Letture “da spiaggia”, o anche no.

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Sssalve, miei biscottini di melassa. O forse, visto il periodo, dovrei chiamarvi “ghiacciolini al limone”, però non me la sento. Capitemi.

Ricominciamo daccapo: Ciao a tutti.

Che cosa fa Alessia in questo periodo? Beh, è chiaro, non lo sa nemmeno lei.

In realtà ho promesso ai miei lettori (pochi, ma buoni) che avrei pubblicato il secondo e ultimo capitolo della storia di Gabriel e Angelica in autunno. Quindi secondo voi come starò passando le vacanze? Ma revisionando, of course!

Non mi voglio certo lamentare, ma perché -oh, perché?- esistono refusi e ripetizioni? Non sarebbe più semplice se gli errori di battitura e i vari sinonimi si sistemassero da soli, così, per magia? E invece no. A ogni singola revisione spuntano nuovi orrori. (Da pronunciare rigorosamente con la R moscia sennò non vale.)

Di solito quando sono in “fase creativa” non riesco a leggere neanche una riga, ma che estate sarebbe senza romanzi, dico io?

Ve ne voglio segnalare tre, tanti quanti ne ho letti finora.

Comincio dai meno ombrellonici ( “petaloso” mi spiccia casa). Il primo libro che ho letto è uscito il 30 giugno e lo aspettavo con una certa ansia. Sto parlando del quarto e ultimo (spero vivamente di no!) capitolo della Touched Saga, di Elisa S. Amore, dal titolo “Il canto della morte”.

In caso voleste saperlo, seguo Elisa dai tempi in cui era un’autrice self e, da quando la Nord pubblica i suoi romanzi, ho instaurato una specie di tradizione. Vado alla Feltrinelli con mia sorella, mi aggiro per gli scaffali come in trance, prendo il libro tra le mani nemmeno fosse l’antico vaso che va portato in salvo dell’Amaro Montenegro, mi dirigo alla cassa su una nuvoletta rosa, pago l’acquisto e faccio la foto di rito da mandare a Elisa.

Come si può guardare al futuro, quando sai di avere i mesi contati? Gemma se lo chiede ogni notte, da quando ha stretto il patto con Sophìa, la regina degli inferi: tre giorni dopo aver partorito, dovrà tornare all’Inferno, dove verrà trasformata in una Strega. Da quel momento, non ricorderà più nulla del suo passato e la sua anima sarà interamente votata al Male. Questo è stato il duro prezzo da pagare per riportare in vita di Evan e per assicurarsi la salvezza del suo bambino. Mentre lei si prepara a dire addio alle persone che ama, Evan non si arrende ed è convinto che insieme supereranno anche questa prova. Ciò che invece lo preoccupa è la reazione degli Angeli della Morte, che cercheranno in ogni modo di uccidere Gemma prima che diventi una Strega. Tra terribili pericoli e oscuri segreti, Evan e Gemma si preparano per l’ultima, sanguinosa battaglia per difendere il loro amore…

Non avrei saputo immaginare un finale migliore per i Gevan (acronimo formato dai nomi dei protagonisti). Dalla prima all’ultima pagina, ho percepito questo romanzo come un ampio epilogo della storia di Gemma e Evan.

«Non voglio perderti, Evan», mormorò Gemma.

Le accarezzai il pollice. «Non lo permetterò» sussurrai.

Gemma inspirò a fondo. Il cuore le batteva veloce.

Il suo sguardo si era perso sulle nostre mani, dove gli anelli del nostro tatuaggio si univano a formare l’infinito, mentre le scritte suggellavano ogni volta una nuova promessa.

Stare insieme. Combattere insieme.

Credo che il rischio spoiler sia talmente alto da obbligarmi a cucirmi la bocca, quindi dovrò essere più generica possibile, a maggior ragione se non avete letto i romanzi precedenti.

Questa volta Gemma rischia ben più che la morte. Il patto che ha stretto con la Signora degli Inferi potrebbe infatti portarla a perdere la sua anima e il suo amore per Evan e la creatura che le cresce in grembo.

Gemma è fiduciosa: crede che l’attaccamento assoluto che nutre per Evan e il bambino basterà per sottrarsi al giogo delle tenebre. Evan, tuttavia, ha un piano di riserva.

Una cosa importantissima va detta: The Touched Saga si è allontanata dalle serie appartenenti allo stesso genere letterario, si tratta di un’opera slegata, autonoma e originale. L’idea di fondo (geniale già da sola!), quella degli angeli della morte, è stata sviluppata magistralmente e a questa si sono aggiunti via via sempre elementi nuovi.

