Letture “da spiaggia”, o anche no.

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Sssalve, miei biscottini di melassa. O forse, visto il periodo, dovrei chiamarvi “ghiacciolini al limone”, però non me la sento. Capitemi.

Ricominciamo daccapo: Ciao a tutti.

Che cosa fa Alessia in questo periodo? Beh, è chiaro, non lo sa nemmeno lei.

In realtà ho promesso ai miei lettori (pochi, ma buoni) che avrei pubblicato il secondo e ultimo capitolo della storia di Gabriel e Angelica in autunno. Quindi secondo voi come starò passando le vacanze? Ma revisionando, of course!

Non mi voglio certo lamentare, ma perché -oh, perché?- esistono refusi e ripetizioni? Non sarebbe più semplice se gli errori di battitura e i vari sinonimi si sistemassero da soli, così, per magia? E invece no. A ogni singola revisione spuntano nuovi orrori. (Da pronunciare rigorosamente con la R moscia sennò non vale.)

Di solito quando sono in “fase creativa” non riesco a leggere neanche una riga, ma che estate sarebbe senza romanzi, dico io?

Ve ne voglio segnalare tre, tanti quanti ne ho letti finora.

Comincio dai meno ombrellonici ( “petaloso” mi spiccia casa). Il primo libro che ho letto è uscito il 30 giugno e lo aspettavo con una certa ansia. Sto parlando del quarto e ultimo (spero vivamente di no!) capitolo della Touched Saga, di Elisa S. Amore, dal titolo “Il canto della morte”.

In caso voleste saperlo, seguo Elisa dai tempi in cui era un’autrice self e, da quando la Nord pubblica i suoi romanzi, ho instaurato una specie di tradizione. Vado alla Feltrinelli con mia sorella, mi aggiro per gli scaffali come in trance, prendo il libro tra le mani nemmeno fosse l’antico vaso che va portato in salvo dell’Amaro Montenegro, mi dirigo alla cassa su una nuvoletta rosa, pago l’acquisto e faccio la foto di rito da mandare a Elisa.

Come si può guardare al futuro, quando sai di avere i mesi contati? Gemma se lo chiede ogni notte, da quando ha stretto il patto con Sophìa, la regina degli inferi: tre giorni dopo aver partorito, dovrà tornare all’Inferno, dove verrà trasformata in una Strega. Da quel momento, non ricorderà più nulla del suo passato e la sua anima sarà interamente votata al Male. Questo è stato il duro prezzo da pagare per riportare in vita di Evan e per assicurarsi la salvezza del suo bambino. Mentre lei si prepara a dire addio alle persone che ama, Evan non si arrende ed è convinto che insieme supereranno anche questa prova. Ciò che invece lo preoccupa è la reazione degli Angeli della Morte, che cercheranno in ogni modo di uccidere Gemma prima che diventi una Strega. Tra terribili pericoli e oscuri segreti, Evan e Gemma si preparano per l’ultima, sanguinosa battaglia per difendere il loro amore…

Non avrei saputo immaginare un finale migliore per i Gevan (acronimo formato dai nomi dei protagonisti). Dalla prima all’ultima pagina, ho percepito questo romanzo come un ampio epilogo della storia di Gemma e Evan.

«Non voglio perderti, Evan», mormorò Gemma.

Le accarezzai il pollice. «Non lo permetterò» sussurrai.

Gemma inspirò a fondo. Il cuore le batteva veloce.

Il suo sguardo si era perso sulle nostre mani, dove gli anelli del nostro tatuaggio si univano a formare l’infinito, mentre le scritte suggellavano ogni volta una nuova promessa.

Stare insieme. Combattere insieme.

Credo che il rischio spoiler sia talmente alto da obbligarmi a cucirmi la bocca, quindi dovrò essere più generica possibile, a maggior ragione se non avete letto i romanzi precedenti.

Questa volta Gemma rischia ben più che la morte. Il patto che ha stretto con la Signora degli Inferi potrebbe infatti portarla a perdere la sua anima e il suo amore per Evan e la creatura che le cresce in grembo.

Gemma è fiduciosa: crede che l’attaccamento assoluto che nutre per Evan e il bambino basterà per sottrarsi al giogo delle tenebre. Evan, tuttavia, ha un piano di riserva.

Una cosa importantissima va detta: The Touched Saga si è allontanata dalle serie appartenenti allo stesso genere letterario, si tratta di un’opera slegata, autonoma e originale. L’idea di fondo (geniale già da sola!), quella degli angeli della morte, è stata sviluppata magistralmente e a questa si sono aggiunti via via sempre elementi nuovi.

