trasferita a Forks, la città più piovosa d’America. E’ il primo giorno nella nuova scuola e, quando incontra Edward Cullen, la sua vita prende una piega inaspettata e pericolosa. Con la pelle diafana, i capelli di bronzo, gli occhi color oro, Edward è algido e impenetrabile, talmente bello da sembrare irreale. Tra i due nasce un’amicizia dapprima molto cauta, poi più intima, che presto si trasforma in un’attrazione travolgente.

La mia recensione

Che cosa dire del romanzo di esordio della Meyer che non sia stato già detto e ridetto più volte? Certo, per essere un’opera prima, l’autrice è degna di lode.

Ed io sono davvero così prevedibile? Ho gusti tanto commerciali?

Che sia scontato, o ancora, ordinario, sono fresca di ririririlettura. Sì, per quanto se ne possa dire, ogni volta che rileggo Twilight è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Rassicurante, rinfrancante: mi da una sensazione di familiarità che raramente riesco a trovare tra le pagine dei romanzi. Lo trovo addirittura- passatemi il termine- curativo. Quando sono alla ricerca di un antidoto post libro mediocre, oppure quando Daniel, Cam, Dimitri, Quattro e compagnia bella mi lasciano un po’ malinconica, ecco che mi tuffo tra le pagine di Twilight, certa che ne uscirò rincuorata.

Sono 412 pagine. Volendo, si potrebbe leggerlo in un giorno, tanto è scorrevole la scrittura di Stephenie. Nella prima parte- suvvia, sarò buona!- nel primo quarto di romanzo, la narrazione un po’ ristagna. Abbiamo Bella che si trasferisce a Forks, che quindi deve fare i conti con l’ambientamento presso una cittadina piovosa, così lontana dal suo modo di essere, presso una nuova casa dove vive un genitore che lei conosce solo superficialmente, e presso una nuova scuola dove per tutti non è altro che carne fresca. Non è che io sia particolarmente innamorata del suo personaggio, non so, sarà che ho un’età considerevole per calarmi nelle parti di una ragazzina, sarà Bella che non brilla di luce propria… Sarà quello che volete. Tuttavia, la furba narrazione in prima persona rende un po’ più semplice l’immedesimazione. Edward un po’ la salva dalle grinfie della morte, un po’ la tratta con furia cieca, un po’ la ignora. Lo amo, che posso farci? Per quanto sia lunatico e per quanto io sia destinata ad amare irrimediabilmente Jacob, non si può dire che Edward non mi faccia battere il cuore.

La storia narra di un amore proibito, impossibile, eppure così necessario, quasi come l’aria: disinteressato, altruista, puro, invincibile. Nasce quasi dal nulla. Forse è amore a prima vista? Forse nasce dopo l’incidente mancato con il furgoncino di Tyler? Magari, nasce nella radura? A conti fatti, sono due giorni(radura-notte passata insieme-presentazione alla famiglia-partita a baseball fatale) di idillio, dopo di ché, scoppia il putiferio… Eppure, questo romanzo scatena in me un’attrazione fatale, proprio perché tra i protagonisti esiste un sentimento dirompente, insensato, eterno, irrazionale.

I personaggi secondari non sono ancora ben delineati, tranne forse quello di Carlisle, ma avremo altri tre libri per imparare a conoscerli meglio e amarli. Il livello di sensualità è pressoché nullo, ma lasciatevi dire che spesso The Twiligt Saga risulta molto più sensuale di tanti erotici sboccati cui qualcuna si sta abituando (senza andare troppo lontano, una fan fiction, ispirata proprio a Twilight). De gustibus non disputandum est. La sensualità, in questo caso- un plauso alla Meyer- sta proprio nel fatto di non poter lasciarsi andare a un’intimità più profonda. Sarò contorta, ma per me funziona, così come funziona il triangolo amoroso, platonico, e infine perfettamente giustificato, che si svilupperà negli altri capitoli della Saga.

Torno alla domanda di partenza. Che dirvi? Volevo recensire Twilight- senza riuscire ad arricchire le vostre conoscenze in merito, sicuramente- perché il primo amore non si scorda mai. Voto 4/5

E voi? Che ne pensate? Avete visto il film? Se sì, preferite la pellicola o il romanzo?

Tanticarisaluti