Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Recensione di Casa dolce casa, Mary Higgins Clark

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La sinossi

Celia sta per entrare nel luogo che avrebbe voluto seppellire nel suo passato più di ogni altra cosa al mondo: la casa della sua infanzia. La casa che abitava quando lei era Liza. La casa che abitava quando aveva ancora una madre. La casa in cui si era svegliata quella mattina e le aveva sparato… Ora Liza non esiste più, al suo posto c’è una giovane donna di nome Celia, un passato pesante come un macigno e difficile da nascondere, una famiglia affidataria che l’ha cresciuta e un marito che le sta per regalare la casa dei suoi sogni… o dei suoi incubi…

 

La mia recensione

Lizzie Borden prese un’accetta

E quaranta colpi diede alla madre;

quando vide quel che aveva fatto

quarantuno ne diede al padre!

Parola d’ordine: boh! Ho letto questo romanzo perché ne ho una copia “Mondolibri”. Era a casa di mia madre da chissà quanti anni, vale a dire nel dimenticatoio. Sapete il fascino delle pagine ingiallite? L’ho subito. Infatti, ho iniziato a leggerlo perché non so resistere al richiamo ammaliatore del buon, caro, vecchio romanzo cartaceo. Ho proseguito, seppur assai riluttante, per la fama di regina del mystery di Mary Higgins Clark. Quando c’è scappato il primo morto, il mio interesse si è destato tutto in una volta e l’ho finito in un pomeriggio. Ed eccomi a recensirlo.

Casa dolce casa è un romanzo che definirei corale. Celia Nolan si trasferisce col figlioletto Jack e il secondo marito Alex presso una lussuosa abitazione nello stato del New Jersey, regalo di lui per il suo trentaquattresimo compleanno.

Sarebbe un gran bel dono, se non fosse che la dimora, ventiquattro anni prima, è stata teatro di una tragedia. La piccola Liza Barton, allora decenne, nel tentativo di difendere la madre dall’aggressione del patrigno, spara un colpo di pistola e accidentalmente la uccide. Nessuno ha dimenticato, nessuno è del tutto convinto dell’innocenza di Liza. Questo il caso di cronaca che darà il nome alla villa di Old Mill Lane. La casa della piccola Lizzie… Che Celia trova vandalizzata il giorno stesso del trasloco.

Ma la protagonista non è estranea ai fatti. Liza Barton è lei. Lei ha sparato alla mamma, è stata assolta, poi adottata in California, infine ha cambiato nome. Nessuno sa di lei, solo il defunto marito e padre di Jack lo sapeva e, in punto di morte, le ha fatto promettere di non far parola ad anima viva della sua vera identità. Forse le uniche “colpe” di Celia-Liza sono queste. Vivere sotto mentite spoglie, sposare un uomo con il quale non può essere sincera completamente, affidare la sua vita e il figlioletto al marito di cui sa ben poco.

Dicevo che si tratta di un racconto corale perché la narrazione spetta a Celia-Liza, ma anche all’agente immobiliare Georgette, alla giornalista Dru, e agli inquirenti, tra cui il magistrato Jeffrey MacKingsley. Come se ognuno desse il proprio contributo a ripulire la reputazione di Liza Barton e a risolvere il caso. Perché una cosa è certa: qualcuno sta approfittando del crollo nervoso di Celia- che si vede costretta a fare buon viso a cattivo gioco abitando nella stessa casa dove ha ucciso sua madre e ferito il patrigno- per incastrarla.

La prima parte del romanzo langue, un inizio in sordina che mi ha suggerito di mollare. Brevi capitoli di massimo tre o quattro pagine che cominciano e si concludono dando la parola alla protagonista o a qualcuno dei personaggi secondari. Proprio per questo ho trovato difficile entrare nel vivo dei caratteri, della narrazione, o collocare nel tempo i vari racconti. Lasciamo Celia-Liza alle otto di sera, e nel capitolo successivo leggiamo l’interrogatorio alle sedici di quello stesso giorno. O_o

I delitti sono all’acqua di rose: un colpo di pistola in fronte e il gioco è fatto, il personaggio scomodo ce lo siamo tolti di mezzo. Non che pretendessi lo splatter a tutti i costi, però ecco, magari una botta di corpo contundente, così tanto per cambiare. Un’atmosfera più tesa, un po’ più noir… Niente di tutto quello che ci si possa aspettare da un thriller, mystery, giallo o come lo chiamano. Inoltre, la descrizione dei luoghi e dei personaggi secondari è poco accurata, e ho finito per scambiarli tra loro fino a quando non ho deciso di cerchiare a matita i nomi di tutti. Anche degli inquirenti facevo un unico mazzo, lo ammetto.