Al solito, la narrazione in prima persona spetta a entrambi i punti di vista (cosa che ho adorato di questa Saga!). Il ritmo è incalzante, le frasi brevi e incisive, arrivi a non renderti conto che Elisa si sta servendo di parole perché ti fa *vedere* quello che ti sta raccontando, i dialoghi sono ricchi e altrettanto lo sono le scene di pathos e quelle d’azione.

Perdono, peccati, espiazione, Inferno, Paradiso, anche questo romanzo -come il precedente- reca in sé una nota dantesca che mi ha fatta impazzire di gioia. I vostri fazzoletti, però, non sono al sicuro e nemmeno l’occhietto potrà esimersi dal diventare lucido. L’emozione è alle stelle, la speranza in un lieto fine per tutti i nostri eroi pure.

Elisa ci trascina con garbo e prepotenza lungo il suo quarto romanzo e tutto è credibile (persino le scene spiccatamente fantasy), tutto è preciso e scorrevole.

Ma attenzione: non ne uscirete tanto bene. Io sono piuttosto malconcia, malinconica, sento nel cuore “quel non so ché”… Mi sento come svuotata, ecco. Ma sono fiduciosa che un amore tanto grande, dei legami tanto forti e duraturi e la salvezza esistano davvero.

Il secondo romanzo di cui voglio parlarvi è di Amabile Giusti.

Lei è Caterina, una giovane donna che all’età di sei anni ha visto infrangersi la propria infanzia. La persona più importante della sua vita l’ha abbandonata in modo tragico, lasciandole un’immensa ferita nascosta destinata a sanguinare per sempre.

Undici anni dopo, Caterina non ha amici, è più matura della sua età, è troppo matura per la sua età. È strana, complicata, i compagni di scuola la osservano con compassione e sospetto e ha un pessimo rapporto anche coi suoi genitori.

Poi, un giorno, inaspettatamente, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Caterina scopre il motivo di quel tragico evento lontano. In un diario ritrovato, legge una storia di cui non sapeva nulla, una rivelazione che alimenta in lei un viscerale desiderio di vendetta.

Lui è Marco, ha trentasei anni ed è un uomo deluso dalla vita. Si incontrano in una libreria, apparentemente per caso, ed entrambi si rendono subito conto che fra loro c’è qualcosa di profondo: un’attrazione, un’affinità, un’amicizia, o perfino di più? Come gestire un legame che travalica le previsioni e la prudenza e diventa sempre più importante?

Una storia incalzante, tra presente e passato, che parla di vite spezzate, segreti inconfessabili, peccati violenti, ed esseri umani imperfetti, mediocri, fragili e crudeli. Ma anche di amore: un amore inatteso, odioso e sublime, carnale e purissimo.

“Eccolo, il suo diario.

Più piccolo di un quaderno, ma spesso. La copertina di raso lilla. Il lucchetto. Polvere dappertutto, ruggine nelle parti metalliche, graffi sul disegno all’angolo, sul viso di una dama dell’Ottocento che scrive sotto la luce rotonda di un lume a petrolio.

Non è difficile scardinare anche quella chiusura, non è affatto difficile per una che si sente addosso quella strana forza, quel coraggio, quella voglia irruente di sapere tutto ciò che c’è da sapere dopo anni in cui ha fatto il possibile per non saperlo. La minuscola serratura ossidata salta, rintocca a terra e si ferma in mezzo alla polvere.

Allora, Caterina legge.

Col cuore in bocca, legge.

Niente di ciò che succede, succede invano.”

Ho comprato “Non c’è niente che fa male così” perché, devastata da un precedente romanzo di Amabile Giusti, Tentare di non amarti, volevo di nuovo leggere qualcosa che fosse scritto da lei. Senza informarmi sulla trama prima dell’acquisto.

Il romanzo presenta pochi dialoghi (questa, forse, l’unica minuscola pecca), è narrato in terza persona ma il POV si sposta all’occorrenza da un personaggio all’altro. C’è Caterina, bella, molto più che bella, introversa, un cattivo rapporto con la madre, un corpo da donna. Di lei l’anagrafe dice che è solo una ragazza di 17 anni. E allora perché la giovane sente tutto quel peso? Tutta quella responsabilità? Molti anni prima, una terrazza condominiale ha distrutto la sua infanzia e la sua adolescenza.

