Recensione di Città di carta, di John Green

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La sinossi

Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un’inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all’improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un’avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l’hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l’ultima.

 

La mia recensione

“Qualcosa di malato mi stava crescendo dentro.

Per Margo doveva essere stato lo stesso. Mentre architettava i suoi piani, doveva saperlo che avrebbe mollato tutto, e persino lei non poteva essere stata totalmente immune a questo senso di fine. Aveva passato giorni belli qui. E l’ultimo giorno i momenti brutti non si ricordano più. In un modo o nell’altro, anche lei aveva trascorso un pezzo di vita qui dentro, proprio come me. La città era di carta, i ricordi no. Tutte le cose che avevo fatto in quella scuola, tutto l’amore, la pietà, la compassione, la violenza, il rancore, tutto cominciò a scorrermi dentro. Quelle pareti dipinte di bianco. Le mie pareti bianche. Le pareti bianche di Margo. Eravamo rimasti imprigionati nel loro ventre per così tanto tempo, come Giona nella balena.

Per tutto il giorno mi ritrovai a pensare che forse questa sensazione spiegava perché Margo avesse pianificato tutto in modo così preciso e intricato: anche se desideri farlo, andartene è difficile, sempre.”

 

“La città era di carta, i ricordi no”. Io amo John Green. Ecco, l’ho detto. Libro trovato per caso in edicola, edizione Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. In realtà, mento sapendo di mentire. È stata Anna a dirmi, tipo, “senti, in edicola lo vendono”. Anna è stato il mio caso 😉 c’è bisogno che di tanto in tanto ti ricordi il bene che ti voglio?

Dicevamo, Città di carta. Otto euro, e ti leggi un libro cartaceo, che non fa mai male. Ora. Da dove comincio?

Quentin ama Margo Roth Spiegelman, la figlia dei vicini, sin da quando erano piccoli. Un assolato pomeriggio, scoprono nel parco vicino casa il cadavere di un uomo. Questo macabro ritrovamento potrebbe unirli, come dividerli. Fatto sta che al liceo, Margo diventa la ragazza più popolare della scuola e Quentin, invece, sembra proprio il povero nerd bersagliato dai bulli. L’amore che Q. non ha mai dichiarato alla bellissima Margo pare assopirsi con gli anni, fino a una fatidica notte. Manca meno di un mese al diploma e lei, come faceva da piccola, si presenta inaspettatamente alla sua finestra.

Con la promessa di un’impresa sì rischiosa, ma anche affascinante, Margo trascina Quentin verso l’ignoto, verso cose che lui, figlio giudizioso di due psicoterapeuti, non farebbe mai. Sarà una notte indimenticabile per Q, che si illude di rivederla dopo l’alba. Ma Margo non si presenta a scuola, né l’indomani, né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Forse Margo Roth Spiegelman è così appassionata di misteri, da diventare un mistero lei stessa. Forse tutti i suoi fili sono spezzati e non c’è niente, niente che la tenga ancorata alla cittadina natale, alla famiglia, alla Florida, al mondo. Allora perché lasciare delle briciole di pane a Quentin, se non per farsi cercare da lui? Q la pensa viva, poi morta, poi non sa più che pensare. Una cosa è certa, nessuno può dire di conoscere veramente Margo Roth Spiegelman. Non i suoi, la sua migliore amica, non il suo ragazzo e nemmeno lo stesso Q, che è innamorato solo dell’idea di lei. Affiancato dai suoi inseparabili amici Ben e Radar, e poi anche da Lacey, il protagonista setaccerà gli indizi lasciati da Margo per ritrovarla, chissà come, chissà dove.

