Recensione di Revival, di Stephen King

Revival Stephen King

La sinossi

Più di cinquant’anni fa, in una placida cittadina del New England, un’ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l’amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha “salvato” il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l’idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l’urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent’anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l’America in compagnia dell’inseparabile chitarra che l’ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l’ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. “Revival” è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.

 

La mia recensione

“Cominciai a spostarli in avanti fila dopo fila, improvvisando spari da mitragliatrice degni di un fumetto, quando un’ombra calò sopra il campo di battaglia. Alzai lo sguardo, accorgendomi di un tizio che se ne stava lì. Oscurava il sole del pomeriggio, il profilo del corpo circondato da un alone dorato: una specie di eclissi umana.

La confusione non mancava, come sempre a casa nostra di sabato pomeriggio. Andy e Con si esercitavano a baseball con alcuni compagni nel cortile più grande, tirando a turno tre palle alte e sei basse, ridendo e schiamazzando. Claire era su in camera con un paio di amiche ad ascoltare canzoni sul giradischi portatile: The Loco-Motion, Soldier Boy, Palisades Park. Dal garage proveniva un martellare insistente, mentre Terry e papà lavoravano sulla vecchia Ford del ’51 che mio padre aveva battezzato il Bolide della Strada. Una volta lo sorpresi a chiamarla «sta cazzo di roba», un’espressione che mi piacque subito e che ancora uso. Se volete sentirvi meglio, chiamate qualcosa «’sta cazzo di roba». In genere funziona.

Insomma, stava succedendo parecchio, ma in quell’istante tutto sembrò tacere all’improvviso. Forse è solo un’illusione creata da uno scherzo della memoria (o da un cupo presagio degli avvenimenti successivi), ma il ricordo è molto forte. Di colpo sparirono gli schiamazzi dei ragazzini in cortile, la musica dal piano di sopra, il frastuono nel garage. Persino gli uccelli smisero di cantare.

Poi l’uomo si curvò e il sole calante gli brillò sopra la spalla, accecandomi per un attimo. Alzai una mano per proteggermi gli occhi.

«Scusami, scusami», disse lui, spostandosi in modo che potessi guardarlo senza restare abbacinato. Aveva una giacca e una camicia nere da chiesa con il collarino bianco; sotto, un paio di jeans e di mocassini consumati. Era come se cercasse di essere due persone diverse allo stesso tempo. A sei anni, dividevo gli adulti in tre categorie: i giovani, i meno giovani e i vecchi. Lui apparteneva alla prima. Con le mani sulle ginocchia, osservava i due schieramenti che si fronteggiavano.

«Lei chi è?» gli chiesi.

«Charles Jacobs.» Aveva un nome vagamente familiare. Mi tese la mano. Non esitai a stringerla, perché a sei anni ero già beneducato. Lo eravamo tutti noi, grazie agli insegnamenti di mamma e papà.

«Perché porta un collare con quella specie di buco in mezzo?»

«Sono un prete. D’ora in poi, quando verrai in chiesa la domenica, mi troverai lì. E ci sarò anche se parteciperai alle riunioni dei Giovani Metodisti il giovedì sera.»”

 

Un trio letterario, stavolta. Ombretta, Manuela ed io. Ciao, ragazze, spero niente più pacchi. Io non lo so, questo gruppetto di lettura è sfigato e ne consegue che finisco per sembrare una lettrice pazza invasata e inappagabile. Non è vero, dovete credermi. Le nostre aspettative erano elevate- insomma, stiamo parlando del Re- ma sono state disattese. Senza esagerazione, altro che Revival! Romanzo soporifero. Leggere per credere.

Jamie Morton nasce presso una famiglia numerosa, unita e soprattutto religiosa. All’età di sei anni conosce Charles Jacobs, il parroco della chiesa metodista, e i due malgrado la differenza d’età diventano subito inseparabili. (Il primo incontro è il momento più alto della storia, persino più vibrante della “resurrezione” finale. E vi ho detto tutto.)

Charles Jacobs diventa il pilastro dell’esigua collettività, tuttavia, la permanenza del reverendo presso la placida cittadina è di soli tre anni. La disgrazia, infatti, piomba sulla sua casa, portandosi via la moglie e il figlioletto e devastandolo fino a fargli perdere la fede in dio e nel paradiso. Il prete viene cacciato malamente dalla comunità. Jamie e Jacobs si perdono di vista, per incontrarsi trent’anni e diverse vicissitudini dopo.

Ben lontano dall’adorabile bambino che era stato un tempo, il nostro protagonista è adesso un eroinomane e toccherà a Charlie -come ora si fa chiamare- guarirlo dalle sue dipendenze, curarlo come tre decenni prima ha fatto con suo fratello Con, tramite l’energia segreta sperimentata dallo stesso ex reverendo. E via così fino al 2013. Non sto scherzando. Un perdersi di vista e un ritrovarsi ciclicamente. Da parte mia attendevo con ansia gli incontri col Rev e sonnecchiavo durante gli intermezzi.

Non fraintendetemi, sono un misero insetto- ma che dico insetto?- sono un umile atomo in un mondo dove Stephen King esiste e scrive. È uno scrittore abile, il romanzo è scritto benissimo, però… Il PERÒ è grande quanto una casa a tre piani con giardino, piscina e dependance. I punti deboli non mancano. I personaggi secondari non servono a niente, tranne forse una certa Brianna. Ho capito che i comprimari altro non sono che la spalla del protagonista ma così è troppo. I dialoghi, salvo quelli intercorsi con il Rev, sono quasi del tutto superflui. La vita di Jamie Morton è di una noia assoluta. Sono giunta a una conclusione: forse, ma solo forse, King ha voluto raccontarla per “mostrarci” che, sebbene il protagonista conduca un’esistenza dissoluta (dipendenze, allontanamento volontario dalla famiglia d’origine, una relazione con una ragazza con la metà dei suoi anni) e non si ponga molti quesiti di natura etica, ritiene aprire determinate “porte” moralmente sbagliato. Infatti, Jamie crede che non ci è dato sapere se il paradiso esiste, dove andremo dopo la morte e se rivedremo i nostri cari defunti. C’è un confine invalicabile tra il regno dei vivi e quello dei morti e Jacobs vuole varcarlo e rischiare tutto. Assumendo diverse identità, viaggiando per il Paese, guarendo i malati e condannandoli a venire a patti con “La Grande Madre”, Charles Jacobs intreccerà il suo destino con quello di Jamie Morton, alla ricerca della verità, forse la più pericolosa e assoluta di tutte.

Considerazione personale: Revival poteva rimanere nell’ambito del racconto e farci una bella figura, ma trascinare la narrazione per 469 pagine ha probabilmente avvilito il tono complessivo. Di sicuro ha avvilito me.

 

Voto 3/5

Writen by Alessia Garbo

2 thoughts on “Recensione di Revival, di Stephen King

  1. Ok. Siamo ufficialmente sfigate c’è poco da fare!!!!!!! Comunque amo, la parte citata (quella del primissimo incontro col Rev) è indubbiamente la parte più bella del libro. Che altro dire? Con la sincerità che ti contraddistingue hai recensito Revival, senza troppi giri di parole, dando a Cesare ciò che è di Cesare… ossia, libro scritto bene, ma ben lontano dal King da brividi. Un abbraccio, alla prossima!

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