Al solito, la narrazione in prima persona spetta a entrambi i punti di vista (cosa che ho adorato di questa Saga!). Il ritmo è incalzante, le frasi brevi e incisive, arrivi a non renderti conto che Elisa si sta servendo di parole perché ti fa *vedere* quello che ti sta raccontando, i dialoghi sono ricchi e altrettanto lo sono le scene di pathos e quelle d’azione.

Perdono, peccati, espiazione, Inferno, Paradiso, anche questo romanzo -come il precedente- reca in sé una nota dantesca che mi ha fatta impazzire di gioia. I vostri fazzoletti, però, non sono al sicuro e nemmeno l’occhietto potrà esimersi dal diventare lucido. L’emozione è alle stelle, la speranza in un lieto fine per tutti i nostri eroi pure.

Elisa ci trascina con garbo e prepotenza lungo il suo quarto romanzo e tutto è credibile (persino le scene spiccatamente fantasy), tutto è preciso e scorrevole.

Ma attenzione: non ne uscirete tanto bene. Io sono piuttosto malconcia, malinconica, sento nel cuore “quel non so ché”… Mi sento come svuotata, ecco. Ma sono fiduciosa che un amore tanto grande, dei legami tanto forti e duraturi e la salvezza esistano davvero.

Il secondo romanzo di cui voglio parlarvi è di Amabile Giusti.

Lei è Caterina, una giovane donna che all’età di sei anni ha visto infrangersi la propria infanzia. La persona più importante della sua vita l’ha abbandonata in modo tragico, lasciandole un’immensa ferita nascosta destinata a sanguinare per sempre.

Undici anni dopo, Caterina non ha amici, è più matura della sua età, è troppo matura per la sua età. È strana, complicata, i compagni di scuola la osservano con compassione e sospetto e ha un pessimo rapporto anche coi suoi genitori.

Poi, un giorno, inaspettatamente, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Caterina scopre il motivo di quel tragico evento lontano. In un diario ritrovato, legge una storia di cui non sapeva nulla, una rivelazione che alimenta in lei un viscerale desiderio di vendetta.

Lui è Marco, ha trentasei anni ed è un uomo deluso dalla vita. Si incontrano in una libreria, apparentemente per caso, ed entrambi si rendono subito conto che fra loro c’è qualcosa di profondo: un’attrazione, un’affinità, un’amicizia, o perfino di più? Come gestire un legame che travalica le previsioni e la prudenza e diventa sempre più importante?

Una storia incalzante, tra presente e passato, che parla di vite spezzate, segreti inconfessabili, peccati violenti, ed esseri umani imperfetti, mediocri, fragili e crudeli. Ma anche di amore: un amore inatteso, odioso e sublime, carnale e purissimo.

“Eccolo, il suo diario.

Più piccolo di un quaderno, ma spesso. La copertina di raso lilla. Il lucchetto. Polvere dappertutto, ruggine nelle parti metalliche, graffi sul disegno all’angolo, sul viso di una dama dell’Ottocento che scrive sotto la luce rotonda di un lume a petrolio.

Non è difficile scardinare anche quella chiusura, non è affatto difficile per una che si sente addosso quella strana forza, quel coraggio, quella voglia irruente di sapere tutto ciò che c’è da sapere dopo anni in cui ha fatto il possibile per non saperlo. La minuscola serratura ossidata salta, rintocca a terra e si ferma in mezzo alla polvere.

Allora, Caterina legge.

Col cuore in bocca, legge.

Niente di ciò che succede, succede invano.”

Ho comprato “Non c’è niente che fa male così” perché, devastata da un precedente romanzo di Amabile Giusti, Tentare di non amarti, volevo di nuovo leggere qualcosa che fosse scritto da lei. Senza informarmi sulla trama prima dell’acquisto.

Il romanzo presenta pochi dialoghi (questa, forse, l’unica minuscola pecca), è narrato in terza persona ma il POV si sposta all’occorrenza da un personaggio all’altro. C’è Caterina, bella, molto più che bella, introversa, un cattivo rapporto con la madre, un corpo da donna. Di lei l’anagrafe dice che è solo una ragazza di 17 anni. E allora perché la giovane sente tutto quel peso? Tutta quella responsabilità? Molti anni prima, una terrazza condominiale ha distrutto la sua infanzia e la sua adolescenza.

