Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Recensione di Revival, di Stephen King

Revival Stephen King

La sinossi

Più di cinquant’anni fa, in una placida cittadina del New England, un’ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l’amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha “salvato” il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l’idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l’urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent’anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l’America in compagnia dell’inseparabile chitarra che l’ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l’ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. “Revival” è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.

 

La mia recensione

“Cominciai a spostarli in avanti fila dopo fila, improvvisando spari da mitragliatrice degni di un fumetto, quando un’ombra calò sopra il campo di battaglia. Alzai lo sguardo, accorgendomi di un tizio che se ne stava lì. Oscurava il sole del pomeriggio, il profilo del corpo circondato da un alone dorato: una specie di eclissi umana.

La confusione non mancava, come sempre a casa nostra di sabato pomeriggio. Andy e Con si esercitavano a baseball con alcuni compagni nel cortile più grande, tirando a turno tre palle alte e sei basse, ridendo e schiamazzando. Claire era su in camera con un paio di amiche ad ascoltare canzoni sul giradischi portatile: The Loco-Motion, Soldier Boy, Palisades Park. Dal garage proveniva un martellare insistente, mentre Terry e papà lavoravano sulla vecchia Ford del ’51 che mio padre aveva battezzato il Bolide della Strada. Una volta lo sorpresi a chiamarla «sta cazzo di roba», un’espressione che mi piacque subito e che ancora uso. Se volete sentirvi meglio, chiamate qualcosa «’sta cazzo di roba». In genere funziona.

Insomma, stava succedendo parecchio, ma in quell’istante tutto sembrò tacere all’improvviso. Forse è solo un’illusione creata da uno scherzo della memoria (o da un cupo presagio degli avvenimenti successivi), ma il ricordo è molto forte. Di colpo sparirono gli schiamazzi dei ragazzini in cortile, la musica dal piano di sopra, il frastuono nel garage. Persino gli uccelli smisero di cantare.

Poi l’uomo si curvò e il sole calante gli brillò sopra la spalla, accecandomi per un attimo. Alzai una mano per proteggermi gli occhi.

«Scusami, scusami», disse lui, spostandosi in modo che potessi guardarlo senza restare abbacinato. Aveva una giacca e una camicia nere da chiesa con il collarino bianco; sotto, un paio di jeans e di mocassini consumati. Era come se cercasse di essere due persone diverse allo stesso tempo. A sei anni, dividevo gli adulti in tre categorie: i giovani, i meno giovani e i vecchi. Lui apparteneva alla prima. Con le mani sulle ginocchia, osservava i due schieramenti che si fronteggiavano.

«Lei chi è?» gli chiesi.

«Charles Jacobs.» Aveva un nome vagamente familiare. Mi tese la mano. Non esitai a stringerla, perché a sei anni ero già beneducato. Lo eravamo tutti noi, grazie agli insegnamenti di mamma e papà.

«Perché porta un collare con quella specie di buco in mezzo?»

«Sono un prete. D’ora in poi, quando verrai in chiesa la domenica, mi troverai lì. E ci sarò anche se parteciperai alle riunioni dei Giovani Metodisti il giovedì sera.»”

 

Un trio letterario, stavolta. Ombretta, Manuela ed io. Ciao, ragazze, spero niente più pacchi. Io non lo so, questo gruppetto di lettura è sfigato e ne consegue che finisco per sembrare una lettrice pazza invasata e inappagabile. Non è vero, dovete credermi. Le nostre aspettative erano elevate- insomma, stiamo parlando del Re- ma sono state disattese. Senza esagerazione, altro che Revival! Romanzo soporifero. Leggere per credere.

Jamie Morton nasce presso una famiglia numerosa, unita e soprattutto religiosa. All’età di sei anni conosce Charles Jacobs, il parroco della chiesa metodista, e i due malgrado la differenza d’età diventano subito inseparabili. (Il primo incontro è il momento più alto della storia, persino più vibrante della “resurrezione” finale. E vi ho detto tutto.)

Charles Jacobs diventa il pilastro dell’esigua collettività, tuttavia, la permanenza del reverendo presso la placida cittadina è di soli tre anni. La disgrazia, infatti, piomba sulla sua casa, portandosi via la moglie e il figlioletto e devastandolo fino a fargli perdere la fede in dio e nel paradiso. Il prete viene cacciato malamente dalla comunità. Jamie e Jacobs si perdono di vista, per incontrarsi trent’anni e diverse vicissitudini dopo.

Ben lontano dall’adorabile bambino che era stato un tempo, il nostro protagonista è adesso un eroinomane e toccherà a Charlie -come ora si fa chiamare- guarirlo dalle sue dipendenze, curarlo come tre decenni prima ha fatto con suo fratello Con, tramite l’energia segreta sperimentata dallo stesso ex reverendo. E via così fino al 2013. Non sto scherzando. Un perdersi di vista e un ritrovarsi ciclicamente. Da parte mia attendevo con ansia gli incontri col Rev e sonnecchiavo durante gli intermezzi.