C’è Marco, un uomo senza coraggio, incastrato, ingabbiato in una vita di lussi, costretto a fare un lavoro che non ama, a rinunciare alla sua passione per la pittura, soffocato da una paternità che non ha cercato.

E ci sono mogli (Giada) che amano di un amore devastante e irrazionale, madri che allontanano le figlie, padri che sono solo felici che quelle stesse figlie siano semplicemente tornate a casa. C’è Filo, che vorrebbe Caterina per sé. E, prima ancora, c’era un’adolescente bella, bellissima. La sua unica colpa? Essere bella e ingenua.

Amabile fa sì che ci si immedesimi in ognuno di loro.

E il destino? Che cos’è il destino? Una tela tessuta da mani “divine”? O piuttosto qualcosa che noi stessi ci costruiamo?

Da quando Caterina era entrata nella sua vita gli era venuta una voglia pazzesca di creare. Non necessariamente cose che avevano a che fare con lei, non soltanto la sua faccia assorta e giovane e antica -che poi cancellava con cento pennellate rabbiose e ne veniva fuori un quadro astratto- ma anche altro…

Chiudo questa chilometrica review segnalandovi il terzo e ultimo romanzo, “Non mi piaci ma ti amo”, di Cecile Bertod.

Voglio spendere qualche parola sulla Newton Compton Editori. Sia lodata questa casa editrice! La versione digitale dei loro romanzi spesso si trova a 99 centesimi e i cartacei non costano più di nove euro e spicci, e a volte si ha la fortuna di trovarli a quattro euro e spicci. La adoro perché da la possibilità a tutti di comprarsi un libro. Vi pare cosa da poco? Ma torniamo a noi.

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark. Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici. Crescendo, i due si perdono di vista finché…

Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada qualcosa di assolutamente imprevisto…

Dei tre, questo è senz’altro il romanzo più indicato per questo periodo. È pur vero che non esiste un vademecum per la scelta delle letture estive, perciò ignoratemi. L’ho finito ieri in spiaggia e per poco non mi internavano. Non leggetelo in pubblico: è la sola raccomandazione che mi sento di farvi.

Decisa a non trasformare la mia festa di fidanzamento in una cena con delitto, mi massaggio la fronte e accenno una scusa, fermamente intenzionata a non interrompere lo spettacolo di cabaret e a ritornarmene dietro la tenda.

Non so se si è capito, ma la protagonista trascorre la sua festa di fidanzamento nascosta dietro la tenda del salone. Vabbé.

Se leggerete questo romanzo, vi prenderanno per pazze, attirerete sguardi sgomenti, occhiate sospettose, espressioni di rammarico o di compassione, e tutto perché? Perché questa commedia degli equivoci vi strapperà più di una risata. Brillante, ironica, la parte rosa è coinvolgente e non eccessivamente scontata. C’è una scenetta hot scritta davvero bene. Il romanzo narrato in prima persona dal POV di Sandy (peccato non aver letto anche il punto di vista di Thomas), il lessico è molto curato. Insomma, che fantastica sorpresa!

Dalla folla si liberano applausi entusiasti. Qualcuno inizia a gridare “Bacio!”, “Bacio!” e io rimpiango di non aver chiesto che fosse compreso un cecchino professionista nel servizio di catering.

Insomma, come sempre, leggete e recensite (io l’ho fatto su Amazon) anche in estate. Buone vacanze.  :-*

Sono stata impegnata.

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Salve, visitatori. Ne è passato di tempo.

La verità è che myblog aveva deciso che non ero autorizzata ad accedere al mio Giardino. Una tragedia l’immagine del pupazzino di neve quando in Sicilia si passeggia già in shorts, e altrettanto critica era l’impossibilità di caricare articoli, anche quando avrei disperatamente voluto parlare con voi, miei amici immaginari. La vita è sofferenZa.

E poi, sono stata impegnata. Con un’esperienza bellissima: la pubblicazione de Il giglio bruciato. *_* Ci credete?

Tra le mille revisioni -ho dovuto rivedere un po’ i primi capitoli- le riletture, le correzioni -ma cosa fanno, i refusi, si accoppiano nottetempo e figliano?- ce l’ho fatta! Ce l’abbiamo fatta, io e le mie beta reader che si sono immolate ripetutamente per me. Costruirvi monumenti non basterà, lo so.

Certo, devo ammetterlo, ho pubblicato sollevando pazientemente le spalle stile *I don’t care.

