Letture “da spiaggia”, o anche no.

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Sssalve, miei biscottini di melassa. O forse, visto il periodo, dovrei chiamarvi “ghiacciolini al limone”, però non me la sento. Capitemi.

Ricominciamo daccapo: Ciao a tutti.

Che cosa fa Alessia in questo periodo? Beh, è chiaro, non lo sa nemmeno lei.

In realtà ho promesso ai miei lettori (pochi, ma buoni) che avrei pubblicato il secondo e ultimo capitolo della storia di Gabriel e Angelica in autunno. Quindi secondo voi come starò passando le vacanze? Ma revisionando, of course!

Non mi voglio certo lamentare, ma perché -oh, perché?- esistono refusi e ripetizioni? Non sarebbe più semplice se gli errori di battitura e i vari sinonimi si sistemassero da soli, così, per magia? E invece no. A ogni singola revisione spuntano nuovi orrori. (Da pronunciare rigorosamente con la R moscia sennò non vale.)

Di solito quando sono in “fase creativa” non riesco a leggere neanche una riga, ma che estate sarebbe senza romanzi, dico io?

Ve ne voglio segnalare tre, tanti quanti ne ho letti finora.

Comincio dai meno ombrellonici ( “petaloso” mi spiccia casa). Il primo libro che ho letto è uscito il 30 giugno e lo aspettavo con una certa ansia. Sto parlando del quarto e ultimo (spero vivamente di no!) capitolo della Touched Saga, di Elisa S. Amore, dal titolo “Il canto della morte”.

In caso voleste saperlo, seguo Elisa dai tempi in cui era un’autrice self e, da quando la Nord pubblica i suoi romanzi, ho instaurato una specie di tradizione. Vado alla Feltrinelli con mia sorella, mi aggiro per gli scaffali come in trance, prendo il libro tra le mani nemmeno fosse l’antico vaso che va portato in salvo dell’Amaro Montenegro, mi dirigo alla cassa su una nuvoletta rosa, pago l’acquisto e faccio la foto di rito da mandare a Elisa.

Come si può guardare al futuro, quando sai di avere i mesi contati? Gemma se lo chiede ogni notte, da quando ha stretto il patto con Sophìa, la regina degli inferi: tre giorni dopo aver partorito, dovrà tornare all’Inferno, dove verrà trasformata in una Strega. Da quel momento, non ricorderà più nulla del suo passato e la sua anima sarà interamente votata al Male. Questo è stato il duro prezzo da pagare per riportare in vita di Evan e per assicurarsi la salvezza del suo bambino. Mentre lei si prepara a dire addio alle persone che ama, Evan non si arrende ed è convinto che insieme supereranno anche questa prova. Ciò che invece lo preoccupa è la reazione degli Angeli della Morte, che cercheranno in ogni modo di uccidere Gemma prima che diventi una Strega. Tra terribili pericoli e oscuri segreti, Evan e Gemma si preparano per l’ultima, sanguinosa battaglia per difendere il loro amore…

Non avrei saputo immaginare un finale migliore per i Gevan (acronimo formato dai nomi dei protagonisti). Dalla prima all’ultima pagina, ho percepito questo romanzo come un ampio epilogo della storia di Gemma e Evan.

«Non voglio perderti, Evan», mormorò Gemma.

Le accarezzai il pollice. «Non lo permetterò» sussurrai.

Gemma inspirò a fondo. Il cuore le batteva veloce.

Il suo sguardo si era perso sulle nostre mani, dove gli anelli del nostro tatuaggio si univano a formare l’infinito, mentre le scritte suggellavano ogni volta una nuova promessa.

Stare insieme. Combattere insieme.

Credo che il rischio spoiler sia talmente alto da obbligarmi a cucirmi la bocca, quindi dovrò essere più generica possibile, a maggior ragione se non avete letto i romanzi precedenti.

Questa volta Gemma rischia ben più che la morte. Il patto che ha stretto con la Signora degli Inferi potrebbe infatti portarla a perdere la sua anima e il suo amore per Evan e la creatura che le cresce in grembo.