Il finale è frettoloso. Non per farmi bella, ma avevo intuito il colpevole a metà libro. Insomma, carina l’idea di fondo ma sviluppata superficialmente e forse si poteva giocare un po’ di più sull’uomo nero per renderlo più insospettabile, e azzerare del tutto i suoi comportamenti equivoci per far cascare il lettore dalla sedia, cosa che naturalmente non mi è successa.

 

Voto 3/5

 

Recensione di Alle radici del male, di Roberto Costantini

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La sinossi

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo della Libia postcoloniale, gli anni giovanili di Mike sono segnati da due atroci morti irrisolte, da due amori impossibili, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici. Roma, settembre 1982. Il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata al suo arrivo nella Capitale. Per un debito di gratitudine, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette. Ma le morti di oggi e quelle di ieri sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia e gli ideali si scontreranno con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà il disperato eroismo di una ragazza a condurlo per mano fino alle radici del male.

 

 

La mia recensione

Mi sento molto privilegiata quando un romanzo come “Alle radici del male”, di Roberto Costantini, incrocia i miei passi. Il secondo capitolo della Trilogia del Male, preceduto da “Tu sei il male”, si è fatto divorare in due pomeriggi e mezza mattina.

Non che sia una lettura leggera, ma è talmente scorrevole e avvincente che arrivi all’ultima pagina senza capire come hai fatto e soprattutto senza ricordare se o che cosa hai mangiato.

Teniamo conto che la Libia, che ha visto nascere il nostro Mike Balistreri, è la radice del male. Il racconto infatti si divide in due momenti: il passato e quindi gli anni sessanta, e il presente, dunque gli anni ottanta, subito dopo l’omicidio di Elisa Sordi per intenderci.

Avevamo lasciato un Michele invecchiato male, tutto gastrite e ginocchio dolorante, siamo ancora scossi dall’avere appreso l’identità dell’assassino della bellissima e giovane Elisa, ed ecco che Costantini ci porta indietro nel tempo.

Devo subito dire una cosa: io sono una lettrice curiosa ed esigente, che pretende di sapere perché, come, dove, quando. Vorrei che certi romanzi, quelli che mi piacciono davvero, partissero a narrare sin dal battesimo del protagonista e “Alle radici” soddisfa in pieno questa mia pretensione all’onniscienza, visto che apprendiamo degli anni giovanili di Mike Balistreri.

Il rischio spoiler che voglio evitare come la peste mi obbliga entro certi limiti, però posso dire che eventi come il Festival di Sanremo, o il Mondiale di calcio, assumono una pregnanza simbolica e fanno da filo conduttore all’intera Trilogia del male. Di seguito posto il prologo.

 

Sabato primo febbraio 1958

 

La zanzariera tra il salone della villa e la veranda sul grande giardino è spalancata. Anche se l’aria è tiepida, non ci sono zanzare in febbraio a Tripoli.

Da fuori arriva il gracidio delle rane nel silenzio della notte africana.

Siamo tutti lì, nel salone. Per la serata finale del Festival di Sanremo. Le tre famiglie.

I sei Al Bakri, i libici: il capofamiglia Mohammed, i quattro figli maschi Farid, Salim, Ahmed e Karim, e la sorellina più piccola, Nadia. Le due mogli di Mohammed sono come sempre relegate nella loro baracca.

I tre Hunt, gli americani: William, la moglie Marlene, la piccola Laura.

E noi, i cinque Bruseghin-Balistreri, gli italiani: il nonno Giuseppe, mio padre Salvatore, mia madre Italia, mio fratello Alberto e io, Michelino.

