Letture “da spiaggia”, o anche no.

bag-801703

Sssalve, miei biscottini di melassa. O forse, visto il periodo, dovrei chiamarvi “ghiacciolini al limone”, però non me la sento. Capitemi.

Ricominciamo daccapo: Ciao a tutti.

Che cosa fa Alessia in questo periodo? Beh, è chiaro, non lo sa nemmeno lei.

In realtà ho promesso ai miei lettori (pochi, ma buoni) che avrei pubblicato il secondo e ultimo capitolo della storia di Gabriel e Angelica in autunno. Quindi secondo voi come starò passando le vacanze? Ma revisionando, of course!

Non mi voglio certo lamentare, ma perché -oh, perché?- esistono refusi e ripetizioni? Non sarebbe più semplice se gli errori di battitura e i vari sinonimi si sistemassero da soli, così, per magia? E invece no. A ogni singola revisione spuntano nuovi orrori. (Da pronunciare rigorosamente con la R moscia sennò non vale.)

Di solito quando sono in “fase creativa” non riesco a leggere neanche una riga, ma che estate sarebbe senza romanzi, dico io?

Ve ne voglio segnalare tre, tanti quanti ne ho letti finora.

Comincio dai meno ombrellonici ( “petaloso” mi spiccia casa). Il primo libro che ho letto è uscito il 30 giugno e lo aspettavo con una certa ansia. Sto parlando del quarto e ultimo (spero vivamente di no!) capitolo della Touched Saga, di Elisa S. Amore, dal titolo “Il canto della morte”.

In caso voleste saperlo, seguo Elisa dai tempi in cui era un’autrice self e, da quando la Nord pubblica i suoi romanzi, ho instaurato una specie di tradizione. Vado alla Feltrinelli con mia sorella, mi aggiro per gli scaffali come in trance, prendo il libro tra le mani nemmeno fosse l’antico vaso che va portato in salvo dell’Amaro Montenegro, mi dirigo alla cassa su una nuvoletta rosa, pago l’acquisto e faccio la foto di rito da mandare a Elisa.

Come si può guardare al futuro, quando sai di avere i mesi contati? Gemma se lo chiede ogni notte, da quando ha stretto il patto con Sophìa, la regina degli inferi: tre giorni dopo aver partorito, dovrà tornare all’Inferno, dove verrà trasformata in una Strega. Da quel momento, non ricorderà più nulla del suo passato e la sua anima sarà interamente votata al Male. Questo è stato il duro prezzo da pagare per riportare in vita di Evan e per assicurarsi la salvezza del suo bambino. Mentre lei si prepara a dire addio alle persone che ama, Evan non si arrende ed è convinto che insieme supereranno anche questa prova. Ciò che invece lo preoccupa è la reazione degli Angeli della Morte, che cercheranno in ogni modo di uccidere Gemma prima che diventi una Strega. Tra terribili pericoli e oscuri segreti, Evan e Gemma si preparano per l’ultima, sanguinosa battaglia per difendere il loro amore…

Non avrei saputo immaginare un finale migliore per i Gevan (acronimo formato dai nomi dei protagonisti). Dalla prima all’ultima pagina, ho percepito questo romanzo come un ampio epilogo della storia di Gemma e Evan.

«Non voglio perderti, Evan», mormorò Gemma.

Le accarezzai il pollice. «Non lo permetterò» sussurrai.

Gemma inspirò a fondo. Il cuore le batteva veloce.

Il suo sguardo si era perso sulle nostre mani, dove gli anelli del nostro tatuaggio si univano a formare l’infinito, mentre le scritte suggellavano ogni volta una nuova promessa.

Stare insieme. Combattere insieme.

Credo che il rischio spoiler sia talmente alto da obbligarmi a cucirmi la bocca, quindi dovrò essere più generica possibile, a maggior ragione se non avete letto i romanzi precedenti.

Questa volta Gemma rischia ben più che la morte. Il patto che ha stretto con la Signora degli Inferi potrebbe infatti portarla a perdere la sua anima e il suo amore per Evan e la creatura che le cresce in grembo.

Gemma è fiduciosa: crede che l’attaccamento assoluto che nutre per Evan e il bambino basterà per sottrarsi al giogo delle tenebre. Evan, tuttavia, ha un piano di riserva.