Non fraintendetemi, sono un misero insetto- ma che dico insetto?- sono un umile atomo in un mondo dove Stephen King esiste e scrive. È uno scrittore abile, il romanzo è scritto benissimo, però… Il PERÒ è grande quanto una casa a tre piani con giardino, piscina e dependance. I punti deboli non mancano. I personaggi secondari non servono a niente, tranne forse una certa Brianna. Ho capito che i comprimari altro non sono che la spalla del protagonista ma così è troppo. I dialoghi, salvo quelli intercorsi con il Rev, sono quasi del tutto superflui. La vita di Jamie Morton è di una noia assoluta. Sono giunta a una conclusione: forse, ma solo forse, King ha voluto raccontarla per “mostrarci” che, sebbene il protagonista conduca un’esistenza dissoluta (dipendenze, allontanamento volontario dalla famiglia d’origine, una relazione con una ragazza con la metà dei suoi anni) e non si ponga molti quesiti di natura etica, ritiene aprire determinate “porte” moralmente sbagliato. Infatti, Jamie crede che non ci è dato sapere se il paradiso esiste, dove andremo dopo la morte e se rivedremo i nostri cari defunti. C’è un confine invalicabile tra il regno dei vivi e quello dei morti e Jacobs vuole varcarlo e rischiare tutto. Assumendo diverse identità, viaggiando per il Paese, guarendo i malati e condannandoli a venire a patti con “La Grande Madre”, Charles Jacobs intreccerà il suo destino con quello di Jamie Morton, alla ricerca della verità, forse la più pericolosa e assoluta di tutte.

Considerazione personale: Revival poteva rimanere nell’ambito del racconto e farci una bella figura, ma trascinare la narrazione per 469 pagine ha probabilmente avvilito il tono complessivo. Di sicuro ha avvilito me.

 

Voto 3/5

Recensione de Il male non dimentica, di Roberto Costantini

il male non dimentica

La sinossi

Nella calda estate romana del 2011, un Michele Balistreri stanco e rassegnato a convivere con i suoi demoni dirige la squadra Omicidi, quando le morti della giovane Melania Druc e di sua figlia lo costringono suo malgrado a tentare di sbrogliare una matassa che una lunga serie di menzogne, tradimenti e lotte per il potere hanno intricato negli ultimi cinquant’anni, ma rappresentano anche l’esile pista da seguire per arrivare alla sola verità irrinunciabile, quella sulla morte di sua madre Italia avvenuta in Libia il 31 agosto del 1969, rimasta da allora senza colpevoli. Ma alla fine di tutto, cosa resta del Male?

Lungo un’esistenza frastagliata, tra la Libia e il belpaese, Michele Balistreri lo ha incrociato spesso, lì dove le vicende private si fondono con gli eventi della Storia, della politica, della società. E in questa sua finale discesa agli inferi, in un passato mai davvero sepolto, la lotta di Mike sarà l’ultima occasione che la vita gli concede per trovare la pace.

 

La mia recensione

Tripoli, 1962

Mike Balistreri

Questa sera il grande cortile è illuminato solo dalle lucine sul muro di cinta che circonda le ville. Si è alzato il ghi-bli, il vento da sud che porta la sabbia dal Sahara in città.

Nico, Ahmed, Karim e io ci ripariamo nell’angolo più buio del grande giardino, dietro la villa degli Hunt, accanto all’uscita posteriore. La tettoia che William Hunt ha fatto costruire per tenere in ombra la Ferrari e la Land Rover fornisce solo un riparo parziale dalle folate di vento e sabbia.

Guardo i miei tre amici. Il ghibli soffia sotto la tettoia, la sabbia ci riempie anche gli occhi. «Facciamo un patto, noi quattro» propongo. Mi faccio dare il coltellino da Ahmed.

Ci mettiamo tra la Ferrari e la Land Rover. Ma anche lì la sabbia non ci dà tregua.

In silenzio mi incido il dorso del polso sinistro, gocce di sangue escono dalla ferita.

Tocca a Nico. Sorride felice, si fa il taglio sul polso, guarda contento il sangue. Per lui è un onore fare quello che faccio io.

Karim è meno entusiasta, a lui l’idea di mischiarsi il sangue con due cristiani non piace. Fa un piccolo taglio. Esce poco sangue, e Karim lo guarda perplesso.

Poi passa il coltellino ad Ahmed, che ci guarda negli occhi, serio come al solito. Non ha paura, a lui l’idea piace. È mancino, impugna con la sinistra. In silenzio fa un taglio molto più lungo dei nostri, più profondo, il sangue esce copioso dal suo polso destro.