Sullo schermo del televisore Marelli, in bianco e nero, Domenico Modugno canta la canzone vincitrice del festival. Siedo sul divano a tre posti, tra le due donne della mia vita. Quella da cui sono nato e quella con cui vivrò. La vita è bellissima, tutta davanti a me.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito

E incominciavo a volare nel cielo infinito

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Non è stupendo?

Andiamo per gradi, vi va? A seguito di uno spiacevole avvenimento scolastico, Mike, Ahmed, Nico e Karim, amici per la pelle, sanciscono un patto di sangue che li lega per la vita. I quattro ragazzini, pur appartenendo a tre estrazioni sociali completamente differenti- paria italiano Nico, modesti libici i fratelli Karim e Ahmed il cui padre è alle dipendenze di Balistreri senior, e figlio dell’italiano più importante e stimato di Tripoli, Mike- vivranno gli anni giovanili in simbiosi e sempre al confine con la delinquenza. Balleranno sul filo del rasoio, o sul filo del coltellino di Ahmed, se volete. Capirete leggendo.

Due efferati delitti, però, funesteranno l’adolescenza, tutt’altro che spensierata, del sanguigno Michele Balistreri e metteranno duramente alla prova il suo rapporto col padre, Salvatore Balistreri, e la stessa Mank (acronimo ricavato dai nomi dei membri del patto di sangue). Come se non bastasse, due amori- carnale e sconsiderato uno, e puro e profondo l’altro- si fonderanno fino a formare una melma viscida di cui Mike non si libererà mai.

Sarà il coinvolgimento generale in un complotto per deporre la monarchia libica a favore di Gheddafi che segnerà il passaggio alla vita adulta di Michele e lo condurrà verso una nuova patria, l’Italia.

Siamo a Roma, 1982. Balistreri è un commissario di polizia svogliato, che pensa solo a tornarsene in Libia e che nel frattempo si da all’alcool, al poker con Angelo (Dioguardi *___*) e al sesso occasionale. Due cose deve fare: indagare sull’omicidio di Anita, una giovane sudamericana trovata morta e col dito mozzato al parco, e proteggere la figlia di Teodori, l’investigatore che in Tu sei il male ha salvato la carriera e l’onore di Balistreri, Claudia.

E di due cose il nostro super poliziotto ne fa appena mezza, e pure male. Così come è avvenuto (a onor del vero, avverrà nel 2006, ndr) per l’omicidio di Elisa Sordi, infatti, solo quando passato e presente si mischieranno inestricabilmente tra loro, Michele si adopererà per scoprire la verità.

Varrà ancora il patto di sangue? Chi dei suoi amici potrà aiutarlo?

In questo romanzo ho trovato tutto: l’amore, l’amicizia fraterna, il rapporto genitori-figli, i tradimenti, uno spaccato di società libica, e uno di società italiana, complotti, mistero, efferatezza e infine, la storia contemporanea, asservita alla narrazione e quindi proprio per questo con estrose aggiunte. L’ho letteralmente amato, e se avete apprezzato Tu sei il male, non potrete che amarlo anche voi.

Adorerete il focoso Michele Balistreri, pieno di assurdi preconcetti, apatico a volte e solerte altre, caratterizzato dall’autore fino ai minimi, forse impercettibili, dettagli.

Io e Angelo non festeggiammo per niente. Io perché ero di umore nero, Angelo perché non si era ancora ripreso dalla rottura con Paola. Ci facemmo una passeggiata per la Garbatella, lui imbacuccato con piumino e colbacco per proteggersi dal freddo pungente, io con il solo vecchio giaccone invernale che avevo. Girammo in silenzio in quel quartiere costruito per vivere da esseri umani in una città sempre meno umana, mentre tutti brindavano e sparavano i botti.

A me questa storia del giaccone liso, l’unico capo pesante nell’armadio del Balistreri, mi ha fatta impazzire. Michele non fa che sottolineare mentalmente che giacche spesse e calde non gli serviranno più, una volta tornato nell’amata Libia, come si ripromette.