Una cosa importantissima va detta: The Touched Saga si è allontanata dalle serie appartenenti allo stesso genere letterario, si tratta di un’opera slegata, autonoma e originale. L’idea di fondo (geniale già da sola!), quella degli angeli della morte, è stata sviluppata magistralmente e a questa si sono aggiunti via via sempre elementi nuovi.

Al solito, la narrazione in prima persona spetta a entrambi i punti di vista (cosa che ho adorato di questa Saga!). Il ritmo è incalzante, le frasi brevi e incisive, arrivi a non renderti conto che Elisa si sta servendo di parole perché ti fa *vedere* quello che ti sta raccontando, i dialoghi sono ricchi e altrettanto lo sono le scene di pathos e quelle d’azione.

Perdono, peccati, espiazione, Inferno, Paradiso, anche questo romanzo -come il precedente- reca in sé una nota dantesca che mi ha fatta impazzire di gioia. I vostri fazzoletti, però, non sono al sicuro e nemmeno l’occhietto potrà esimersi dal diventare lucido. L’emozione è alle stelle, la speranza in un lieto fine per tutti i nostri eroi pure.

Elisa ci trascina con garbo e prepotenza lungo il suo quarto romanzo e tutto è credibile (persino le scene spiccatamente fantasy), tutto è preciso e scorrevole.

Ma attenzione: non ne uscirete tanto bene. Io sono piuttosto malconcia, malinconica, sento nel cuore “quel non so ché”… Mi sento come svuotata, ecco. Ma sono fiduciosa che un amore tanto grande, dei legami tanto forti e duraturi e la salvezza esistano davvero.

Il secondo romanzo di cui voglio parlarvi è di Amabile Giusti.

Lei è Caterina, una giovane donna che all’età di sei anni ha visto infrangersi la propria infanzia. La persona più importante della sua vita l’ha abbandonata in modo tragico, lasciandole un’immensa ferita nascosta destinata a sanguinare per sempre.

Undici anni dopo, Caterina non ha amici, è più matura della sua età, è troppo matura per la sua età. È strana, complicata, i compagni di scuola la osservano con compassione e sospetto e ha un pessimo rapporto anche coi suoi genitori.

Poi, un giorno, inaspettatamente, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Caterina scopre il motivo di quel tragico evento lontano. In un diario ritrovato, legge una storia di cui non sapeva nulla, una rivelazione che alimenta in lei un viscerale desiderio di vendetta.

Lui è Marco, ha trentasei anni ed è un uomo deluso dalla vita. Si incontrano in una libreria, apparentemente per caso, ed entrambi si rendono subito conto che fra loro c’è qualcosa di profondo: un’attrazione, un’affinità, un’amicizia, o perfino di più? Come gestire un legame che travalica le previsioni e la prudenza e diventa sempre più importante?

Una storia incalzante, tra presente e passato, che parla di vite spezzate, segreti inconfessabili, peccati violenti, ed esseri umani imperfetti, mediocri, fragili e crudeli. Ma anche di amore: un amore inatteso, odioso e sublime, carnale e purissimo.

“Eccolo, il suo diario.

Più piccolo di un quaderno, ma spesso. La copertina di raso lilla. Il lucchetto. Polvere dappertutto, ruggine nelle parti metalliche, graffi sul disegno all’angolo, sul viso di una dama dell’Ottocento che scrive sotto la luce rotonda di un lume a petrolio.

Non è difficile scardinare anche quella chiusura, non è affatto difficile per una che si sente addosso quella strana forza, quel coraggio, quella voglia irruente di sapere tutto ciò che c’è da sapere dopo anni in cui ha fatto il possibile per non saperlo. La minuscola serratura ossidata salta, rintocca a terra e si ferma in mezzo alla polvere.

Allora, Caterina legge.

Col cuore in bocca, legge.

Niente di ciò che succede, succede invano.”

Ho comprato “Non c’è niente che fa male così” perché, devastata da un precedente romanzo di Amabile Giusti, Tentare di non amarti, volevo di nuovo leggere qualcosa che fosse scritto da lei. Senza informarmi sulla trama prima dell’acquisto.