A un certo punto, non mi importava più di sentirmi pronta, non mi interessavano più gli errori di battitura (che ancora infarciscono il testo come se non ci fosse un domani), l’importante era che Il giglio lasciasse il nido e così ha fatto. Ha spiccato il volo.

Ora è su Amazon. Qui. E io lo guardo camminare da solo, fiera e, non posso evitarlo, apprensiva. Ma correte pure a dare un’occhiata alla sinossi e ai primi capitoli. Non fate caso a me.

Che dire? La pubblicazione è stata semplice come bere un bicchiere d’acqua, non senza incognite, sia chiaro (impaginazione, compilazioni varie, autorizzazioni che nemmeno il mutuo di un immobile e l’apertura di un conto alle Cayman). Il più adesso sarà farsi conoscere, leggere, procurarsi qualche sincera recensione e qualche critica costruttiva.

E io che credevo che la parte difficile fosse mettere nero su bianco le mie idee strampalate! In caso voleste saperlo, sì, mi sembrano ancora assurde, prive di fondamento logico. Però, giuro, non mi drogo.

Il processo creativo è totalizzante (non si dorme, da svegli si intessono fatti e dialoghi in continuazione, quello che avete visto vagare per strada e per casa era il mio ologramma, insomma), sì, ma per un autore self le fatiche non terminano con la scrittura. Ogni fase, anche la più banale come decidere la trama giusta (ne ho scritte qualcosa come quattordici) per poi scegliere con molta nonchalance quella di Anna, la mia Sant’Anna personale, è un rompicapo.

Le decisioni, quelle sono state sfiancanti. Carta bianca o avorio? Copertina lucida oppure opaca? Ma quale copertina, poi? Per fortuna Sara, la mia illustratrice del cuore, ha incrociato i miei passi, sennò ancora sarei a crogiolarmi nell’indecisione.

Che mossa intelligente, direte voi, e che spreco di tempo! A me piace pensare che nella vita tutto serva, anche brancolare nel buio e non sapere descrivere al meglio il tuo stesso romanzo.

Perché è la mia creatura, ma questo non vi spiega niente. Di che cosa parla, quindi, Il giglio?

Un incidente d’auto le ha cancellato la memoria.

Ora, l’anno che non riesce a ricordare le sembra un’intera vita da ricostruire.

Che cosa succede a chi dimentica un segreto inconfessabile?

Il tempo di Angelica Giglio sulla Terra è sul punto di scadere.

I nemici potranno essere la sua condanna, oppure rappresentare la sua salvezza.

Angelica si troverà trascinata in un vortice fatto di pericoli e rivelazioni al di là di ogni possibile immaginazione. Le già fragili certezze della protagonista verranno messe a dura prova, dovrà riscoprire la sua vera identità e avrà bisogno di un alleato per sopravvivere. Ma fra amici che non ricorda di avere conosciuto e l’arrivo del misterioso Gabriel Duke, chi potrà aiutarla a non bruciarsi col fuoco?

C’è mistero, c’è un tocco di rosa in una Como che custodisce più segreti di quanto una persona possa fare. Solo la lettura potrà soddisfare eventuali curiosità, dunque, perché non buttarsi?

Questo è un articolo sconclusionato, un flusso di coscienza, spero vogliate perdonarmi ma ci stava tutto.

Tanti cari saluti.

I dieci misteri delle serie tv

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Estate tempo di… vacanze? No, di serie televisive in arretrato. Buon pomeriggio a voi, visi abbronzati. Le vostre ferie procedono bene? State facendo il pieno di vitamina D?

Approfittando della pausa estiva delle serie che seguo di solito, ne sto guardando altre che avevo sospeso per mancanza di tempo. Ieri, saranno stati i temporali estivi (ma sì, diamo sempre la colpa a qualcosa!), la mia amica Anna e io abbiamo tracciato una mappa dei misteri dei telefilm.

Avete mai notato che, più o meno, hanno in comune delle stranezze? Vediamo insieme quali sono.

1- Disumanità. Nessuno mai che prepari il sugo. Che cosa mangeranno questi? Mistero. E nessuno mai che faccia pipì o stiri le camicie o debba assolutamente fare lo shampoo prima di uscire. O, peggio ancora, che si strucchi prima di coricarsi.

2- Facilità. Lei va a letto con lui, il padre di lui, il fratello di lui, l’amico di lui, il vicino della casa al mare e di quella in montagna e mai nessuno che la lapidi dandole della sgualdrina.