C’è Marco, un uomo senza coraggio, incastrato, ingabbiato in una vita di lussi, costretto a fare un lavoro che non ama, a rinunciare alla sua passione per la pittura, soffocato da una paternità che non ha cercato.

E ci sono mogli (Giada) che amano di un amore devastante e irrazionale, madri che allontanano le figlie, padri che sono solo felici che quelle stesse figlie siano semplicemente tornate a casa. C’è Filo, che vorrebbe Caterina per sé. E, prima ancora, c’era un’adolescente bella, bellissima. La sua unica colpa? Essere bella e ingenua.

Amabile fa sì che ci si immedesimi in ognuno di loro.

E il destino? Che cos’è il destino? Una tela tessuta da mani “divine”? O piuttosto qualcosa che noi stessi ci costruiamo?

Da quando Caterina era entrata nella sua vita gli era venuta una voglia pazzesca di creare. Non necessariamente cose che avevano a che fare con lei, non soltanto la sua faccia assorta e giovane e antica -che poi cancellava con cento pennellate rabbiose e ne veniva fuori un quadro astratto- ma anche altro…

Chiudo questa chilometrica review segnalandovi il terzo e ultimo romanzo, “Non mi piaci ma ti amo”, di Cecile Bertod.

Voglio spendere qualche parola sulla Newton Compton Editori. Sia lodata questa casa editrice! La versione digitale dei loro romanzi spesso si trova a 99 centesimi e i cartacei non costano più di nove euro e spicci, e a volte si ha la fortuna di trovarli a quattro euro e spicci. La adoro perché da la possibilità a tutti di comprarsi un libro. Vi pare cosa da poco? Ma torniamo a noi.

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark. Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici. Crescendo, i due si perdono di vista finché…

Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada qualcosa di assolutamente imprevisto…

Dei tre, questo è senz’altro il romanzo più indicato per questo periodo. È pur vero che non esiste un vademecum per la scelta delle letture estive, perciò ignoratemi. L’ho finito ieri in spiaggia e per poco non mi internavano. Non leggetelo in pubblico: è la sola raccomandazione che mi sento di farvi.

Decisa a non trasformare la mia festa di fidanzamento in una cena con delitto, mi massaggio la fronte e accenno una scusa, fermamente intenzionata a non interrompere lo spettacolo di cabaret e a ritornarmene dietro la tenda.

Non so se si è capito, ma la protagonista trascorre la sua festa di fidanzamento nascosta dietro la tenda del salone. Vabbé.

Se leggerete questo romanzo, vi prenderanno per pazze, attirerete sguardi sgomenti, occhiate sospettose, espressioni di rammarico o di compassione, e tutto perché? Perché questa commedia degli equivoci vi strapperà più di una risata. Brillante, ironica, la parte rosa è coinvolgente e non eccessivamente scontata. C’è una scenetta hot scritta davvero bene. Il romanzo narrato in prima persona dal POV di Sandy (peccato non aver letto anche il punto di vista di Thomas), il lessico è molto curato. Insomma, che fantastica sorpresa!

Dalla folla si liberano applausi entusiasti. Qualcuno inizia a gridare “Bacio!”, “Bacio!” e io rimpiango di non aver chiesto che fosse compreso un cecchino professionista nel servizio di catering.

Insomma, come sempre, leggete e recensite (io l’ho fatto su Amazon) anche in estate. Buone vacanze.  :-*

Recensione di Tentare di non amarti, Amabile Giusti

La sinossi
Penelope ha ventidue anni ed è una ragazza romantica e coraggiosa con una ciocca di capelli rosa e le unghie decorate con disegni bizzarri. Orfana, vive con la nonna malata nella misera periferia di una città americana, e ha rinunciato al college per starle vicina. Di notte prepara cocktail in un locale e di giorno lavora in biblioteca. Aspetta l’amore da sempre, quello con la A maiuscola. Un giorno Marcus, il nuovo vicino, entra nella vita di Penny come un ciclone. È tutt’altro che l’eroe sognato: ha venticinque anni, è rude, coperto di tatuaggi, ha gli occhi grigio ghiaccio e un piglio minaccioso. È in libertà vigilata e fa il buttafuori in un club. Tra i due nasce subito ostilità e sospetto ma, conoscendosi meglio, scopriranno di avere entrambi un passato doloroso e violento, ricordi da cancellare e segreti da nascondere.
Una storia d’amore e rinascita, dolce e sensuale, tragica e catartica. L’incontro di due anime profondamente diverse darà vita a un amore che guarirà il dolore e l’odio del passato.