Il romanzo presenta pochi dialoghi (questa, forse, l’unica minuscola pecca), è narrato in terza persona ma il POV si sposta all’occorrenza da un personaggio all’altro. C’è Caterina, bella, molto più che bella, introversa, un cattivo rapporto con la madre, un corpo da donna. Di lei l’anagrafe dice che è solo una ragazza di 17 anni. E allora perché la giovane sente tutto quel peso? Tutta quella responsabilità? Molti anni prima, una terrazza condominiale ha distrutto la sua infanzia e la sua adolescenza.

C’è Marco, un uomo senza coraggio, incastrato, ingabbiato in una vita di lussi, costretto a fare un lavoro che non ama, a rinunciare alla sua passione per la pittura, soffocato da una paternità che non ha cercato.

E ci sono mogli (Giada) che amano di un amore devastante e irrazionale, madri che allontanano le figlie, padri che sono solo felici che quelle stesse figlie siano semplicemente tornate a casa. C’è Filo, che vorrebbe Caterina per sé. E, prima ancora, c’era un’adolescente bella, bellissima. La sua unica colpa? Essere bella e ingenua.

Amabile fa sì che ci si immedesimi in ognuno di loro.

E il destino? Che cos’è il destino? Una tela tessuta da mani “divine”? O piuttosto qualcosa che noi stessi ci costruiamo?

Da quando Caterina era entrata nella sua vita gli era venuta una voglia pazzesca di creare. Non necessariamente cose che avevano a che fare con lei, non soltanto la sua faccia assorta e giovane e antica -che poi cancellava con cento pennellate rabbiose e ne veniva fuori un quadro astratto- ma anche altro…

Chiudo questa chilometrica review segnalandovi il terzo e ultimo romanzo, “Non mi piaci ma ti amo”, di Cecile Bertod.

Voglio spendere qualche parola sulla Newton Compton Editori. Sia lodata questa casa editrice! La versione digitale dei loro romanzi spesso si trova a 99 centesimi e i cartacei non costano più di nove euro e spicci, e a volte si ha la fortuna di trovarli a quattro euro e spicci. La adoro perché da la possibilità a tutti di comprarsi un libro. Vi pare cosa da poco? Ma torniamo a noi.

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark. Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici. Crescendo, i due si perdono di vista finché…

Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada qualcosa di assolutamente imprevisto…

Dei tre, questo è senz’altro il romanzo più indicato per questo periodo. È pur vero che non esiste un vademecum per la scelta delle letture estive, perciò ignoratemi. L’ho finito ieri in spiaggia e per poco non mi internavano. Non leggetelo in pubblico: è la sola raccomandazione che mi sento di farvi.

Decisa a non trasformare la mia festa di fidanzamento in una cena con delitto, mi massaggio la fronte e accenno una scusa, fermamente intenzionata a non interrompere lo spettacolo di cabaret e a ritornarmene dietro la tenda.

Non so se si è capito, ma la protagonista trascorre la sua festa di fidanzamento nascosta dietro la tenda del salone. Vabbé.

Se leggerete questo romanzo, vi prenderanno per pazze, attirerete sguardi sgomenti, occhiate sospettose, espressioni di rammarico o di compassione, e tutto perché? Perché questa commedia degli equivoci vi strapperà più di una risata. Brillante, ironica, la parte rosa è coinvolgente e non eccessivamente scontata. C’è una scenetta hot scritta davvero bene. Il romanzo narrato in prima persona dal POV di Sandy (peccato non aver letto anche il punto di vista di Thomas), il lessico è molto curato. Insomma, che fantastica sorpresa!

Dalla folla si liberano applausi entusiasti. Qualcuno inizia a gridare “Bacio!”, “Bacio!” e io rimpiango di non aver chiesto che fosse compreso un cecchino professionista nel servizio di catering.