3-Strani tonfi. È notte fonda, i lupi ululano in lontananza, e si sente un rumore in cantina. Che fai? Afferri la torcia e vai a controllare. Ma ndò vai? Manda tuo marito, che pesi quarantacinque chili, bagnata e con le pietre in tasca! Che poi se incontri il malfattore, o il mostro che sia, come reagisci? Per rabbonirlo gli punti la torcia in faccia e gli canti “Tanti auguri a te”?

4-Fragilità. Tutti i personaggi delle serie tv hanno teste fragili come il cristallo di Boemia e fontanelle rigorosamente aperte dalla nascita. Ruzzoli giù dalle scale perché sei inciampata per colpa della moquette? È coma. Sicuro e matematico. O aborto spontaneo. Io sono caduta mille volte dalle scale, e non mi si è mai scheggiata nemmeno un’unghia. (Tocco ferro: sia mai che alla fine mi rompo l’osso del collo!)

5- Irriconoscibilità. Dieci anni che non vedi qualcuno? Quel qualcuno ha cambiato pettinatura o montatura di occhiali? Perfetto, non lo riconosci nemmeno documenti alla mano. Emily Thorne aka Amanda Clarke docet.

6- Parentela multipla. Nelle serie tv i parenti spuntano come funghi prataioli. Gli alberi genealogici dei personaggi sono qualcosa in continuo divenire: potrebbe sempre comparire dal nulla qualche altro ramo. Fratellastri, patrigni, matrigne, gemelli eterozigoti caduti sotto la culla della nursery e quindi persi per essere ritrovati dopo anni, cugini di quarto grado, ziastri…Esistono?

7- Risurrezione. I personaggi muoiono e risorgono meglio dell’araba fenice. “Ma tu non eri morta in un incidente d’auto?” “Naaa, non ero io, quella era la mia gemella, tua zia Guendalina” “Ah. Beh, mamma, se vuoi del succo di frutta lo trovi in frigo, ora ti lascio che vado al doposcuola”.

8- Obliquità. Gli spostamenti sono immediati, manco fossero super eroi dotati di teletrasporto. C’è da andare da Mistyc Falls ad Atlanta? Detto fatto. Da New York agli Hamptons? Rapidissimo. Io per andare al supermercato a comprare il latte devo sorbirmi un quarto d’ora di macchina. Nei telefilm, basta battere le ciglia e tac, ecco i personaggi sul luogo del delitto e tac, eccoli di nuovo a casa che si limano le unghie comodamente seduti sul divano.

Ma gli ultimi due misteri, siore e siori, sono fenomenali: i Cellulari e le Discussioni.

9-  I telefonini dei personaggi sono: A- sempre carichi, di credito e di batteria; B-sempre raggiungibili e C- indistruttibili. Un casolare esplode e il vampiro ultrasecolare è sano e salvo. Lo stesso non dovrebbe valere per il suo smartphone, pensi. Ingenuotto! Quel cellulare squilla due secondi dopo la deflagrazione, perfettamente integro e con cinque tacche di ricezione. Il mio cellulare fa una caduta di venti centimetri e si spacca in mille pezzi, nelle serie televisive il telefonino finisce dentro un fiume di lava( cit. Anna) e quando ne esce funziona che è una meraviglia e aggiorna pure le app senza chiedere l’autorizzazione. Altra chicca è il rapporto dei personaggi col cellulare. Ti chiamano e tu sai che è questione di vita o di morte, ma non rispondi, perché in quel momento ti stai grattando una verruca. O ancora, a telefonarti è il tuo acerrimo nemico, quello che ti ha tenuto un secolo dentro una bara con un pugnale conficcato nel cuore e che ti ha ucciso la famiglia, il gatto, la portinaia e la maestra dell’asilo. Che fai? Ma è ovvio! Rispondi dopo mezzo squillo. “Drin! Sì, chi è? No, non mi disturbi affatto. Che dici? Salvare il tuo canarino? Un attimo e sono subito da te”.

10- Le discussioni serie, per intenderci, quelle in grado di mandare in guerra una nazione. Al bar, in trattoria, nella sala d’attesa dell’ospedale o alla centrale di polizia. I personaggi delle serie tv parlano di tutto, TUTTO, OVUNQUE, esistenza dei vampiri e delle streghe, crimini commessi, omicidi a sangue freddo, con un candore e una tranquillità degne del Mahatma Gandhi. Loro non temono di essere sentiti da orecchie indiscrete o di essere smascherati da qualche astante temerario, stile “Ehi, tu, di cosa vai blaterando?”. Non parlano con fare furtivo, che ne so, magari guardandosi ansiosamente attorno, non bisbigliano, non abbassano nemmeno la voce.