La mia recensione
Devo essere sincera? La sinossi di Tentare di non amarti non mi suggeriva proprio niente. I soliti stereotipi della narrativa contemporanea, mi dicevo. Lui è bello e dannato. Lei dolce e romantica, è carina ma non sa di esserlo. Lui fa lo stronzo un attimo prima di pentirsene e metterle un anello all’anulare sinistro e prometterle eterno amore. Lei vuole cambiarlo però poi come per miracolo sarà lui ad avere un’epiphany in totale autonomia, portentosa quanto rapida, nell’arco trecento pagine o poco più.
Adoro sbagliarmi, e sbagliarmi di grosso come in questo caso. Ma andiamo con ordine.
Ho acquistato questo romanzo perché, ammettiamolo Amabile Giusti è un nome, è una garanzia, e il formato digitale era in offerta. L’ho preso a meno di un euro, mesi e mesi fa senza mai decidermi a leggerlo.
A proposito, e questo è il momento sorella maggiore, quando vi viene voglia di procurarvi illegalmente un libro, fate un giro su Amazon, dove -al prezzo di un caffè- potete leggere senza nuocere a nessuno. E poi recensite. Recensite sempre.
Lascio a metà la 2×2 di Vikings e mi dico “Alessia, devi leggere, devi assolutamente leggere qualcosa”. No, Lagertha, non ho mai pensato di abbandonarti. Torno da te presto, promesso.
È notte fonda quando Penelope, per tutti Penny, è costretta a percorrere a piedi i cinquecento metri che separano il locale dove lavora dall’appartamento che divide con la nonna anziana e malata. Come un leprotto con le pupille dilatate per lo spavento e il cuore in tumulto nel petto, ha i fari del terrore puntati addosso. Possiede i mezzi per cavarsela, potrebbe darsela a gambe -Penny è intelligente e capace- ad esempio, ma non lo fa perché deve occuparsi della nonna Barbie.
Costretta a una vita di sacrifici e rinunce, Penny teme il momento in cui Grant, un belloccio tanto ricco quanto crudele, sferrerà il suo sadico attacco.
A sorpresa, sarà la presenza di Marcus, bello come un dio vendicatore, imponente e forte come un Sansone moderno a tranquillizzare Penny. L’aspetto dell’ex galeotto dovrebbe incuterle timore ma non fa altro che infonderle uno strano senso di sicurezza. Quei cinquecento metri non saranno più una fonte d’ansia per lei, bensì un insidioso quanto stimolante terreno di gioco fatto di parole non dette, mezze frasi, sguardi e liti fugaci come sensuali preliminari.
A rischio di apparirvi esagerata e patetica, confesso che ho il magone dal 20%. “I bulli sono quelli che hanno più bisogno di carezze” dice nonna Barbie e io mi sciolgo.
Amabile Giusti ha una penna che lacera, buca la carta e distrugge le tue difese, ti trascina con sé sempre più a largo. Sì, la trama di Tentare non si distingue certo per l’originalità ma è così ben sviluppata da strapparti il cuore e farti lottare contro le lacrime, pagina dopo pagina.
Il racconto spetta a entrambi i protagonisti: da una parte il punto di vista di Marcus, narrato al presente e in prima persona, e dall’altra Penny, a cui l’autrice riserva una narrazione in terza persona al passato. Ho trovato questa scelta molto sensata e godibile.
Se Amabile non ci avesse regalato qualche capitolo con la voce di Marcus, dubito che sarei riuscita a capire granché del suo splendido personaggio.
Con l’espediente del doppio POV, invece, l’autrice ci regala protagonisti a tutto tondo, apprendiamo pensieri, linguaggio e desideri.
Il lessico è curato nei minimi dettagli e un po’ me la immagino, Amabile, un avvocato con l’anima di inchiostro, a discutere da qualche parte, magari in un’aula di tribunale.
Ho preso a cuore Penny e Marcus, così tanto che pregavo il dio dei romanzi (che altri non è che l’autore) di concedere un po’ di fortuna alle sue creature perché davvero a un certo punto lo strazio era tale che li avrei voluti qui per abbracciarli forte.
Detto ciò, proverò a raccontarvi questo romanzo senza raccontarvelo…
“Le spiegò che viveva nello stesso palazzo di Marcus, che erano diventati amici e che era lì per portarle un messaggio da parte sua. Non le disse che temeva di amarlo, che lo sognava tutte le notti, che solo a sfiorarlo, per caso o per sbaglio o facendo finta che fosse per caso o per sbaglio, sentiva un rogo nel petto. Non le disse che stare lì, a fingere d’esser un’ambasciatrice senza pena, era una pena per l’anima. (…)
Si poneva tutte quelle domande e si sentiva triste, scartata come un avanzo di pane vecchio che non hai mai provato neppure a mangiare perché il pane senza nulla non sa di nulla. (…)
Non capisco bene cosa faccio, ma soprattutto non capisco bene cosa provo: so soltanto che appena la abbraccio da dietro, stringendola forte, mi sento come se avessi conquistato qualcosa di fondamentale. (…)
Eppure, era sicura di amarlo.
Come se le due cose fossero compatibili -provare in ugual misura un odio lacerante e un lacerante bisogno non solo fisico di lui- doveva ancora scoprirlo. (…)
È l’ultima volta che la vedo e mi sento come se il mondo fosse nel quale cadrò, tra un minuto esatto, appena andrò via di qui. (…)
Sperava che fosse libero per sempre. Vivo e libero. (…)
La desidero con ogni goccia del mio sangue.”
Se state cercando una storia dove il rosa del romanticismo si screzia di cremisi e vira pericolosamente verso altre tonalità più forti e passionali, se volete una storia di perdono, comprensione e accettazione, se desiderate leggere di due persone spezzate dal passato, che fuggono dal presente ma che ancora sperano nel futuro, Tentare di non amarti fa assolutamente per voi.