Insomma, come sempre, leggete e recensite (io l’ho fatto su Amazon) anche in estate. Buone vacanze.  :-*

Recensione de L’amore è uno sbaglio straordinario, di Daniela Volonté

lamore-e-uno-sbaglio-straordinario_6853_x600

La sinossi

L’esistenza di Melissa, ricercatrice universitaria, scorre tranquilla fino a quando, un giorno, acquista un iPad a un’asta. Su quel tablet trova parecchi file del precedente proprietario e soprattutto tantissime foto: paesaggi marini, scorci urbani, particolari architettonici. Affascinata da quelle immagini, Melissa inizia una ricerca su internet che la porta fino al profilo Facebook di un certo Leon de Rouc. La ragazza non resiste alla tentazione e invia una richiesta di amicizia. Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, vive a Torino ed è un programmatore con il pallino per la fotografia. È bello, ricco, ha una relazione stabile, ma la sua vita è perfetta solo all’apparenza. Quando per gioco accetta l’amicizia di Melissa, tra i due comincia una fitta corrispondenza online, che nasce come pura evasione, ma diventa ben presto ossigeno per entrambi, una droga dolcissima a cui nessuno dei due può rinunciare. E se a un tratto la realtà irrompesse in quella relazione virtuale?

 

La mia recensione

L’amore è uno sbaglio straordinario, dell’italianissima Daniela Volonté, è stato il mio regalo di Natale da parte di Anna (leggete qui, tanto per capire quanto i nostri pomeriggi riescano a degenerare). Questo romanzo è un dono di cui ringrazio la mia amica, e di cui non ho potuto fare a meno di ringraziare la stessa autrice, graziosissima, tra l’altro.

“Visto che è il primo dell’anno, mi concedi una cosa? Dopo che avrai letto questo messaggio, non rispondermi. Spegni tutto. Chiudi gli occhi e rilassati. Non aver paura. Abbi fiducia in me.

Immagina una soffice coperta che ti avvolge le spalle. È il mio abbraccio. Poi un soffio caldo sul tuo viso e le tue labbra che diventano umide perché vi appoggio le mie. È il nostro bacio, che rimane sospeso per lungo tempo. I tuoi capelli si spostano, perché è la mia mano che si sta facendo strada tra la tua seta scura. Questa è la mia buonanotte, Mel. In questa notte in cui temevo di averti perso.

Non aver paura se quando ti sveglierai non troverai nessuno accanto a te, perché in verità ci sarò. Sarò in qualche angolo del tuo cuore, come tu ormai sei nel mio.

Ora dormi serena,

L.”

Questo, lo confesso, è uno dei messaggi che ho riletto più e più volte, senza mai stancarmi. L’amore è uno sbaglio straordinario è un racconto che potremmo definire epistolare, narrato a quattro mani. Da una parte, Melissa Riva, giovane e capace ricercatrice, dalla vita semplice e relativamente serena. Dall’altro lato (dello schermo), Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, affascinante e abile trentacinquenne con l’hobby della fotografia e un’esistenza perfetta, ma solo di facciata. I due iniziano a scambiarsi messaggi, dapprima senza scendere troppo nei dettagli, in seguito abbandonando un po’ le riserve iniziali, e infine diventando la persona (seppur virtuale) più importante della vita dell’altro. La regola è una sola: non incontrarsi dal vivo mai e poi mai.

Che cosa succederebbe, però, se la realtà facesse drasticamente irruzione nel loro piccolo mondo virtuale?

Se la persona di cui non conosci l’esteriorità e la vita privata, ma di cui conosci alla perfezione l’anima, si presentasse alla tua porta e fosse più incasinata di quello che credevi, che cosa fai? L’amore è un appuntamento al buio un po’ per tutti, su questo non ci piove. E tu? Ti lasci prendere dallo sconforto, o commetti lo sbaglio più straordinario di tutti? Lo “sbaglio”- l’amore– che riesce a far combaciare anche la più strampalata equazione, che risolve anche il più complesso calcolo algebrico e che mette a posto tutto. L’amore, che razionalmente può sembrare un errore, eppure… La vera assurdità sarebbe non assecondarlo.

Che cosa fa Melissa quando scopre chi è davvero il suo Leo?

Di questo racconto ho amato tutto, la prima parte, quella epistolare, forse più frizzante della seconda, non per questo meno coinvolgente. Le ultime duecento pagine sono, sì meno briose, ma al contempo quelle che toccano le corde giuste. Il finale mi ha strappato più di una lacrimuccia. Di questo romanzo ho amato Melissa, una donna dolce ma con i giusti attributi, in grado, se lo vuole, di scalare una montagna. Indipendente, forte, fiera, amorevole. E allo stesso modo, ho amato Riccardo, l’uomo che è riuscito a costruirsi un certo successo, che ha paura di vedere vacillare il suo mondo però non teme di esternare alla donna che ama le sue apprensioni.