Discussione tipo. “Ho ucciso io Suor Giuditta” confessa all’amica accanto a lei. “Un etto di prosciutto crudo, per favore” dice calma al salumiere. “Sono centocinquanta grammi, che faccio? Lascio?”

Dentro una serie televisiva, lo so, io non durerei un giorno. E voi, quali altre stranezze avete notato? Winter is coming, secondo voi?

Buon compleanno alla mia Anna, compagna di letture, di film strappalacrime, e di scleri. Ti voglio bene. :-*

 

 

 

La mia esperienza: torneo letterario IOscrittore

io scrittore

A cadenza settimanale, ormai, controllo la mail collegata ai miei manoscritti, armata di speranze sempre più fioche. Ho fatto qualche progresso: prima accedevo ogni giorno, col sorriso stampato in volto, e quel sorriso puntualmente si spegneva insieme alle mie vane speranze. L’ho fatto anche oggi, dopo una settimana, dieci giorni. Ma la casella della posta in arrivo rimane vuota, non importa quante volte io la visiti. Qualcosa, però, offre una qualche dignità al mio indirizzo e-mail, altrimenti inutilizzato. Sono le missive a mezzo elettronico del torneo letterario IoScrittore, indetto dal gruppo Mauri Spagnol. Sì, perché anche io, insieme ad altri tremilaseicento autori di belle speranze, ho partecipato al famoso Torneo e quelle mail tracciano una mappa.

Voglio raccontarvi la mia esperienza…

Iniziò tutto il 3 gennaio 2015. Ritenendomi io abbastanza sicura da sottoporre la mia opera prima a un essere senziente che non facesse parte della mia sfera affettiva, finite le feste, faccio un deprimente giro in internet alla ricerca di case editrici. So che sul suolo italiano ce ne sono a centinaia, ma so anche che devono essere contrassegnate dal prestigioso marchio NO-EAP. Solo alle case editrici non a pagamento, infatti, concedevo la mia attenzione, sennò andavo beatamente avanti scrollandomi di dosso la polvere. Ho sempre pensato che pagare per vendere un prodotto non sia esattamente una mossa intelligente. Io ho scritto un libro che vendo a te, casa editrice, perché devo comprare le prime duemila copie e lasciare che ammuffiscano in attesa di venderle io stessa? Perché, tu, casa editrice, non promuovi il mio romanzo adeguatamente? Ah, dici che sono uno scrittore esordiente e che non vuoi rischiare. Giusto, giusto…

Ad ogni buon conto, quel giorno sembrava che tutte le strade conducessero a Roma. Qualsiasi sito io consultassi, da qualche parte c’era sempre il trafiletto che recitava qualcosa come: “Hai scritto un libro bellissimo, ma nessuno lo sa? Partecipa a IoScrittore”. Oook. La registrazione è un gioco da ragazzi ed eccola, la prima mail. Che felicità.

Ciao, Alessia Garbo

questa email ti è arrivata a seguito della registrazione al TORNEO LETTERARIO IOSCRITTORE.

Accedi alla tua pagina personale e carica l’incipit della tua opera (ovvero i primi capitoli) o l’opera completa e assicurati:

– L’attenzione degli editor del Gruppo editoriale Mauri Spagnol

– La partecipazione alla prossima edizione del Torneo Letterario IoScrittore

L’attenzione degli editori del gruppo Mauri Spagnol? Ma questo è un sogno da cui non voglio che mi svegliate, mai! Sono impaziente di cominciare ma non impiego molto a rendermi conto dell’inghippo: i miei lettori saranno solo e soltanto scrittori dilettanti come me. Nessuno degli editori leggerà il mio manoscritto, non nella prima fase, almeno. Tuttavia, non posso e non voglio tirarmi indietro e completo la mia iscrizione il 12 febbraio. Nel frattempo, però, il mio buonsenso mi obbliga a non sottoporre la mia opera ad anima viva. Per onestà intellettuale “Il giglio bruciato” rimane nel cassetto, pur avendo improvvisamente tanta, tanta voglia di farsi un giro. Sempre a mezzo missiva elettronica, infatti, scopro che i tempi sono lunghi e che si dilateranno fino al 2 marzo, limite ultimo per caricare l’incipit della mia opera. Completo la procedura, e una mail del 5 marzo mi annuncia che sono tra i millemila partecipanti della sesta edizione del Torneo! Seguono le raccomandazioni (“leggi con attenzione e oggettività gli incipit a te assegnati, prenditi il tempo necessario per formulare il tuo giudizio”) e le istruzioni del caso, e via, nell’arena e che vinca il migliore!