Voto 5/5

Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Recensione de La mia eccezione sei tu, di Patrisha Mar

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La sinossi

Finalmente è arrivato il giorno del tanto atteso colloquio di lavoro e Sara deve fare bella figura. Sono già due anni che si è laureata, ma né in campo professionale né in quello sentimentale sembra che la sua vita abbia preso una piega accettabile. E adesso eccola, traballante su tacchi troppo alti, in ritardo cosmico – grazie alla simpatica sveglia che non suona quando dovrebbe e a un autobus che ha deciso di saltare una corsa – sotto la sede della rivista di moda e gossip più letta del momento. Sara deve avere quel lavoro… Ma la giornata a quanto pare è nata storta e può solo peggiorare. E infatti, come una ciliegina sulla torta, l’ascensore che è riuscita a prendere al volo pensa bene di bloccarsi. Uno scossone prima e un altro a breve distanza ed è chiaro che non ripartirà. Ma Sara lì dentro non è sola… Accanto a lei c’è qualcuno. Qualcuno che soffre di claustrofobia e che è sul punto di avere un attacco di panico. A meno che lei… non si faccia venire qualche idea geniale per impedirlo. Un’idea così geniale che lascerà il segno…

 

La mia recensione

“Sara continuava a fissare imperterrita il suo orologio, un piccolo dischetto d’oro che le ricordava di essersi laureata due anni prima alla facoltà di ‘non trovo nessun lavoro a cui potrei aspirare con questo pezzo di carta’.”

E batti e ribatti sempre sullo stesso tasto, Alessia! Sssalve, lettori, e benvenuti nella mia rubrica “letture estive”. Pochi giorni fa, approfittando della promozione Newton Compton su Amazon- ebook alla modica cifra di novantanove centesimi- mi sono fiondata su qualche romanzo. La mia scelta è caduta su “La mia eccezione sei tu” di Patrisha Mar che, sebbene dal nome possa sembrare straniera, è super italianissima e io ci ho pure parlato e lei non mi ha fatto sentire una sfigata perché è stata gentilissima e… Ok, la smetto subito.

Ma bando alle ciance, amici, è presto detto. La mia eccezione è una splendida favola metropolitana e contemporanea. È una giornata di quelle meravigliose (sono sarcastica) per Sara. Dovrà sostenere un colloquio di lavoro ma ecco che la sveglia non suona, i trasporti pubblici le danno qualche grattacapo e tutto sembra remare contro di lei. In sostanza, arriva alla sede della rivista di moda  in equilibrio malfermo sui tacchi troppo alti e in clamoroso ritardo. I colloqui sono chiusi e non le resta che tornarsene a casa mesta mesta. Come tutti sappiamo, dal letame possono nascere i fiori: in ascensore Sara incontra il famosissimo e super pagato re delle riviste patinate Daniel Gant e questo potrebbe contribuire a una svolta epocale della vita della ragazza.