         L’unica lampadina appesa sotto la tettoia degli Hunt, filtrata dalla sabbia gialla, manda una luce tremula, pulviscolare. C’è odore di olio e benzina. Sentiamo il fischio del ghibli, lo sbattere delle foglie delle palme, il fremere degli eucaliptus.

         I quattro polsi si sovrappongono e il nostro sangue si mescola insieme alla sabbia.

         Sabbia e sangue. Per sempre.

 

Un finale col botto della Trilogia del male, questo ultimo capitolo dall’emblematico titolo Il male non dimentica, scritto da un autentico mito, Roberto Costantini. Vi do un primo consiglio: leggetelo come fosse un gigantesco epilogo della storia di Michele Balistreri.

Stavolta mi sono superata, ho finito il romanzo in, tipo, dodici ore. Sono da ricovero, ne sono consapevole.

Se non avete letto i primi due capitoli della trilogia, fatelo per voi, chiudete immediatamente questa recensione e procuratevi i romanzi: io suggerisco la versione cartacea.

Se invece vi siete già tuffati nella lettura di Tu sei il male e Alle radici del male, che ho precedentemente recensito, via libera.

Ma torniamo a noi. Da dove comincio? *Sospiro*

La situazione è questa: tutte le strade che Michele Balistreri ha imboccato sembravano condurlo verso una precisa meta. Il Male. Chi o che cosa è, ci chiediamo. Siamo tutti vittime o carnefici? Sembra o bianco o nero, eppure scopriremo che il confine non è così netto. Il nostro protagonista, anche quando sta fermo, reca in sé la radice del male.

Balistreri dirige la squadra Omicidi ed è morto prima ancora di morire. Sono troppi i rimpianti, le cose non dette, gli affetti perduti, i sensi di colpa, la gastrite, il ginocchio che duole, la scrivania che lo inchioda a un lavoro che non ha cercato, le bugie, le malefatte. Però è lo stesso un eroe, sì nero e pieno di macchie, ma senza paura. Non per se stesso, almeno.

La sua storia con Linda Nardi, bella e capace giornalista, è finita ancora prima di cominciare. Un amore platonico li legava, ora, l’unico legame tra loro è il doloroso ricordo di quella maledetta sera.

Angelo Dioguardi è uscito di scena dopo l’incredibile confessione sul delitto di Elisa Sordi e il racconto dei propri sciagurati trenta secondi.

Claudia Teodori si è sacrificata per l’amica Deborah e ha incastrato Nico Gerace, colpevole dell’omicidio di Anita e di Nadia Al Bakri. E noi che c’eravamo affezionati.

Salvatore Balistreri, il padre di Mike, è stato esiliato in America dallo stesso figlio che non vuole più saperne.

Italia Bruseghin, la mamma di Michele è morta nel 1969 e ancora non si sa chi sia stato l’esecutore materiale, anche se il colpevole morale corrisponde alla persona di Balistreri senior, ne siamo certi.

Emilio Busi e Monsignor Pizza, compari di vecchia data di Salvatore Balistreri- un parvenu palermitano- e responsabili del colpo di stato libanese, hanno conseguito la scalata al successo. Sono potenti, ricoprono cariche ai vertici del governo e del Vaticano, hanno le mani in pasta, fanno i soldi, e sono come i gatti: cadono sempre in piedi.

Ahmed è morto, ammazzato dallo stesso Mike e Karim, l’uomo con l’orecchio tagliato, è diventato il braccio destro di Gheddafi e si è vendicato con Farid, il fratellastro, per la morte di Nadia.

La lettera con cui Laura Hunt, il grande amore di Mike, lo assolve e gli dice addio, si trova tre le pagine libro di Nietsche, appartenuto a Italia.

Sembra tutto a posto, il dubbio che corrodeva l’anima oscura di Michele si assopisce a colpi di whisky e sigarette, fino a quando Tanja e Melania Druc non vengono ritrovate morte, e la prima ha la falangetta recisa. È un chiaro indizio, richiama gli omicidi di Nadia e Anita, forse c’è ancora spazio per la verità e la redenzione di Michele.

Il vecchio commissario infatti sa che le coincidenze non esistono, glielo ha insegnato il buon Teodori, e rimette in moto il cervello fino a ricomporre il puzzle pezzo per pezzo.

Riassumo il romanzo in tre parole: Cadrete Dalla Sedia.

Approvate la mia scelta? Non ho comunque alcun merito.