E poi, il finale, grande insegnamento a chi si chiede “perché a me?”. Forse non c’è dato sapere. Magari sapremo quando saremo pronti, oppure mai.

Dovevo accettare di vivere senza conoscere la verità. Come i genitori di Elisa Sordi, la cui figlia diciottenne era stata massacrata mentre io guardavo la finale del mondiale tra Italia e Germania. Come i tanti al mondo che soffrono per una grande disgrazia senza sapere perché è capitata a loro.

Io non ero più importante di quelle persone. Le mie disgrazie erano uguali alle loro.

Uno scoppio di risa per strada ruppe il silenzio magico di quella notte. Partì un coro di ubriachi. Cantavano a squarciagola, incuranti delle loro voci stonate.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Voto 5/5

Recensione di Tu sei il male, di Roberto Costantini

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La sinossi

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Arrogante e svogliato, Balistreri prende sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta a capofitto nelle indagini. Qualcosa però va storto e il delitto rimarrà insoluto. Roma, 6 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di antidepressivi. Il suicidio dell’anziana donna alimenta i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire l’inchiesta. Ma rendere finalmente giustizia a Elisa Sordi dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne sotto cui è sepolta, e affrontare un male elusivo quanto tenace, che ha molteplici volti uno più spaventoso dell’altro.

 


La mia recensione

Chi mi conosce sa che difficilmente grido al capolavoro, ma Tu sei il male di Roberto Costantini è una stupenda eccezione da cinque meritatissime stelle. Questo romanzo mi è stato caldamente suggerito dalla mia amica Ombretta, che non sbaglia mai un colpo, e a questo punto ho ragione di prendere per oro colato tutti i suoi consigli letterari. Tu sei il male io non l’ho soltanto letto, l’ho bevuto, o meglio divorato, fagocitato in nemmeno tre giorni. Per circa settantadue ore è stato il mio pane, un pane mai raffermo, anzi. Non un solo secondo di noia, bensì 669 pagine di unghie mangiucchiate e scleri a colpi di WhatsApp con la comprensiva Ombretta che, diciamocelo, poteva pure bloccarmi ma non l’ha fatto. Grazie, Ombri, la prendo per una grandissima dimostrazione d’affetto, e scusa se ti ho tormentata. Questa recensione non recherà estratti, in quanto ogni singola riga scritta da Roberto Costantini è talmente pregnante di significato che il rischio spoiler è troppo alto e non voglio in nessun modo rovinarvi la lettura. Ho deciso che posterò solo l’incipit e il finale.

 “«Piatto» fu la prima parola che sentii dire ad Angelo Dioguardi. Ero entrato nella stanza piena di fumo solo perché c’era il mobile bar e volevo riempirmi il bicchiere dalla bottiglia di Lagavulin che avevo adocchiato. Conoscevo di vista tre dei quattro che stavano giocando a poker, ma non il ragazzo alto con i capelli biondi lunghi e arruffati, i basettoni e gli occhi azzurri. Davanti a lui erano ammucchiate quasi tutte le fiches.”

Siamo nella Roma degli anni ottanta e succede che questo Michele Balistreri, affascinante e giovane commissario di polizia, conosce quasi per caso tale Angelo Dioguardi. I due coetanei, seppur diametralmente opposti per carattere e stile di vita, diventano così amici che Michele di tanto in tanto fa visita ad Angelo sul posto di lavoro. L’amico, infatti, lavora presso una società immobiliare del Vaticano, cui fa capo un pezzo grosso del clero italiano, il Cardinale Alessandrini, nonché zio della sua attuale fidanzata, Paola. E già qui avviene il mio primo capitombolo dalla sedia: perché ciò che dalla trama non si evince è che Balistreri conosce Elisa da viva. Quella che poi sarà la vittima è una giovanissima, modesta e timida impiegata che Michele nella sua mente chiama “dea” per la sua bellezza conturbante, in grado forse di corrompere anche l’uomo più incorruttibile e il chierico più convinto della propria castità.