Gemma è fiduciosa: crede che l’attaccamento assoluto che nutre per Evan e il bambino basterà per sottrarsi al giogo delle tenebre. Evan, tuttavia, ha un piano di riserva.

Una cosa importantissima va detta: The Touched Saga si è allontanata dalle serie appartenenti allo stesso genere letterario, si tratta di un’opera slegata, autonoma e originale. L’idea di fondo (geniale già da sola!), quella degli angeli della morte, è stata sviluppata magistralmente e a questa si sono aggiunti via via sempre elementi nuovi.

Al solito, la narrazione in prima persona spetta a entrambi i punti di vista (cosa che ho adorato di questa Saga!). Il ritmo è incalzante, le frasi brevi e incisive, arrivi a non renderti conto che Elisa si sta servendo di parole perché ti fa *vedere* quello che ti sta raccontando, i dialoghi sono ricchi e altrettanto lo sono le scene di pathos e quelle d’azione.

Perdono, peccati, espiazione, Inferno, Paradiso, anche questo romanzo -come il precedente- reca in sé una nota dantesca che mi ha fatta impazzire di gioia. I vostri fazzoletti, però, non sono al sicuro e nemmeno l’occhietto potrà esimersi dal diventare lucido. L’emozione è alle stelle, la speranza in un lieto fine per tutti i nostri eroi pure.

Elisa ci trascina con garbo e prepotenza lungo il suo quarto romanzo e tutto è credibile (persino le scene spiccatamente fantasy), tutto è preciso e scorrevole.

Ma attenzione: non ne uscirete tanto bene. Io sono piuttosto malconcia, malinconica, sento nel cuore “quel non so ché”… Mi sento come svuotata, ecco. Ma sono fiduciosa che un amore tanto grande, dei legami tanto forti e duraturi e la salvezza esistano davvero.

Il secondo romanzo di cui voglio parlarvi è di Amabile Giusti.

Lei è Caterina, una giovane donna che all’età di sei anni ha visto infrangersi la propria infanzia. La persona più importante della sua vita l’ha abbandonata in modo tragico, lasciandole un’immensa ferita nascosta destinata a sanguinare per sempre.

Undici anni dopo, Caterina non ha amici, è più matura della sua età, è troppo matura per la sua età. È strana, complicata, i compagni di scuola la osservano con compassione e sospetto e ha un pessimo rapporto anche coi suoi genitori.

Poi, un giorno, inaspettatamente, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Caterina scopre il motivo di quel tragico evento lontano. In un diario ritrovato, legge una storia di cui non sapeva nulla, una rivelazione che alimenta in lei un viscerale desiderio di vendetta.

Lui è Marco, ha trentasei anni ed è un uomo deluso dalla vita. Si incontrano in una libreria, apparentemente per caso, ed entrambi si rendono subito conto che fra loro c’è qualcosa di profondo: un’attrazione, un’affinità, un’amicizia, o perfino di più? Come gestire un legame che travalica le previsioni e la prudenza e diventa sempre più importante?

Una storia incalzante, tra presente e passato, che parla di vite spezzate, segreti inconfessabili, peccati violenti, ed esseri umani imperfetti, mediocri, fragili e crudeli. Ma anche di amore: un amore inatteso, odioso e sublime, carnale e purissimo.

“Eccolo, il suo diario.

Più piccolo di un quaderno, ma spesso. La copertina di raso lilla. Il lucchetto. Polvere dappertutto, ruggine nelle parti metalliche, graffi sul disegno all’angolo, sul viso di una dama dell’Ottocento che scrive sotto la luce rotonda di un lume a petrolio.

Non è difficile scardinare anche quella chiusura, non è affatto difficile per una che si sente addosso quella strana forza, quel coraggio, quella voglia irruente di sapere tutto ciò che c’è da sapere dopo anni in cui ha fatto il possibile per non saperlo. La minuscola serratura ossidata salta, rintocca a terra e si ferma in mezzo alla polvere.

Allora, Caterina legge.

Col cuore in bocca, legge.

Niente di ciò che succede, succede invano.”