Arrivata a questo punto, voglio parlare di questo autore straordinario e del suo stile ineguagliabile. Dalla biografia apprendiamo che fare lo scrittore non è il suo mestiere. Al mio segnale, potete recuperare la mandibola. Quando ho letto che è dirigente della Luiss Guido Carli e che insegna al Master in Business Administration, ho fatto tanto d’occhi. Roberto Costantini non scrive per vivere, ma a mio modesto parere è nato per scrivere.

Ho amato quattro, e più, cose dell’espressione narrativa di questo scrittore: la caratterizzazione immediata di luoghi e persone; il fatto che niente, niente, sia lasciato al caso; il suo passare abilmente dalla prima alla terza persona per abbracciare più punti di vista; e la sua scrittura scorrevole, che facilita la lettura grazie al linguaggio sempre comprensibile.

Leggendo, avremo l’impressione di sapere tutto a trecentosessanta gradi, sentiremo il ghibli soffiare, la sabbia riempirci gli occhi, vedremo Nico Gerace rozzo ma ripulito e apprenderemo che anche il particolare più infinitesimale è lì per un preciso motivo.

Uniche due pecche: non ho potuto fare a meno di notare qualche strafalcione dialettale, ma apprezzo lo sforzo, e la totale assenza di Dioguardi nel terzo volume. Ecco, adesso sono nostalgica.

 

Ma Marlene Hunt era esistita solo nel tempo di Mike, un tempo in cui ogni cosa era più sabbiosa del ghibli e più rossa del sangue.

Un tempo in cui la rabbia contro mio padre giustificava tutto, anche scoparsi la madre della ragazza che amavo, anche sgozzare tre soldati al Cairo e Salim, anche sparare a Gheddafi. Marlene Hunt non era peggio di Mike. E diversamente da Ahmed, aveva saputo trasformare la sua vita, dall’odio all’amore.

Il surfista compì un’altra evoluzione spericolata e finì in acqua. Istintivamente feci per alzarmi ma la mano di Linda si posò sul mio braccio.

«Ce la fa anche senza di te.»

Linda sorrise e la sua mano sfiorò la mia. Ero sfinito ma non stanco, malinconico ma non triste. Ero felice.

 

Ciao, Michele, e goditi la pensione.

Voto 5/5

 

 

 

Recensione di Alle radici del male, di Roberto Costantini

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La sinossi

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo della Libia postcoloniale, gli anni giovanili di Mike sono segnati da due atroci morti irrisolte, da due amori impossibili, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici. Roma, settembre 1982. Il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata al suo arrivo nella Capitale. Per un debito di gratitudine, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette. Ma le morti di oggi e quelle di ieri sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia e gli ideali si scontreranno con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà il disperato eroismo di una ragazza a condurlo per mano fino alle radici del male.

 

 

La mia recensione

Mi sento molto privilegiata quando un romanzo come “Alle radici del male”, di Roberto Costantini, incrocia i miei passi. Il secondo capitolo della Trilogia del Male, preceduto da “Tu sei il male”, si è fatto divorare in due pomeriggi e mezza mattina.

Non che sia una lettura leggera, ma è talmente scorrevole e avvincente che arrivi all’ultima pagina senza capire come hai fatto e soprattutto senza ricordare se o che cosa hai mangiato.

Teniamo conto che la Libia, che ha visto nascere il nostro Mike Balistreri, è la radice del male. Il racconto infatti si divide in due momenti: il passato e quindi gli anni sessanta, e il presente, dunque gli anni ottanta, subito dopo l’omicidio di Elisa Sordi per intenderci.

Avevamo lasciato un Michele invecchiato male, tutto gastrite e ginocchio dolorante, siamo ancora scossi dall’avere appreso l’identità dell’assassino della bellissima e giovane Elisa, ed ecco che Costantini ci porta indietro nel tempo.

Devo subito dire una cosa: io sono una lettrice curiosa ed esigente, che pretende di sapere perché, come, dove, quando. Vorrei che certi romanzi, quelli che mi piacciono davvero, partissero a narrare sin dal battesimo del protagonista e “Alle radici” soddisfa in pieno questa mia pretensione all’onniscienza, visto che apprendiamo degli anni giovanili di Mike Balistreri.

Il rischio spoiler che voglio evitare come la peste mi obbliga entro certi limiti, però posso dire che eventi come il Festival di Sanremo, o il Mondiale di calcio, assumono una pregnanza simbolica e fanno da filo conduttore all’intera Trilogia del male. Di seguito posto il prologo.

 

Sabato primo febbraio 1958

 

La zanzariera tra il salone della villa e la veranda sul grande giardino è spalancata. Anche se l’aria è tiepida, non ci sono zanzare in febbraio a Tripoli.

Da fuori arriva il gracidio delle rane nel silenzio della notte africana.

Siamo tutti lì, nel salone. Per la serata finale del Festival di Sanremo. Le tre famiglie.