Apro la mia pagina personale sorridendo da un orecchio all’altro e mi dico che, anche se solo un incipit appartiene al mio genere preferito, non tutto è perduto. Visito il blog del Torneo e lo sconforto riaffiora: centinaia di commenti tra cui mi districo faticosamente e gente che aveva già valutato cinque incipit o che era al suo quinto torneo! Mi sento una matricola e ci sono già passata, non voglio ripetere l’esperienza. Non demordo e mi metto a lavoro, leggendo e valutando i manoscritti con solerzia. Il fantasy che tanto pregustavo non si dimostra all’altezza delle mie aspettative, ma venti pagine si leggono in un soffio e, senza lasciarmi scoraggiare, vado avanti con gli altri incipit. Del resto, sono una lettrice instancabile. Paziente e instancabile. Vero? Paziente, vero? 😛

I giorni passano, e io leggo e valuto ma non riesco a evitare di fare un giro nel blog, di tanto in tanto. Più che altro per carpire informazioni velate sul mio incipit. E qui iniziano i problemi. In quei mesi ero molto, troppo presa e impegnata dalla stesura del mio secondo romanzo, quindi il tempo che potevo dedicare al Torneo, e di conseguenza al blog ad esso correlato era discontinuo. Eppure, per quanto potesse sembrarmi normale, pareva proprio che la mancanza di tempo fosse un disagio soltanto mio. Mi distraevo mezza giornata? Ecco che nel blog fioccavano i commenti degli altri utenti. Migliaia, lunghissimi, chilometrici, seguirli era impossibile. Il succo era uno. Tutti i partecipanti alla discussione, quasi sempre veterani, raccontavano di essere alle prese con altri scritti, con una famiglia degna di Seven Heaven, con lavori massacranti da quarantotto ore al giorno. Ciononostante, sempre presentissimi e organizzatissimi. Hanno già valutato almeno la metà degli incipit, ad alcuni dei quali assegnando un valore numerico di uno, in una scala da uno a dieci (1, avete letto bene!), e sono scrittori metodici e capaci, che non lasciano nulla al caso. Alcuni si confidano sul loro modus operandi e in genere questo prevede una scheda su ogni singolo personaggio, dove annotare colore di capelli, gestualità frequenti e intercalari, gruppo sanguigno e numero di conto in banca. Ah, ovviamente non può mancare l’appunto su quante volte il protagonista va di corpo. Importantissimo. E lì io penso “Ma io non lo so quante volte fa la cacca Angelica!” e sento il complesso di inferiorità affiorare sempre più, salire piano piano dai piedi e impossessarsi del mio corpo. Ho in fronte una scritta a led: “Sei una matricola inadeguata”. Altri dicono che scrivono circa il 120% del testo e poi tagliano, senza pietà. Io non ce la farei, per me ogni singola parola scritta è sacrosanta e di quello che scrivo non si butta via niente.

Ad ogni modo, sembra proprio che la scrittrice meno abile e ordinata di tutti i partecipanti debba rimanere io, nessuno punta il dito, per carità, ma non posso non sentirmi sotto esame. Il dubbio sorge spontaneo. E, allora, quale di quegli scrittori ha partorito gli incipit sottoposti alla mia attenzione? Perché, sebbene due o tre la meritino davvero, gli altri dodici vanno dal non classificabile all’appena passabile. Come mai? Autori dotati e organizzati, dove siete? Dove vi nascondete? È possibile che io, tra tutti gli iscritti, abbia in carico un’alta percentuale di incipit mediocri? Possibile che siate bravi solo a parole?

Faccio quello che faccio sempre quando la vita mi si mette contro: mi stringo nelle spalle e vado avanti per la mia strada. Giudico i manoscritti a me assegnati con estrema obiettività, sentendo un male fisico quando devo essere un po’ più severa (non sono mai andata sotto il 4) ma formulando sempre commenti educati. Alla fine, il mio Torneo si conclude. Non passo alla seconda fase. Tre dei miei lettori si sono ritirati e probabilmente questo contribuisce a penalizzarmi ma la mia media numerica mi sbarra le porte. 5.5. No, non è il ph della pelle, è la mia media. I giudizi che mi sono arrivati a maggio sono complessivamente positivi a parole, accompagnati però da numeri sconfortanti, forse nel tentativo degli altri candidati di favorire ognuno se stesso.