Ho comprato “Non c’è niente che fa male così” perché, devastata da un precedente romanzo di Amabile Giusti, Tentare di non amarti, volevo di nuovo leggere qualcosa che fosse scritto da lei. Senza informarmi sulla trama prima dell’acquisto.

Il romanzo presenta pochi dialoghi (questa, forse, l’unica minuscola pecca), è narrato in terza persona ma il POV si sposta all’occorrenza da un personaggio all’altro. C’è Caterina, bella, molto più che bella, introversa, un cattivo rapporto con la madre, un corpo da donna. Di lei l’anagrafe dice che è solo una ragazza di 17 anni. E allora perché la giovane sente tutto quel peso? Tutta quella responsabilità? Molti anni prima, una terrazza condominiale ha distrutto la sua infanzia e la sua adolescenza.

C’è Marco, un uomo senza coraggio, incastrato, ingabbiato in una vita di lussi, costretto a fare un lavoro che non ama, a rinunciare alla sua passione per la pittura, soffocato da una paternità che non ha cercato.

E ci sono mogli (Giada) che amano di un amore devastante e irrazionale, madri che allontanano le figlie, padri che sono solo felici che quelle stesse figlie siano semplicemente tornate a casa. C’è Filo, che vorrebbe Caterina per sé. E, prima ancora, c’era un’adolescente bella, bellissima. La sua unica colpa? Essere bella e ingenua.

Amabile fa sì che ci si immedesimi in ognuno di loro.

E il destino? Che cos’è il destino? Una tela tessuta da mani “divine”? O piuttosto qualcosa che noi stessi ci costruiamo?

Da quando Caterina era entrata nella sua vita gli era venuta una voglia pazzesca di creare. Non necessariamente cose che avevano a che fare con lei, non soltanto la sua faccia assorta e giovane e antica -che poi cancellava con cento pennellate rabbiose e ne veniva fuori un quadro astratto- ma anche altro…

Chiudo questa chilometrica review segnalandovi il terzo e ultimo romanzo, “Non mi piaci ma ti amo”, di Cecile Bertod.

Voglio spendere qualche parola sulla Newton Compton Editori. Sia lodata questa casa editrice! La versione digitale dei loro romanzi spesso si trova a 99 centesimi e i cartacei non costano più di nove euro e spicci, e a volte si ha la fortuna di trovarli a quattro euro e spicci. La adoro perché da la possibilità a tutti di comprarsi un libro. Vi pare cosa da poco? Ma torniamo a noi.

Thomas e Sandy: lui nobile e ricchissimo, lei di semplici origini irlandesi. È solo l’amicizia tra le loro famiglie a unirli. Capita così che ogni anno i due trascorrano le vacanze estive a Garden House, la favolosa residenza dei Clark. Sandy odia quei mesi, perché detesta Thomas, il suo stile di vita, i suoi amici. Crescendo, i due si perdono di vista finché…

Alla morte del nonno, durante la lettura del testamento, Thomas si trova di fronte a un annuncio sconvolgente: potrà ereditare ogni bene solo a patto che metta la testa a posto e si sposi. E con chi? Proprio con quella Sandy Price che non vede da almeno cinque anni. Deciso ad aggirare la volontà del nonno, Thomas cerca di contattare la ragazza per convincerla a tirarsi indietro. Sandy, però, sta attraversando un momento complicato: è disoccupata ed è sul punto di perdere l’anticipo versato per acquistare un piccolo bistrot. E quando all’improvviso si presenta la possibilità di coprire ogni spesa, finisce per accettare la bizzarra proposta. Ma cosa ci si può aspettare da un fidanzamento, se lui e lei si odiano sin da piccoli? Nulla di buono, a meno che, tra una finzione e l’altra, non accada qualcosa di assolutamente imprevisto…

Dei tre, questo è senz’altro il romanzo più indicato per questo periodo. È pur vero che non esiste un vademecum per la scelta delle letture estive, perciò ignoratemi. L’ho finito ieri in spiaggia e per poco non mi internavano. Non leggetelo in pubblico: è la sola raccomandazione che mi sento di farvi.