I sei Al Bakri, i libici: il capofamiglia Mohammed, i quattro figli maschi Farid, Salim, Ahmed e Karim, e la sorellina più piccola, Nadia. Le due mogli di Mohammed sono come sempre relegate nella loro baracca.

I tre Hunt, gli americani: William, la moglie Marlene, la piccola Laura.

E noi, i cinque Bruseghin-Balistreri, gli italiani: il nonno Giuseppe, mio padre Salvatore, mia madre Italia, mio fratello Alberto e io, Michelino.

Sullo schermo del televisore Marelli, in bianco e nero, Domenico Modugno canta la canzone vincitrice del festival. Siedo sul divano a tre posti, tra le due donne della mia vita. Quella da cui sono nato e quella con cui vivrò. La vita è bellissima, tutta davanti a me.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito

E incominciavo a volare nel cielo infinito

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Non è stupendo?

Andiamo per gradi, vi va? A seguito di uno spiacevole avvenimento scolastico, Mike, Ahmed, Nico e Karim, amici per la pelle, sanciscono un patto di sangue che li lega per la vita. I quattro ragazzini, pur appartenendo a tre estrazioni sociali completamente differenti- paria italiano Nico, modesti libici i fratelli Karim e Ahmed il cui padre è alle dipendenze di Balistreri senior, e figlio dell’italiano più importante e stimato di Tripoli, Mike- vivranno gli anni giovanili in simbiosi e sempre al confine con la delinquenza. Balleranno sul filo del rasoio, o sul filo del coltellino di Ahmed, se volete. Capirete leggendo.

Due efferati delitti, però, funesteranno l’adolescenza, tutt’altro che spensierata, del sanguigno Michele Balistreri e metteranno duramente alla prova il suo rapporto col padre, Salvatore Balistreri, e la stessa Mank (acronimo ricavato dai nomi dei membri del patto di sangue). Come se non bastasse, due amori- carnale e sconsiderato uno, e puro e profondo l’altro- si fonderanno fino a formare una melma viscida di cui Mike non si libererà mai.

Sarà il coinvolgimento generale in un complotto per deporre la monarchia libica a favore di Gheddafi che segnerà il passaggio alla vita adulta di Michele e lo condurrà verso una nuova patria, l’Italia.

Siamo a Roma, 1982. Balistreri è un commissario di polizia svogliato, che pensa solo a tornarsene in Libia e che nel frattempo si da all’alcool, al poker con Angelo (Dioguardi *___*) e al sesso occasionale. Due cose deve fare: indagare sull’omicidio di Anita, una giovane sudamericana trovata morta e col dito mozzato al parco, e proteggere la figlia di Teodori, l’investigatore che in Tu sei il male ha salvato la carriera e l’onore di Balistreri, Claudia.

E di due cose il nostro super poliziotto ne fa appena mezza, e pure male. Così come è avvenuto (a onor del vero, avverrà nel 2006, ndr) per l’omicidio di Elisa Sordi, infatti, solo quando passato e presente si mischieranno inestricabilmente tra loro, Michele si adopererà per scoprire la verità.

Varrà ancora il patto di sangue? Chi dei suoi amici potrà aiutarlo?

In questo romanzo ho trovato tutto: l’amore, l’amicizia fraterna, il rapporto genitori-figli, i tradimenti, uno spaccato di società libica, e uno di società italiana, complotti, mistero, efferatezza e infine, la storia contemporanea, asservita alla narrazione e quindi proprio per questo con estrose aggiunte. L’ho letteralmente amato, e se avete apprezzato Tu sei il male, non potrete che amarlo anche voi.

Adorerete il focoso Michele Balistreri, pieno di assurdi preconcetti, apatico a volte e solerte altre, caratterizzato dall’autore fino ai minimi, forse impercettibili, dettagli.

Io e Angelo non festeggiammo per niente. Io perché ero di umore nero, Angelo perché non si era ancora ripreso dalla rottura con Paola. Ci facemmo una passeggiata per la Garbatella, lui imbacuccato con piumino e colbacco per proteggersi dal freddo pungente, io con il solo vecchio giaccone invernale che avevo. Girammo in silenzio in quel quartiere costruito per vivere da esseri umani in una città sempre meno umana, mentre tutti brindavano e sparavano i botti.

A me questa storia del giaccone liso, l’unico capo pesante nell’armadio del Balistreri, mi ha fatta impazzire. Michele non fa che sottolineare mentalmente che giacche spesse e calde non gli serviranno più, una volta tornato nell’amata Libia, come si ripromette.

E poi, il finale, grande insegnamento a chi si chiede “perché a me?”. Forse non c’è dato sapere. Magari sapremo quando saremo pronti, oppure mai.