Che altro dire? Leggetelo.

 

Voto 4/5

Recensione di Fermate gli sposi!, di Sophie Kinsella

Fermate gli sposi!

La sinossi

Lottie non vede l’ora di sposarsi. Con l’uomo giusto, naturalmente: non ne può più di lunghe relazioni con fidanzati che sul più bello non se la sentono di impegnarsi davvero. E così quando anche Richard, che lei è convinta stia per farle la tanto attesa proposta, la delude, decide su due piedi che è ora di passare all’azione e accetta di convolare a nozze con Ben, un flirt estivo conosciuto per caso su un’isola greca molti anni prima e che lei non ha mai più rivisto. Ben si è appena rifatto vivo, e basta una cena per far scoccare nuovamente la scintilla tra i due: perché perdere tempo in inutili preparativi? Presto! Ci si sposa in quattro e quattr’otto e via per un’indimenticabile luna di miele nel luogo che ha visto nascere il loro amore. Ma non tutti la pensano così: Fliss, la sorella di Lottie, e Lorcan, il socio in affari di Ben, sono contrarissimi e preoccupatissimi. Bisogna intervenire subito. I due sabotatori partono all’inseguimento dei neosposi che devono essere fermati a tutti i costi, prima che avvenga l’irreparabile… Le conseguenze saranno disastrosamente comiche per tutti. Con “Fermate gli sposi!” Sophie Kinsella firma una nuova, spumeggiante commedia romantica, in cui non mancano le sue proverbiali trovate condite da un pizzico di sesso e da un insuperabile senso dell’umorismo.

 

La mia recensione

Dopo il mezzo disastro con King, ci riprovo con Sophie Kinsella. E devo dire che da questa lettura sono uscita piuttosto rinfrancata.

Fermate gli sposi! narra le strampalate vicende di due sorelle, Lottie e Fliss, con la brillante ironia della Kinsella. Due sono i punti di vista: quello dell’impulsiva Charlotte (Lottie, in un’altra recensione ho già parlato di nomi di battesimo che, se mozzati, diventano dei disgraziati nomignoli) e della sorella maggiore Fliss (a me sembra di disquisire di filo interdentale OralB, ma la Kinsella ha scritto tanti romanzi che forse i nomi decenti li aveva già assegnati tutti).

La prima è fidanzata con l’uomo della sua vita, Richard, che senza la minima pressione da parte di lei, si accinge a chiederle di sposarlo. Se si vuole arrivare all’altare, mai parlare di matrimonio, è questo il mantra di Lottie, nemmeno alla larga. La seconda, invece, mamma di Noah, non ha ancora superato la separazione dall’ex marito, David.

Le donne protagoniste sembrano divise in macro gruppi: la sorella maggiore, la minore, una disillusa e l’altra sognatrice, nonché quella divorziata e quella felicemente fidanzata. E anche se non è bello raggruppare le persone in maniera così generica e indiscriminata (fa tanto politicamente scorretto), in questo romanzo funziona così: tutto sommato ci si può identificare nell’una o nell’altra.

Dicevamo, la proposta di matrimonio. Non è uno spoiler se vi dico che non avviene. Richard cade totalmente dal pero e Lottie lo lascia, infuriata. Fliss è pronta: sa che a questa rottura seguirà una scelta infelice ed è preparata a prevenire ogni colpo di testa eventualmente perpetrato dalla sorella. Solo, non immagina che Lottie voglia sposare così su due piedi il suo primo amore, Ben.

Fliss aveva messo in conto l’adesione a una setta, l’acquisto di un immobile, un nuovo tatuaggio, uno sport estremo. Ma questo no! Lottie e Ben, d’altro canto, sembrano talmente sicuri e desiderosi di fare il grande passo. A che servono infatti i fidanzamenti tradizionali, le promesse d’amore, i fiori, le proposte di matrimonio, i diamanti quando si è certi di amarsi da quindici anni? Fliss è convinta che Lottie stia commettendo l’errore più grande della sua vita. Sposarsi, basandosi unicamente sulla sintonia di un flirt estivo che sembra risalire a una vita fa, senza conoscere niente l’uno dell’altro, senza sapere chi sono diventati nel frattempo. È follia pura. Che fare, in tal caso? Ma è ovvio. Bisogna intraprendere una crociata anti-matrimonio, anti-sesso, anti-luna di miele, anti-Ben, anti-tutto. È il caso che vi chieda che cosa avreste fatto voi al posto di Fliss? La sorella maggiore che abita in me grida a pieni polmoni, e pare proprio che sarebbe capace di rincorrere la sua piccoletta fino alla luna, se fosse necessario. Ehi, io riferisco soltanto: non prendetevela con me.