Decisa a non trasformare la mia festa di fidanzamento in una cena con delitto, mi massaggio la fronte e accenno una scusa, fermamente intenzionata a non interrompere lo spettacolo di cabaret e a ritornarmene dietro la tenda.

Non so se si è capito, ma la protagonista trascorre la sua festa di fidanzamento nascosta dietro la tenda del salone. Vabbé.

Se leggerete questo romanzo, vi prenderanno per pazze, attirerete sguardi sgomenti, occhiate sospettose, espressioni di rammarico o di compassione, e tutto perché? Perché questa commedia degli equivoci vi strapperà più di una risata. Brillante, ironica, la parte rosa è coinvolgente e non eccessivamente scontata. C’è una scenetta hot scritta davvero bene. Il romanzo narrato in prima persona dal POV di Sandy (peccato non aver letto anche il punto di vista di Thomas), il lessico è molto curato. Insomma, che fantastica sorpresa!

Dalla folla si liberano applausi entusiasti. Qualcuno inizia a gridare “Bacio!”, “Bacio!” e io rimpiango di non aver chiesto che fosse compreso un cecchino professionista nel servizio di catering.

Insomma, come sempre, leggete e recensite (io l’ho fatto su Amazon) anche in estate. Buone vacanze.  :-*

Recensione di Tentare di non amarti, Amabile Giusti

La sinossi
Penelope ha ventidue anni ed è una ragazza romantica e coraggiosa con una ciocca di capelli rosa e le unghie decorate con disegni bizzarri. Orfana, vive con la nonna malata nella misera periferia di una città americana, e ha rinunciato al college per starle vicina. Di notte prepara cocktail in un locale e di giorno lavora in biblioteca. Aspetta l’amore da sempre, quello con la A maiuscola. Un giorno Marcus, il nuovo vicino, entra nella vita di Penny come un ciclone. È tutt’altro che l’eroe sognato: ha venticinque anni, è rude, coperto di tatuaggi, ha gli occhi grigio ghiaccio e un piglio minaccioso. È in libertà vigilata e fa il buttafuori in un club. Tra i due nasce subito ostilità e sospetto ma, conoscendosi meglio, scopriranno di avere entrambi un passato doloroso e violento, ricordi da cancellare e segreti da nascondere.
Una storia d’amore e rinascita, dolce e sensuale, tragica e catartica. L’incontro di due anime profondamente diverse darà vita a un amore che guarirà il dolore e l’odio del passato.