Dovevo accettare di vivere senza conoscere la verità. Come i genitori di Elisa Sordi, la cui figlia diciottenne era stata massacrata mentre io guardavo la finale del mondiale tra Italia e Germania. Come i tanti al mondo che soffrono per una grande disgrazia senza sapere perché è capitata a loro.

Io non ero più importante di quelle persone. Le mie disgrazie erano uguali alle loro.

Uno scoppio di risa per strada ruppe il silenzio magico di quella notte. Partì un coro di ubriachi. Cantavano a squarciagola, incuranti delle loro voci stonate.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Voto 5/5

Recensione di Tu sei il male, di Roberto Costantini

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La sinossi

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Arrogante e svogliato, Balistreri prende sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta a capofitto nelle indagini. Qualcosa però va storto e il delitto rimarrà insoluto. Roma, 6 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di antidepressivi. Il suicidio dell’anziana donna alimenta i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire l’inchiesta. Ma rendere finalmente giustizia a Elisa Sordi dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne sotto cui è sepolta, e affrontare un male elusivo quanto tenace, che ha molteplici volti uno più spaventoso dell’altro.

 


La mia recensione

Chi mi conosce sa che difficilmente grido al capolavoro, ma Tu sei il male di Roberto Costantini è una stupenda eccezione da cinque meritatissime stelle. Questo romanzo mi è stato caldamente suggerito dalla mia amica Ombretta, che non sbaglia mai un colpo, e a questo punto ho ragione di prendere per oro colato tutti i suoi consigli letterari. Tu sei il male io non l’ho soltanto letto, l’ho bevuto, o meglio divorato, fagocitato in nemmeno tre giorni. Per circa settantadue ore è stato il mio pane, un pane mai raffermo, anzi. Non un solo secondo di noia, bensì 669 pagine di unghie mangiucchiate e scleri a colpi di WhatsApp con la comprensiva Ombretta che, diciamocelo, poteva pure bloccarmi ma non l’ha fatto. Grazie, Ombri, la prendo per una grandissima dimostrazione d’affetto, e scusa se ti ho tormentata. Questa recensione non recherà estratti, in quanto ogni singola riga scritta da Roberto Costantini è talmente pregnante di significato che il rischio spoiler è troppo alto e non voglio in nessun modo rovinarvi la lettura. Ho deciso che posterò solo l’incipit e il finale.

 “«Piatto» fu la prima parola che sentii dire ad Angelo Dioguardi. Ero entrato nella stanza piena di fumo solo perché c’era il mobile bar e volevo riempirmi il bicchiere dalla bottiglia di Lagavulin che avevo adocchiato. Conoscevo di vista tre dei quattro che stavano giocando a poker, ma non il ragazzo alto con i capelli biondi lunghi e arruffati, i basettoni e gli occhi azzurri. Davanti a lui erano ammucchiate quasi tutte le fiches.”

Siamo nella Roma degli anni ottanta e succede che questo Michele Balistreri, affascinante e giovane commissario di polizia, conosce quasi per caso tale Angelo Dioguardi. I due coetanei, seppur diametralmente opposti per carattere e stile di vita, diventano così amici che Michele di tanto in tanto fa visita ad Angelo sul posto di lavoro. L’amico, infatti, lavora presso una società immobiliare del Vaticano, cui fa capo un pezzo grosso del clero italiano, il Cardinale Alessandrini, nonché zio della sua attuale fidanzata, Paola. E già qui avviene il mio primo capitombolo dalla sedia: perché ciò che dalla trama non si evince è che Balistreri conosce Elisa da viva. Quella che poi sarà la vittima è una giovanissima, modesta e timida impiegata che Michele nella sua mente chiama “dea” per la sua bellezza conturbante, in grado forse di corrompere anche l’uomo più incorruttibile e il chierico più convinto della propria castità.

Il giorno della finale del Mundial si respira una strana aria, sarà perché sappiamo dalla sinossi che il delitto si consumerà proprio durante la vittoria dell’Italia, o sarà perché Costantini sapientemente cuce attorno al lettore una particolare atmosfera di festa mista a tragedia. Io propendo per la seconda ipotesi. Si percepiscono aspettativa e ottimismo, insieme a un insolito silenzio, lì, in via della Camilluccia, dove si colloca un lussuoso complesso residenziale. Un silenzio che diventerà assordante, omertoso e crudele. Perché quello che all’apparenza è un allontanamento temporaneo di Elisa, diventa sparizione e infine si tramuta nella scoperta di un crimine efferato. Il corpo della bellissima giovane viene ritrovato sul greto del Tevere qualche giorno dopo, sfregiato e martoriato, chissà se dal fiume e i ratti, chissà se dal suo aguzzino.