Dopo un frettoloso matrimonio civile, Lottie e Ben partono per la luna di miele più romantica di sempre nel luogo che ha visto nascere il loro amore; e Fliss, Lorcan (il socio in affari di Ben) e Richard li seguono a distanza per sabotare il matrimonio e fare la felicità di Lottie (questo il motore di Fliss), il benessere dell’azienda (questo l’obiettivo di Lorcan) e dichiarare i propri sentimenti (questo lo spirito che muove Richard).

Devo ammetterlo, Sophie Kinsella ha un po’ calcato la mano con improbabili avvenimenti, ma che commedia romantica sarebbe, altrimenti? Sapevo ciò che avrei letto, non mi aspettavo niente di più e niente di meno, speravo di farmi due risate e non ne sono rimasta delusa. Gli eventi ballano ubriachi sul confine tra realtà e irrealtà, i due punti di vista si alternano e mi piace così. Una lettura che arriva a spingere alla riflessione: è giusto che Fliss faccia soffrire sua sorella per limitare i danni di un matrimonio irrazionale? È contorto, lo so.

Vi dirò, dopo averlo bollato come un inetto bamboccione incapace anche di farsi un uovo al tegamino, figurarsi poi di chiedere in sposa la fidanzata, piano piano durante il boicottaquestomatrimonioontheroad mi sono invaghita di Richard e disinnamorata di Ben. Ho praticamente cambiato squadra, sono stata una banderuola. Chissà se vi succederà lo stesso.

Sono anche arrivata a commuovermi leggendo il finale. Perché l’amore in fin dei conti non è dire all’altra persona “Tu sei mia/o”, non è marcare il territorio (quello lo fa Jack, il mio cane) ma preoccuparsi- e occuparsi!- dell’altra persona sempre.

Non una lettura da perderci il sonno, ma comunque romanzo d’evasione consigliatissimo.

 

Voto 3/5

Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

incastro imperfetto

La sinossi

Quando Tate Collins trova il pilota Miles Archer svenuto davanti alla sua porta di casa, non è decisamente amore a prima vista. Non si considerano neanche amici. Ciò che loro hanno, però, è un’innegabile reciproca attrazione.

Lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per una relazione, ma la chimica tra loro non può essere ignorata. Una volta messi in chiaro i propri desideri, i due si rendono conto di aver trovato un accordo, almeno finchè Tate rispetterà due semplici regole: mai fare domande sul passato e non aspettarsi un futuro.

Tate cerca di convincersi che va tutto bene, ma presto si rende conto che è più difficile di quanto pensasse. Sarà in grado di dire di no a quel sexy pilota che abita proprio accanto a lei?

 

La mia recensione

Oh, io lo so. Vi siete stufati di sapere perché la mia scelta cade su un romanzo piuttosto che su un altro. Sarò sintetica: volevo leggere qualcosa con Anna, la mia amica delle serie televisive.

Salve, visitatori più o meno occasionali. (In caso ve lo stiate chiedendo, sì, spesso ho la sensazione molto vivida di parlare col muro). Questa settimana- vabbé, questi due giorni- ho letto L’incastro(im)perfetto, di Coleen Hover che fa tanto elettrodomestico da incasso classe A+. E, non lo so, ragionavo sugli stereotipi della narrativa di oggi.

Ne ho individuato qualcuno. Di solito nei romanzi rosa lei è una povera in canna. Ma del tipo che è un miracolo che riesca a mettere insieme il pranzo con la cena, eh! Di norma, si trasferisce da qualche parte, dal padre, dalla madre, dal fratello, nella casa interno tredici dello stesso palazzo. Da qualche parte. Poi, ha dei nomi assurdi, generalmente abbreviativi del nome vero e proprio: Isabella—» Bella, Anastasia—»Ana. Che tu dici “però il nome che la madre le aveva appioppato non era male”, ma no, siccome lei è un essere nato per soffrire se lo stravolge da sola.