La mia recensione
Devo essere sincera? La sinossi di Tentare di non amarti non mi suggeriva proprio niente. I soliti stereotipi della narrativa contemporanea, mi dicevo. Lui è bello e dannato. Lei dolce e romantica, è carina ma non sa di esserlo. Lui fa lo stronzo un attimo prima di pentirsene e metterle un anello all’anulare sinistro e prometterle eterno amore. Lei vuole cambiarlo però poi come per miracolo sarà lui ad avere un’epiphany in totale autonomia, portentosa quanto rapida, nell’arco trecento pagine o poco più.
Adoro sbagliarmi, e sbagliarmi di grosso come in questo caso. Ma andiamo con ordine.
Ho acquistato questo romanzo perché, ammettiamolo Amabile Giusti è un nome, è una garanzia, e il formato digitale era in offerta. L’ho preso a meno di un euro, mesi e mesi fa senza mai decidermi a leggerlo.
A proposito, e questo è il momento sorella maggiore, quando vi viene voglia di procurarvi illegalmente un libro, fate un giro su Amazon, dove -al prezzo di un caffè- potete leggere senza nuocere a nessuno. E poi recensite. Recensite sempre.
Lascio a metà la 2×2 di Vikings e mi dico “Alessia, devi leggere, devi assolutamente leggere qualcosa”. No, Lagertha, non ho mai pensato di abbandonarti. Torno da te presto, promesso.
È notte fonda quando Penelope, per tutti Penny, è costretta a percorrere a piedi i cinquecento metri che separano il locale dove lavora dall’appartamento che divide con la nonna anziana e malata. Come un leprotto con le pupille dilatate per lo spavento e il cuore in tumulto nel petto, ha i fari del terrore puntati addosso. Possiede i mezzi per cavarsela, potrebbe darsela a gambe -Penny è intelligente e capace- ad esempio, ma non lo fa perché deve occuparsi della nonna Barbie.
Costretta a una vita di sacrifici e rinunce, Penny teme il momento in cui Grant, un belloccio tanto ricco quanto crudele, sferrerà il suo sadico attacco.
A sorpresa, sarà la presenza di Marcus, bello come un dio vendicatore, imponente e forte come un Sansone moderno a tranquillizzare Penny. L’aspetto dell’ex galeotto dovrebbe incuterle timore ma non fa altro che infonderle uno strano senso di sicurezza. Quei cinquecento metri non saranno più una fonte d’ansia per lei, bensì un insidioso quanto stimolante terreno di gioco fatto di parole non dette, mezze frasi, sguardi e liti fugaci come sensuali preliminari.
A rischio di apparirvi esagerata e patetica, confesso che ho il magone dal 20%. “I bulli sono quelli che hanno più bisogno di carezze” dice nonna Barbie e io mi sciolgo.
Amabile Giusti ha una penna che lacera, buca la carta e distrugge le tue difese, ti trascina con sé sempre più a largo. Sì, la trama di Tentare non si distingue certo per l’originalità ma è così ben sviluppata da strapparti il cuore e farti lottare contro le lacrime, pagina dopo pagina.
Il racconto spetta a entrambi i protagonisti: da una parte il punto di vista di Marcus, narrato al presente e in prima persona, e dall’altra Penny, a cui l’autrice riserva una narrazione in terza persona al passato. Ho trovato questa scelta molto sensata e godibile.
Se Amabile non ci avesse regalato qualche capitolo con la voce di Marcus, dubito che sarei riuscita a capire granché del suo splendido personaggio.
Con l’espediente del doppio POV, invece, l’autrice ci regala protagonisti a tutto tondo, apprendiamo pensieri, linguaggio e desideri.
Il lessico è curato nei minimi dettagli e un po’ me la immagino, Amabile, un avvocato con l’anima di inchiostro, a discutere da qualche parte, magari in un’aula di tribunale.
Ho preso a cuore Penny e Marcus, così tanto che pregavo il dio dei romanzi (che altri non è che l’autore) di concedere un po’ di fortuna alle sue creature perché davvero a un certo punto lo strazio era tale che li avrei voluti qui per abbracciarli forte.
Detto ciò, proverò a raccontarvi questo romanzo senza raccontarvelo…
“Le spiegò che viveva nello stesso palazzo di Marcus, che erano diventati amici e che era lì per portarle un messaggio da parte sua. Non le disse che temeva di amarlo, che lo sognava tutte le notti, che solo a sfiorarlo, per caso o per sbaglio o facendo finta che fosse per caso o per sbaglio, sentiva un rogo nel petto. Non le disse che stare lì, a fingere d’esser un’ambasciatrice senza pena, era una pena per l’anima. (…)
Si poneva tutte quelle domande e si sentiva triste, scartata come un avanzo di pane vecchio che non hai mai provato neppure a mangiare perché il pane senza nulla non sa di nulla. (…)
Non capisco bene cosa faccio, ma soprattutto non capisco bene cosa provo: so soltanto che appena la abbraccio da dietro, stringendola forte, mi sento come se avessi conquistato qualcosa di fondamentale. (…)
Eppure, era sicura di amarlo.
Come se le due cose fossero compatibili -provare in ugual misura un odio lacerante e un lacerante bisogno non solo fisico di lui- doveva ancora scoprirlo. (…)
È l’ultima volta che la vedo e mi sento come se il mondo fosse nel quale cadrò, tra un minuto esatto, appena andrò via di qui. (…)
Sperava che fosse libero per sempre. Vivo e libero. (…)
La desidero con ogni goccia del mio sangue.”
Se state cercando una storia dove il rosa del romanticismo si screzia di cremisi e vira pericolosamente verso altre tonalità più forti e passionali, se volete una storia di perdono, comprensione e accettazione, se desiderate leggere di due persone spezzate dal passato, che fuggono dal presente ma che ancora sperano nel futuro, Tentare di non amarti fa assolutamente per voi.

