Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

incastro imperfetto

La sinossi

Quando Tate Collins trova il pilota Miles Archer svenuto davanti alla sua porta di casa, non è decisamente amore a prima vista. Non si considerano neanche amici. Ciò che loro hanno, però, è un’innegabile reciproca attrazione.

Lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per una relazione, ma la chimica tra loro non può essere ignorata. Una volta messi in chiaro i propri desideri, i due si rendono conto di aver trovato un accordo, almeno finchè Tate rispetterà due semplici regole: mai fare domande sul passato e non aspettarsi un futuro.

Tate cerca di convincersi che va tutto bene, ma presto si rende conto che è più difficile di quanto pensasse. Sarà in grado di dire di no a quel sexy pilota che abita proprio accanto a lei?

 

La mia recensione

Oh, io lo so. Vi siete stufati di sapere perché la mia scelta cade su un romanzo piuttosto che su un altro. Sarò sintetica: volevo leggere qualcosa con Anna, la mia amica delle serie televisive.

Salve, visitatori più o meno occasionali. (In caso ve lo stiate chiedendo, sì, spesso ho la sensazione molto vivida di parlare col muro). Questa settimana- vabbé, questi due giorni- ho letto L’incastro(im)perfetto, di Coleen Hover che fa tanto elettrodomestico da incasso classe A+. E, non lo so, ragionavo sugli stereotipi della narrativa di oggi.

Ne ho individuato qualcuno. Di solito nei romanzi rosa lei è una povera in canna. Ma del tipo che è un miracolo che riesca a mettere insieme il pranzo con la cena, eh! Di norma, si trasferisce da qualche parte, dal padre, dalla madre, dal fratello, nella casa interno tredici dello stesso palazzo. Da qualche parte. Poi, ha dei nomi assurdi, generalmente abbreviativi del nome vero e proprio: Isabella—» Bella, Anastasia—»Ana. Che tu dici “però il nome che la madre le aveva appioppato non era male”, ma no, siccome lei è un essere nato per soffrire se lo stravolge da sola.

Lui, invece, è un bonazzo che nemmeno George Clooney ai tempi d’oro, nemmeno Antonio Banderas prima di sfornare biscotti inzupposi parlando con le galline (avete presente Zorro? *sospirone*). Il lui di turno è un esemplare di maschio homo sapiens sapiens, razza caucasica, e con tutte le dee che gli ronzano attorno- vedi le assistenti di Mister Grey- lui no, lui sceglie proprio lei. #propriolei #sololei

D’abitudine lui è un “uomo” (a trent’anni non ci arriva mai) che ha conseguito un successo strepitoso, e che si è fatto da solo, sempre finanziariamente messo molto meglio di lei (messo bene in tutti i campi, le autrici ci tengono a precisarlo), ma soprattutto ha un passato oscuro di cui non vuole parlare nemmeno se minacciato di morte. Noi(la protagonista femminile e io) non sapremo fino alle ultime trenta pagine se è stato bocciato a scuola, se gli pare brutto confessare di avere lavorato in un sexy-shop da ragazzino, o se ha lasciato il canarino in balcone facendolo morire di stenti. Boh, non ci è dato sapere. È un ragazzo misterioso.

In tutto ciò, A-lui chiede a lei sesso senza legami e B-lui sente di non meritare lei, e probabilmente ha ragione e se lui la lasciasse andare, lei si farebbe una vita normale col compagno di università che è tanto gentile, ma no, soffriamo ancora un po’. Perché lei ci fa sesso, sì, ma ci soffre. Si chiama ossitocina, bella mia. Segnati questa parola.

Quando poi questi due avranno figli, statene certi, li chiameranno come chi le prende di santa ragione sia al parco che a scuola. Qualcosa come “Betulla” perché quando ci siamo conosciuti eravamo vicini a un albero e abbiamo voluto suggellare così il nostro immenso, immenso amore.

Veniamo a noi. Tale Tate (perché lei si chiama Elisabeth Tate, quindi Tate è solo il suo secondo nome ma lei si fa chiamare così perché, boh, forse Elisabeth è troppo inflazionato, non lo so, vi giuro, non lo so) si trasferisce dal fratello Corbin. Succede che la sera del trasferimento- lei è sola e carica come un mulo da soma- trova uno svenuto sul pianerottolo. Io avrei chiamato la polizia, vi giuro. Lei no, quello uno poi diventa il padre dei suoi figli e l’uomo della sua vita. Lui le dice tipo “io voglio solo sesso da te” e lei “ok” però dopo ci sta male se lui effettivamente si mostra di parola e spera che lui cambi idea e voglia di più, tipo metterle un brillocco da un carato e mezzo all’anulare sinistro. Ma perché tu produci ossitocina, cara mia, è questo. Te lo garantisco. Che poi alla fine lui cambia idea, perché il lieto fine lo vogliamo tutte sennò organizziamo aerei e pullman per fare spedizioni punitive ai danni di povere autrici come frigoriferonofrostHoover.

Quindi, in soldoni, romanzo rosa= stereotipi preconfezionati. E si vede che le donne cercano questo, che vi devo dire.

L’incastro (im)perfetto consta di 296 pagine e sinceramente mi sono chiesta come abbia fatto a riempirle, visto lo scarso contenuto. Rettifico, “contenuto”, è giusto virgolettarlo. Ma perché lei, la fornoventilatoHoover, sai che fa?

Scrive

Proprio

Così

Avete capito bene. Digita una parola e va accapo, ne digita un’altra e di nuovo accapo.

Non

Sto

Scherzando

Stando così le cose, non vi stupiranno le rispettabilissime 296 pagine. Tutto sommato, se la sarebbe cavata con cento pagine ma forse le pareva brutto. Le descrizioni sono assenti, i sentimenti sono raccontati con frasi del tipo “è tutto il mio spazio”. Però Cap, il portinaio, mi è piaciuto. E qualche volta ho ridacchiato per qualche scena comica. È tutto. Mi sono confessata.

Leggete L’incastro per quello che è: una commedia romantica di cui nessuno, nemmeno la stessa autrice, si prende troppa pena.

 

Voto 2/5

 

 

 

Writen by Alessia Garbo

4 thoughts on “Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

Join the discussion