“Poi tutto divenne confuso, un fuori fuoco poco interessante mentre le persone si aprivano come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Ogni cosa si fermò, tranne il suo incedere sicuro.”

Che giornata di concime organico sarebbe, però, se l’ascensore non si bloccasse? E allora succede ciò che non ti aspetti, perché, seppur Daniel abbia l’aspetto di un dio ultraterreno, è una persona normale, con tutte le fragilità del caso; e perché Sara, per quanto sia amante della razionalità, al fine di sedare il di lui attacco di panico, lo bacia. Lo bacia, signori! Poi, si seppellisce sotto l’imbarazzo e lo evita. Ma è proprio l’atteggiamento schivo di Sara a unirli.

“«Potrò anche vivere davanti a un obiettivo, potrò anche essere fotografato, spiato, seguito, ma quello non sono io, il vero Daniel lo conoscono in pochi, Sara. Lo conoscono solo coloro a cui permetto di vederlo. Tutti possono credere di avere un pezzetto di me, comprando un giornale, ma in realtà di me non hanno nulla. Mi proteggo bene dai media. Appena ti ho incontrato, ho visto qualcosa in te. Non eri affascinata come le altre, anzi, mi respingevi e questo mi ha spronato a cercarti ancora di più. […] Tu potevi essere la mia eccezione, quella che non si faceva affascinare da un mondo di cartapesta, ma che sapeva guardare al di là.»”

Oh, lo ammetto! Per tutta la lettura non ho fatto che pensare a David Gandy, il famigerato modello britannico. Chi non ha sognato un po’ ad occhi aperti, osservando le fotografie che lo ritraggono? Anche i vostri occhi hanno indugiato, impudichi, qualche secondo più del dovuto, vero? Che fare se, proprio come succede a Sara, quella specie di essere sovrannaturale vuole te e te soltanto? Daniel Gant desidera corteggiare Sara de Michele, ma… Sicuramente lui conosce e frequenta le donne più belle del mondo. Le riviste di moda lo provano: Daniel si accompagna sempre  a stupende dee. Conturbanti Valchirie, sofisticate e ben vestite, in grado di far girare la testa anche all’uomo più riluttante. Sfido chiunque a non sentirsi, sì completamente benedette da un dio benevolo, ma anche e soprattutto intimidite e vulnerabili. È ciò che succede a Sara, personaggio con cui non è per niente difficile entrare in sintonia. E se, abbandonate le riserve iniziali, la gelosia ci mettesse lo zampino? Del resto, osservare il proprio uomo su una rivista patinata senza veli o quasi, accompagnato da una modella ammiccante che lo sfiora dove in genere il sole non batte, quanto può essere piacevole? Io personalmente avrei i crampi allo stomaco dal nervoso.

“«Ero convinta che ce l’avremmo fatta, ma quando guardo quella rivista che ancora non ho bruciato perché non so come fare senza dar fuoco a casa, sto male, e mi ricordo di quanto mi è impossibile convivere con un simile aspetto del tuo lavoro. »”

Leggendo l’Eccezione ho riso e ho sofferto perché la narrazione di Patrisha è fresca e divertente ma non risparmia sui momenti di patos. Vi innamorerete di questa commedia romantica, di nonna Glicine, della sorella Virginia, dello splendido Daniel- bello dentro e fuori- e della neolaureata Sara. I due protagonisti saranno l’uno l’eccezione dell’altra? Sara spezzerà l’incantesimo che costringe Daniel a essere apprezzato sempre e solo per il suo volto pubblico? E Daniel, dal suo canto, saprà abbattere le difese di Sara, colei che si potrebbe definire come la classica “ragazza seria”? Leggetelo per scoprirlo e per passare, perché no, qualche ora di svago, dove una risata leggera e un tuffo tra i buoni sentimenti di certo non mancheranno. Consigliatissimo.

 

Voto 4/5

 

Recensione di Mezzo Vampiro, di Belinda Laj

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La sinossi

 

Julian Laurent non è come gli altri vampiri: lui non ha ricevuto il marchio dal Signore degli Immortali. Per questo motivo la sua permanenza all’interno della Damned Academy non sarà facile; oltre a dover affrontare il disprezzo di vampiri, angeli, demoni e mezzosangue, dovrà vedersela con Mia, una ex ragazza di cui non ricorda nulla. Julian crede che tutti i suoi problemi si riducano a questo, ma presto capirà che in gioco c’è molto di più. I trasformati gli danno la caccia per ucciderlo, e un pericoloso potere che nessuno dovrebbe avere sta crescendo dentro di lui. Grazie a Ray, un altro vampiro, scoprirà cosa è realmente il marchio: uno strumento con cui il loro Signore, Blake, tiene in proprio potere gli immortali. Liberare gli studenti dall’influenza del marchio non sarà affatto semplice, anche perché Julian crede di essere legato a Blake da un filo invisibile, e la realtà è peggio di quanto possa immaginare.