Se lo rifarei? Probabilmente no. Perché oltre il danno: il tempo che devi necessariamente sacrificare e l’impegno che devi profondere nel tentativo di non schiacciare i cuccioli di manoscritti che ti vengono sottoposti. La beffa: leggerai incipit di romanzi che non finirai mai, e alcuni ti piacciono, ti catturano ma sai che quasi sicuramente quegli scritti non incroceranno mai più i tuoi passi. Un vero peccato.

E allora lancio un appello a voi, “Macondo67”, “Giorgione09”, e “Caplann a cognac II”… Mi rivolgo a voi. Se siete “in ascolto”, per favore, posso sapere dove trovare i vostri romanzi, una volta pubblicati? Ci terrei davvero tanto.

Tanticari saluti

 

Il giardino d’inchiostro. Perché?

giardino d'inchiostro

Me lo sto chiedendo anche io.

Scherzo! La verità è che, quando cercavo un nome per la mia protagonista femminile dei miei romanzi, volevo rappresentasse l’emblema della purezza e del candore. Angelica, italiano, ragionevolmente altisonante e musicale. Perfetto. Il cognome della poveretta? Il vuoto. Poi, qualche combinazione che mi convinceva poco. Ok, come chiamo la madre di Angelica? Adele. Ottimo. Giglio, il tanto agognato cognome.

Riepilogando, Angelica di cognome fa Giglio, come la mamma. Scrivo la sua storia, tra alti e bassi, quando a un certo punto si presenta l’esigenza di dare un titolo a quel documento di word senza nome.

Faccio sfoggio della mia capacità di sintesi, dicendovi semplicemente che affibbio a entrambi i miei manoscritti finiti dei titoli floreali, e così faccio anche con il prequel e ho intenzione di fare con i romanzi della stessa “Saga” (uuuh, sembra una cosa talmente importante!).

Arriva il giorno in cui la mia amica Sandra intende collezionare sul suo tablet i miei cuccioli di manoscritti, e che cosa mi dice? “Mi mandi il giardino, per favore?”

Dapprima stento a capire, infine con qualche aiutino (grafici, disegnini e parafrasi) colgo il senso della sua domanda. Sandra è una burlona. Vero?

Quando penso di istituire il mio primo blog non è forse lei a suggerire, assai premurosamente, il nome? Ebbene sì. Nel mio giardino crescono gigli, orchidee, bucaneve e forse, in futuro, rose.

Tanticarisaluti

L’autrice

2013-11-09 16.19.20

Certo, non è semplice presentarsi pubblicamente, ma suppongo che dovrò farlo.

Sono una lettrice ossessivo-compulsiva. Quando un romanzo mi piace, non riesco a smettere di leggerlo. “Lasciarlo andare”? Non fa per me. Leggo e rileggo, due, tre, quattro volte, sottraendo tempo prezioso ai capolavori a me ancora sconosciuti. Che posso farci? Guarirò? Spero di no.

Adoro cucinare, e mangiare, da brava sicula. E poi, potrei attraversare a piedi un autostrada trafficata,pur di accarezzare un cane. Infatti, ne ho due, così non rischio la vita sulle autostrade. Infine, quanto mi appassionano le serie televisive? Tanto. Piccoli semplici piaceri.

Tra un’ossessione e l’altra, adoro scrivere. La tastiera, io e i miei personaggi, che fanno quello che vogliono loro. A volte mi sento una semplice spettatrice, difatti la mia prima lettrice (anche parecchio esigente) sono io.

Tanticarisaluti

 

Benvenuti/e

benvenuti

Benvenuti nel mio blog.

Che emozione, il mio primo blog. Cinque minuti fa ero una marziana (l’unica a non avere un blog!), adesso ci sono anche io. Sono una blogger (fatemi gongolare). Ok, basta. Quante volte mi è concesso ripetere “blog”? Suggerimenti? Sinonimi?

So che Il giardino d’inchiostro è ancora troppo piccolo per fare di me una blogger, ma da qualcosa dovrò pur cominciare, no?

Qui parlerò di libri, la mia grande passione. Cercherò di recensirne qualcuno e, nel frattempo, di scriverne di miei. Mentre mi gingillo con il cucciolo di blog tra le dita, sono concentrata (facilepuntoit, facilepuntoit) nella pratica del pensiero positivo. Già, il mio manoscritto sta facendo un giretto per i grandi dell’editoria italiana, bussando ora a questa, ora a quella porta. Gli apriranno? Spero di sì.

Tanticarisaluti.