Il giorno della finale del Mundial si respira una strana aria, sarà perché sappiamo dalla sinossi che il delitto si consumerà proprio durante la vittoria dell’Italia, o sarà perché Costantini sapientemente cuce attorno al lettore una particolare atmosfera di festa mista a tragedia. Io propendo per la seconda ipotesi. Si percepiscono aspettativa e ottimismo, insieme a un insolito silenzio, lì, in via della Camilluccia, dove si colloca un lussuoso complesso residenziale. Un silenzio che diventerà assordante, omertoso e crudele. Perché quello che all’apparenza è un allontanamento temporaneo di Elisa, diventa sparizione e infine si tramuta nella scoperta di un crimine efferato. Il corpo della bellissima giovane viene ritrovato sul greto del Tevere qualche giorno dopo, sfregiato e martoriato, chissà se dal fiume e i ratti, chissà se dal suo aguzzino.

Chi è stato? Forse il giovane e volubile padre Paul? Oppure l’insicuro Valerio Bona, che si era invaghito, non corrisposto, di Elisa? O ancora il figlio del Conte Tommaso dei Banchi di Aglieno, Manfredi, sfigurato in volto e forse anche nell’anima? Oppure lo stesso Conte? E che mi dite del Cardinale, così altero e inarrivabile? Tutti saranno interrogati, poche piste verranno percorse. Perché è certo che la vittima conosceva il suo carnefice. Fatto sta che al lettore e agli stessi inquirenti sembrano tutti colpevoli e allo stesso tempo il caso di Elisa Sordi rimane irrisolto a causa di alibi poco plausibili.

La narrazione compie un salto di ventiquattro anni, ma non solo. Se prima il racconto spettava a Michele Balistreri in prima persona, adesso un narratore onnisciente prende il suo posto, segnando uno stacco netto tra il giovane commissario saccente e un po’ svogliato e il vecchio Capo della Sezione Speciale Stranieri che va avanti a forza di medicine, sigarette e antidepressivi. Un cliché, direte voi, ma chi vive di rimorsi muore dentro poco a poco ed è quello che accade a Michele Balistreri, ormai cinquantaseienne. Ho trovato le scelte dell’autore audaci, ma mai avventate o scontate.

Che cosa succederebbe se anni dopo altri crimini si ricollegassero per modus operandi direttamente all’omicidio di Elisa? Giovani vittime, ragazze belle e sole, sfigurate, incise ma mai violentate dall’assassino. Sembra una perversione sessuale. E se invece sotto ci fosse molto, molto di più? Se i delitti fossero connessi alla vendetta personale e alla politica italiana? Che giustizia offrirebbe l’Italia, che si professa uno Stato laico ma che non lo è fino in fondo, ai martiri e alle loro famiglie che soccombono alla crudeltà umana? Quante e quali informazioni, certamente distorte e parziali, giungerebbero agli spettatori che osservano passivamente attraverso il piccolo schermo o le pagine dei quotidiani? La televisione e i giornali diluiscono anche la brutalità più atroce fino a farla sembrare normale amministrazione, ma Balistreri stavolta cercherà la verità assoluta e non si accontenterà di un banale surrogato.

Leggete Tu sei il male concentrati sui vari passaggi, con uno sguardo smaliziato e un occhio critico verso l’attualità. Vi avverto, ricorda un po’ il delitto di via Poma, che ahimè non è un romanzo ma a quanto ne so ne hanno ricavato un film. Tu sei il male richiama i delitti irrisolti, e anche quelli che hanno ottenuto una sofferta soluzione, e punta il dito verso i trenta secondi che possono fare la differenza e decidere chi vive e chi muore, perché tutti noi potremmo essere il male. Soprattutto, vi farà stare tremanti e col fiato sospeso fino all’interminabile finale.

 “Iniziò a piovere forte. Restammo lì, in silenzio, mentre la luce pallida del giorno si affievoliva. La pioggia ci bagnava i capelli, il viso, il corpo, entrava nelle scarpe. Poi, a uno a uno, i puntini delle case in fondo alla valle cominciarono a illuminarsi nel crepuscolo. La madre guardò un’ultima volta il piccolo balestruccio immobile. Poi si librò nell’aria e volò via da sola. Non era felice, ma cinguettava.”

 Voto 5/5