 

La mia recensione

 

Se vi aspettate la classica storia sul vampiro che si innamora di una fragile umana e combatte la propria natura di predatore, rimarrete delusi o deliziati, a seconda dei casi. Ebbene sì, il protagonista di Mezzo Vampiro non è la solita belloccia che non sa di esserlo, povera in canna e che non è in grado di andare dal punto A al punto B senza cadere lunga distesa. Non fraintendetemi, non ho niente contro le ragazze maldestre: io sono una di quelle. Al posto di Bella Swan, c’è un bello e- è proprio il caso di dirlo- dannato.

Julian Laurent non ha dubbi: è morto. E, quando si risveglia dalla sua morte apparente, scopre con terrore e sgomento di trovarsi dentro una bara(claustrofobici, siete avvisati!). Si abbandona alla disperazione- come biasimarlo?- e quando riapre gli occhi Julian è in un sotterraneo, circondato da altre… persone. Sono tutti bellissimi, giovani e alcuni di loro sono un po’ stravaganti. Julian è guardingo, sulle sue, rannicchiato con le ginocchia contro il petto, certo di lui non si può dire che sia un tipo amichevole, ma ancora una volta: come biasimarlo? I presenti gli spiegano che quella è LA notte per eccellenza. La sera che segnerà il passaggio delle giovani creature sovrannaturali (vampiri, angeli, demoni, e mezzosangue) nel mondo dei dannati adulti, attraverso la Damned Academy. Il rito di iniziazione(sì, direi che possiamo chiamarlo così) si consumerà e alla fine i fanciulli riceveranno due doni: l’immortalità e il marchio del Signore degli Immortali. Per tutti fila liscio, tranne che per Julian Laurent: con sua somma e cocente umiliazione, il Signore gli nega il marchio. È inaudito.

“Ora lì, nella Damned Academy, tutti lo guardavano come se fosse un esperimento mal riuscito. Uno da cui era meglio stare alla larga per non farsi contagiare da qualche strana e orripilante malattia.”

Julian incassa con difficoltà l’offesa subita ma a girare il coltello nella piaga c’è l’assurdo soprannome che l’intera Accademia (Logan, ne sai niente tu?) gli ha affibbiato: Mezzo Vampiro.

È il primo, infinito giorno di scuola e il nostro protagonista deve fare i conti non soltanto con lo scherno e il disprezzo generali, ma anche con tutta una serie di regole e insegnamenti di cui non sospettava l’esistenza. La brama di sangue lo reclama, vorrebbe affondare i canini nel collo di qualcuno (spesso potevo quasi sentire la sua sete!), altro che partecipare alle lezioni! E il punto, credetemi, non è nemmeno questo. Julian non sa chi è, né come sia arrivato fino alla Damned Academy, né perché. È un pesce fuor d’acqua, poverino. Tutti sanno tutto e hanno superato la trasformazione senza particolari traumi o scossoni, invece a lui non è stata risparmiata la sofferenza. Julian, infatti, ha ricordi molto vaghi della sua vita umana e passata, eppure ricorda il dolore indicibile patito negli ultimi tre anni della sua esistenza.

Il vampiro non capisce e non c’è niente che desideri più del marchio che contraddistingue la sua razza(uno scorpione sulla nuca che conferisce poteri sovrannaturali).

“Era diventato uno sfigato per colpa di Blake Night.

Cercò il suo volto e la sua divisa bianca tra i presenti e non lo trovò.

Perché diavolo gli aveva negato il marchio?”

Oltre, naturalmente, togliersi di torno l’appiccicosa, ingenua e innamorata Mia, la mezzosangue che sostiene con una certa veemenza di essere la sua ragazza.

“«Non devo spiegazioni a nessuno, tantomeno a te.» Serrò le mascelle, senza smettere di osservare Mia Foster con sguardo assente.