“Città di carta” è una pazzia, un colpo di testa adolescenziale. È folle mollare tutto alla vigilia del diploma, altrettanto folle fossilizzarsi a Orlando, circondarsi di persone di carta, bidimensionali, perdere il tuo tempo con loro. È uno spreco di energie compiacere le persone che hai attorno, perseguire obiettivi universali che finiscono per essere un po’ di tutti ma non necessariamente i tuoi. Chi l’ha detto che college, lavoro, matrimonio, figli è l’unica esistenza possibile? Chi ha deciso che i colpi di testa sono da biasimare? Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta tutto può succedere, questi ragazzi narrati da John (mi riferisco anche a Hazel e Gus di Colpa delle stelle) sono piccoli e grandi insieme. Green è un poeta, potrà anche non piacerti il contenuto di uno dei suoi romanzi, ma alla fine sono scritti così bene, sono così lievi nonostante i temi trattati, che non puoi non apprezzarli. La sua scrittura è ironica, fresca, riesce a strappare più di una risata. Mi sono divertita con Q, sono stata in pena per Margo, mi sono affezionata all’improbabile e adorabile banda cerchiamoMargofinoincapoalmondo. Che dire? È un romanzo per ragazzi, ma a trent’anni suonati l’ho letto con il sorriso nostalgico degli “ultimi giorni” che anche io ho avuto come tutti, con l’affanno di chi non riesce a trovare Margo e la pensa morta in un fosso. Ero tentata di andare a sbirciare le ultime pagine per scoprirne le sorti. Ma sono stata brava, e non l’ho fatto.

E alla fine fu davvero troppo. Non potevo lasciarmi sopraffare da quel sentimento, che stava diventando insopportabile. Ficcai un braccio nell’armadietto, fino in fondo, afferrai quello che c’era – foto, quaderni, libri – e rovesciai tutto nel cestino. Lasciai l’armadietto aperto e me ne andai. Quando passai di fronte all’aula della banda, riuscii a sentire attraverso le pareti la melodia attutita di Pomp and Circumstance. Continuai a camminare. Fuori faceva caldo, ma non come al solito. Era un caldo sopportabile. Ci sono marciapiedi lungo quasi tutta la strada fino a casa, pensai. E continuai a camminare.

E mentre tutti quei mai più erano stati paralizzanti e dolorosi, il distacco finale fu perfetto. Pulito. La più pura delle liberazioni.

Fatta eccezione per una stupida foto, tutto ciò che contava era nella spazzatura, ma io mi sentivo da dio. Cominciai a correre, per mettere ancora più distanza tra me e la scuola.

Andar via è terribile, finché non te ne sei andato. Dopo, è la cosa più maledettamente facile del mondo.”

 Mi è sembrato di dirvi tutto e niente, ho avuto l’impressione di non avervi detto abbastanza. Quello che posso dire adesso è: leggilo, magari disprezzerai il finale, ma di certo ti godrai il viaggio. E poi chi lo sa, forse la vita è proprio questo, è prendere o lasciare. Non l’ho ancora capito, sai? (Sì, ho ancora la sensazione di parlare col muro ma, Ombri, lo so che mi stai leggendo). Magari senza saperlo, siamo tutti un po’ fatti di carta, viviamo in città di carta, conduciamo esistenze di carta. A me piace immaginarci di un materiale più robusto.

 

Voto 4/5

Writen by Alessia Garbo

5 thoughts on “Recensione di Città di carta, di John Green

  1. Figurati se mi perdo la recensione! ”E’ uno spreco di energie compiacere le persone che hai attorno, perseguire obiettivi universali che finiscono per essere un po’ di tutti ma non necessariamente i tuoi” …… e poi ol poeta sarebbe questo Green? Di certo, i tuoi non sono pensieri di carta.

  2. Bellissima trama….ed effettivamente vivere per compiacere gli altri non è vivere….però capisco che alle volte sia difficile percorrere la propria strada o meglio impegnativo,ma la vita è bella per questo altrimenti che noia!!!

    1. Vero, amo, la vita è in salita altrimenti ci annoieremmo. A volte partire e lasciare tutto è la migliore soluzione, altre volte è da codardi. Che cosa è giusto? Forse l’unica cosa giusta è fare ciò che ci fa stare bene, anche se si rischia di ferire gli altri. Un abbraccio

  3. Non parli con il muro… ci sono anche io! Anche a me non è piaciuto il finale e odio a morte Margo. Fosse stata mia figlia l’avrei presa a randellate in testa, non so se esprimo l’idea.. ma nel complesso il libro è bello e divertente, ho fatto tanto di quel ridere da saltare sul divano ?

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