Lui, invece, è un bonazzo che nemmeno George Clooney ai tempi d’oro, nemmeno Antonio Banderas prima di sfornare biscotti inzupposi parlando con le galline (avete presente Zorro? *sospirone*). Il lui di turno è un esemplare di maschio homo sapiens sapiens, razza caucasica, e con tutte le dee che gli ronzano attorno- vedi le assistenti di Mister Grey- lui no, lui sceglie proprio lei. #propriolei #sololei

D’abitudine lui è un “uomo” (a trent’anni non ci arriva mai) che ha conseguito un successo strepitoso, e che si è fatto da solo, sempre finanziariamente messo molto meglio di lei (messo bene in tutti i campi, le autrici ci tengono a precisarlo), ma soprattutto ha un passato oscuro di cui non vuole parlare nemmeno se minacciato di morte. Noi(la protagonista femminile e io) non sapremo fino alle ultime trenta pagine se è stato bocciato a scuola, se gli pare brutto confessare di avere lavorato in un sexy-shop da ragazzino, o se ha lasciato il canarino in balcone facendolo morire di stenti. Boh, non ci è dato sapere. È un ragazzo misterioso.

In tutto ciò, A-lui chiede a lei sesso senza legami e B-lui sente di non meritare lei, e probabilmente ha ragione e se lui la lasciasse andare, lei si farebbe una vita normale col compagno di università che è tanto gentile, ma no, soffriamo ancora un po’. Perché lei ci fa sesso, sì, ma ci soffre. Si chiama ossitocina, bella mia. Segnati questa parola.

Quando poi questi due avranno figli, statene certi, li chiameranno come chi le prende di santa ragione sia al parco che a scuola. Qualcosa come “Betulla” perché quando ci siamo conosciuti eravamo vicini a un albero e abbiamo voluto suggellare così il nostro immenso, immenso amore.

Veniamo a noi. Tale Tate (perché lei si chiama Elisabeth Tate, quindi Tate è solo il suo secondo nome ma lei si fa chiamare così perché, boh, forse Elisabeth è troppo inflazionato, non lo so, vi giuro, non lo so) si trasferisce dal fratello Corbin. Succede che la sera del trasferimento- lei è sola e carica come un mulo da soma- trova uno svenuto sul pianerottolo. Io avrei chiamato la polizia, vi giuro. Lei no, quello uno poi diventa il padre dei suoi figli e l’uomo della sua vita. Lui le dice tipo “io voglio solo sesso da te” e lei “ok” però dopo ci sta male se lui effettivamente si mostra di parola e spera che lui cambi idea e voglia di più, tipo metterle un brillocco da un carato e mezzo all’anulare sinistro. Ma perché tu produci ossitocina, cara mia, è questo. Te lo garantisco. Che poi alla fine lui cambia idea, perché il lieto fine lo vogliamo tutte sennò organizziamo aerei e pullman per fare spedizioni punitive ai danni di povere autrici come frigoriferonofrostHoover.

Quindi, in soldoni, romanzo rosa= stereotipi preconfezionati. E si vede che le donne cercano questo, che vi devo dire.

L’incastro (im)perfetto consta di 296 pagine e sinceramente mi sono chiesta come abbia fatto a riempirle, visto lo scarso contenuto. Rettifico, “contenuto”, è giusto virgolettarlo. Ma perché lei, la fornoventilatoHoover, sai che fa?

Scrive

Proprio

Così

Avete capito bene. Digita una parola e va accapo, ne digita un’altra e di nuovo accapo.

Non

Sto

Scherzando

Stando così le cose, non vi stupiranno le rispettabilissime 296 pagine. Tutto sommato, se la sarebbe cavata con cento pagine ma forse le pareva brutto. Le descrizioni sono assenti, i sentimenti sono raccontati con frasi del tipo “è tutto il mio spazio”. Però Cap, il portinaio, mi è piaciuto. E qualche volta ho ridacchiato per qualche scena comica. È tutto. Mi sono confessata.

Leggete L’incastro per quello che è: una commedia romantica di cui nessuno, nemmeno la stessa autrice, si prende troppa pena.

 

Voto 2/5