Non era facile accettare che fino alla notte del rito pensava di essere come la ragazza che gli stava davanti, e che il mondo fosse popolato soltanto da comuni esseri mortali. A essere precisi non sarebbe stato neanche come lei, considerato che Mia Foster era una mezzosangue e conosceva ciò che era proprio come tutti gli altri, mentre lui aveva vissuto quasi vent’anni con gli occhi bendati, finché non si era ritrovato nei sotterranei della Damned Academy.”

Adesso voi immaginate un Julian distrutto dall’oltraggio, ed effettivamente lui non si sente completo. Gli manca un pezzo di sé, quasi che il marchio rappresentasse un arto o un organo vitale, tuttavia, Julian non china il capo, anzi! Pian piano acquisisce sicurezza, e da sfoggio di una certa spavalderia, è spudorato, a tratti arrogante, bellicoso.

“«Sono senza marchio e non ho mai preso in mano una spada» disse a denti stretti, incapace di mantenere una voce ferma. «E tu vieni a dirmi che vuoi sfidarmi?» ringhiò, lanciando il bracciale per terra e facendolo atterrare sul materassino ai piedi di Blake.

Esclamazioni di stupore riempirono la palestra, quel gesto irrispettoso non era passato inosservato.”

Julian non capisce perché il suo Signore l’abbia condannato a un’eternità di sventura, né perché sente un legame atavico con l’autoritario (non ho sbagliato: volevo dire proprio autoritario), onnisciente Signore degli Immortali. Si dibatte perennemente tra il desiderio di buttargli le braccia al collo e quello di saltargli alla giugulare.

Blake ignorò ancora la domanda, contorse la bocca in una smorfia di sufficienza e Julian lo guardò accigliato. «Sei spregevole» disse divorato dall’ira, «ma io lo sono più di te, perché malgrado tutto non riesco a odiarti come vorrei. Hai ucciso la mia famiglia, mi hai rovinato la vita, eppure non ci riesco» confessò sull’orlo delle lacrime, coprendosi il volto con le mani. «Cosa diavolo mi hai fatto? Non ce la faccio nemmeno a pensare a una vendetta nei tuoi confronti.» Julian era disgustato da se stesso e dalla propria vulnerabilità, si sentiva come una marionetta legata all’altro da un filo invisibile.”

Il suo triste passato, fatto di sofferenza e vuoti di memoria, insieme alla sua condizione attuale lo logorano.

“Con lo sguardo rivolto alla finestra, fissò il vuoto e si lasciò divorare dall’angoscia.

Le grida che avrebbe voluto emettere morirono dentro di lui.”

Julian trova riparo nell’amicizia che lo salda al gentile, pacifico ed educatissimo Hunter e nel misterioso Ray, che gli svela trucchi e segreti. E se il marchio fosse uno strumento di controllo da parte del Signore degli Immortali per limitare la libertà dei suoi sottoposti e stringerli, impotenti come sono di fronte ai suoi poteri, nel suo giogo? È vero, anche Blake Night ha le sue fragilità e le sue frustrazioni, che provengono da un trono non proprio legittimo, ma è stranamente capace di moti di tenerezza nei confronti di Julian.

A chi credere? A cosa credere?

“Dopotutto Blake poteva benissimo andarsene ovunque; era potente, pericoloso e del tutto immortale, perché mai trascorreva il suo tempo in un’accademia quando avrebbe potuto vivere in qualsiasi parte del mondo e spassarsela alla grande?

Ebbe uno spasmo allo stomaco. Il solo pensiero di non rivedere più il suo Signore era orribile, inaccettabile.”

E perché tutti, compreso Blake e Audley, sembrano stare col fiato sul collo di Julian? Che cosa pretendono da lui? Che Julian sia il pezzo mancante di un disegno più grande?

La narrazione è in terza persona, incisiva, forte, assolutamente credibile. Qua e là c’è qualche imprecazione, ben inserita nel contesto e non troppo fastidiosa in fase di lettura. Sono interessanti i giochi di potere all’interno dell’Accademia: mi hanno ricordato una Saga che ho apprezzato molto. Ho amato e odiato, e amato, e odiato a turno tutti i personaggi perché sono ben caratterizzati, per ognuno di loro posso elencare due, tre (anche più)peculiarità e questo non è altro che un bene.

Sto recensendo questo romanzo a caldo, subito dopo aver terminato la lettura. Perché? Perché voglio sostenere le autrici italiane. Io credo che siamo perfettamente in grado di scrivere storie che meritano di essere lette, anche noi, come le colleghe più famose, possiamo raccontare qualcosa e Belinda Laj l’ha fatto. Lettura consigliatissima.

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