Chi è stato? Forse il giovane e volubile padre Paul? Oppure l’insicuro Valerio Bona, che si era invaghito, non corrisposto, di Elisa? O ancora il figlio del Conte Tommaso dei Banchi di Aglieno, Manfredi, sfigurato in volto e forse anche nell’anima? Oppure lo stesso Conte? E che mi dite del Cardinale, così altero e inarrivabile? Tutti saranno interrogati, poche piste verranno percorse. Perché è certo che la vittima conosceva il suo carnefice. Fatto sta che al lettore e agli stessi inquirenti sembrano tutti colpevoli e allo stesso tempo il caso di Elisa Sordi rimane irrisolto a causa di alibi poco plausibili.

La narrazione compie un salto di ventiquattro anni, ma non solo. Se prima il racconto spettava a Michele Balistreri in prima persona, adesso un narratore onnisciente prende il suo posto, segnando uno stacco netto tra il giovane commissario saccente e un po’ svogliato e il vecchio Capo della Sezione Speciale Stranieri che va avanti a forza di medicine, sigarette e antidepressivi. Un cliché, direte voi, ma chi vive di rimorsi muore dentro poco a poco ed è quello che accade a Michele Balistreri, ormai cinquantaseienne. Ho trovato le scelte dell’autore audaci, ma mai avventate o scontate.

Che cosa succederebbe se anni dopo altri crimini si ricollegassero per modus operandi direttamente all’omicidio di Elisa? Giovani vittime, ragazze belle e sole, sfigurate, incise ma mai violentate dall’assassino. Sembra una perversione sessuale. E se invece sotto ci fosse molto, molto di più? Se i delitti fossero connessi alla vendetta personale e alla politica italiana? Che giustizia offrirebbe l’Italia, che si professa uno Stato laico ma che non lo è fino in fondo, ai martiri e alle loro famiglie che soccombono alla crudeltà umana? Quante e quali informazioni, certamente distorte e parziali, giungerebbero agli spettatori che osservano passivamente attraverso il piccolo schermo o le pagine dei quotidiani? La televisione e i giornali diluiscono anche la brutalità più atroce fino a farla sembrare normale amministrazione, ma Balistreri stavolta cercherà la verità assoluta e non si accontenterà di un banale surrogato.

Leggete Tu sei il male concentrati sui vari passaggi, con uno sguardo smaliziato e un occhio critico verso l’attualità. Vi avverto, ricorda un po’ il delitto di via Poma, che ahimè non è un romanzo ma a quanto ne so ne hanno ricavato un film. Tu sei il male richiama i delitti irrisolti, e anche quelli che hanno ottenuto una sofferta soluzione, e punta il dito verso i trenta secondi che possono fare la differenza e decidere chi vive e chi muore, perché tutti noi potremmo essere il male. Soprattutto, vi farà stare tremanti e col fiato sospeso fino all’interminabile finale.

 “Iniziò a piovere forte. Restammo lì, in silenzio, mentre la luce pallida del giorno si affievoliva. La pioggia ci bagnava i capelli, il viso, il corpo, entrava nelle scarpe. Poi, a uno a uno, i puntini delle case in fondo alla valle cominciarono a illuminarsi nel crepuscolo. La madre guardò un’ultima volta il piccolo balestruccio immobile. Poi si librò nell’aria e volò via da sola. Non era felice, ma cinguettava.”

 Voto 5/5

 

Recensione di Sai tenere un segreto?, di Sophie Kinsella

sai tenere un segreto

La sinossi

Emma Corrigan è una ragazza normale, lavora in una multinazionale ed ha un fidanzato simpatico. E come tutte le ragazze normali coltiva i suoi sogni, i suoi segreti e le sue paure. E proprio cercando di fronteggiare una delle sue più grandi paure, quella di volare, si trova a raccontare tutti i suoi più intimi segreti al suo compagno di viaggio, un simpatico americano. Che altri non è che…

 

La mia recensione

“Naturale che ho dei segreti. Ovvio. Tutti ne abbiamo. È assolutamente normale. Sono sicura di non essere peggiore di altri. Non sto parlando di segreti grossi, sconvolgenti, del tipo “il presidente sta pensando di bombardare il Giappone  e solo Will Smith può salvare il mondo”. No, io intendo dire piccoli normalissimi segreti. Come questi, per esempio, i primi che mi vengono in mente: 

1) La mia borsa di Kate Spade è falsa. 

2) Adoro lo sherry dolce, il liquore meno chic dell’intero universo. 

3) Non ho idea di cosa significhi la sigla nato. Né di cosa si tratti esattamente.

4) Peso cinquantotto chili e mezzo, e non cinquantadue e mezzo come pensa Connor, il mio fidanzato. (Anche  se, a mia discolpa, quando gliel’ho confessato avevo deciso di mettermi a dieta. E poi, in fondo, cambia solo un  numero.) 

5) Ho sempre pensato che Connor assomigli un po’ a Ken. Il Ken di Barbie, intendo. 

6) A volte, nel bel mezzo di un appassionato rapporto sessuale, vengo assalita da un’improvvisa voglia di ridere. 

7) Ho perso la verginità nella camera degli ospiti con Danny Nussbaum, mentre mamma e papà erano di sotto a  guardare Ben Hur. 

8) Ho già bevuto le bottiglie di vino che papà mi aveva detto di lasciare invecchiare in cantina per vent’anni. 

9) Sammy, il pesce rosso dei miei genitori, non è lo stesso pesce rosso che mi avevano lasciato in custodia  prima di andare in Egitto. 

10) Quando la mia collega Artemis mi fa veramente arrabbiare (cioè praticamente ogni giorno), annaffio la sua  pianta con il succo d’arancia. 

11) Una volta in sogno ho avuto una fantasia lesbica molto bizzarra sulla mia compagna di appartamento Lissy. 

12) Il perizoma mi da fastidio. 

13) Ho sempre avuto la profonda, radicata convinzione di non essere una persona come tutte le altre, e che ci sia una fantastica, eccitante nuova vita che mi attende dietro l’angolo. 

14) Non ho la minima idea di cosa stia dicendo questo tizio in abito grigio davanti a me. 

15) E ho anche dimenticato come si chiama.”

Parola d’ordine: dirty little secrets, come recita lo slogan di Scandal, la mia serie tv preferita. Piccoli, sporchi segreti. Che, a differenza di ciò che accade in quel di Shondaland, non fanno male a nessuno e che, soprattutto, ognuno di noi custodisce. Normale che sia così, perché non puoi certo dire al primo che ti capita a tiro: “Piacere, sono Emma Carrigan e mi danno fastidio i perizomi”.

È stata la mia amica Ombretta a suggerirmi questo romanzo, descrivendolo come una perfetta lettura estiva. Ciao, Ombri, ti voglio bene. E aveva ragione! Posso dirvi che ho riso dall’inizio alla fine? Ecco, ve lo dico.

Succede che questa Emma Carrigan prende l’aereo per un breve volo da Glasgow a Londra. L’apparecchio attraversa una turbolenza. E lei che fa? Complice il bicchierino che ha ingollato prima di salire a bordo, o la paura di volare, spiffera al suo vicino tutto quello che non avrebbe mai il coraggio di dire ad anima viva. Nemmeno alla sua migliore amica Lissy.

“«Non ho mai scalato una montagna, non mi sono fatta fare un tatuaggio, non so neppure se ce l’ho, un punto G…»”

Sai quando pensi di morire e decidi per un’ultima confessione? Proprio così. Emma sciorina tutti i suoi pensieri più intimi a un simpatico americano, per dimenticare il fatto subito dopo l’atterraggio e archiviarlo come una situazione imbarazzante da chiudere nel cassetto delle “basse figure”. Del resto, ha un fidanzato a cui far ritorno. Connor, che Emma crede di amare semplicemente perché è bello. Permettimi di dirtelo, ragazza mia, non funziona così. Dopo il week-end, Emma torna in ufficio e che cosa scopre? Che il simpatico americano, Jack, altri non è che il fondatore della multinazionale per cui lavora e che, ciliegina sulla torta, lui ricorda ogni singola, maledetta parola dello sproloquio della protagonista. E giù altre risate.

Emma è ingenua fino al midollo. È quel che si dice “la ragazza della porta accanto”. Come tutte, ha desideri, qualche complesso di inferiorità, ambizioni e paure e… una famiglia strana e una coinquilina completamente svitata. Normale, no?

E se i suoi pensieri più intimi venissero sbandierati in tv? Voi, al suo posto, che fareste? Se qualcuno rivelasse al mondo i vostri ingenui segretucci, vi chiudereste in casa, diventando eremiti? Non aprireste la porta nemmeno al ragazzo delle consegne e vi lascereste morire di fame? Io me lo sono chiesta. Emma imparerà che la verità e le opinioni personali non sono certo qualcosa da nascondere, e, con i dovuti modi e la dovuta diplomazia, diventerà più spigliata e coraggiosa. Perché le persone che amiamo dovrebbero almeno sapere che non ci piacciono il jazz e Woody Allen, no? Emma cresce, forse, tutto in una volta. E mi piace.

Non vi voglio annoiare, giuro. La mia, più che una recensione, è la segnalazione di un romanzo che va letto senza aspettarsi nulla di profondo, o una scrittura da premio Pulitzer, o una lettura in grado di cambiare la vita di chi legge (vedi il Cavaliere d’Inverno della Simons). Sebbene la copertina non dica niente, leggetelo così, per farvi due risate e trascorrere qualche ora spensierata.

Voto 3/5