Voto 5/5

Sono stata impegnata.

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Salve, visitatori. Ne è passato di tempo.

La verità è che myblog aveva deciso che non ero autorizzata ad accedere al mio Giardino. Una tragedia l’immagine del pupazzino di neve quando in Sicilia si passeggia già in shorts, e altrettanto critica era l’impossibilità di caricare articoli, anche quando avrei disperatamente voluto parlare con voi, miei amici immaginari. La vita è sofferenZa.

E poi, sono stata impegnata. Con un’esperienza bellissima: la pubblicazione de Il giglio bruciato. *_* Ci credete?

Tra le mille revisioni -ho dovuto rivedere un po’ i primi capitoli- le riletture, le correzioni -ma cosa fanno, i refusi, si accoppiano nottetempo e figliano?- ce l’ho fatta! Ce l’abbiamo fatta, io e le mie beta reader che si sono immolate ripetutamente per me. Costruirvi monumenti non basterà, lo so.

Certo, devo ammetterlo, ho pubblicato sollevando pazientemente le spalle stile *I don’t care.

A un certo punto, non mi importava più di sentirmi pronta, non mi interessavano più gli errori di battitura (che ancora infarciscono il testo come se non ci fosse un domani), l’importante era che Il giglio lasciasse il nido e così ha fatto. Ha spiccato il volo.

Ora è su Amazon. Qui. E io lo guardo camminare da solo, fiera e, non posso evitarlo, apprensiva. Ma correte pure a dare un’occhiata alla sinossi e ai primi capitoli. Non fate caso a me.

Che dire? La pubblicazione è stata semplice come bere un bicchiere d’acqua, non senza incognite, sia chiaro (impaginazione, compilazioni varie, autorizzazioni che nemmeno il mutuo di un immobile e l’apertura di un conto alle Cayman). Il più adesso sarà farsi conoscere, leggere, procurarsi qualche sincera recensione e qualche critica costruttiva.

E io che credevo che la parte difficile fosse mettere nero su bianco le mie idee strampalate! In caso voleste saperlo, sì, mi sembrano ancora assurde, prive di fondamento logico. Però, giuro, non mi drogo.

Il processo creativo è totalizzante (non si dorme, da svegli si intessono fatti e dialoghi in continuazione, quello che avete visto vagare per strada e per casa era il mio ologramma, insomma), sì, ma per un autore self le fatiche non terminano con la scrittura. Ogni fase, anche la più banale come decidere la trama giusta (ne ho scritte qualcosa come quattordici) per poi scegliere con molta nonchalance quella di Anna, la mia Sant’Anna personale, è un rompicapo.

Le decisioni, quelle sono state sfiancanti. Carta bianca o avorio? Copertina lucida oppure opaca? Ma quale copertina, poi? Per fortuna Sara, la mia illustratrice del cuore, ha incrociato i miei passi, sennò ancora sarei a crogiolarmi nell’indecisione.

Che mossa intelligente, direte voi, e che spreco di tempo! A me piace pensare che nella vita tutto serva, anche brancolare nel buio e non sapere descrivere al meglio il tuo stesso romanzo.

Perché è la mia creatura, ma questo non vi spiega niente. Di che cosa parla, quindi, Il giglio?

Un incidente d’auto le ha cancellato la memoria.

Ora, l’anno che non riesce a ricordare le sembra un’intera vita da ricostruire.

Che cosa succede a chi dimentica un segreto inconfessabile?

Il tempo di Angelica Giglio sulla Terra è sul punto di scadere.

I nemici potranno essere la sua condanna, oppure rappresentare la sua salvezza.

Angelica si troverà trascinata in un vortice fatto di pericoli e rivelazioni al di là di ogni possibile immaginazione. Le già fragili certezze della protagonista verranno messe a dura prova, dovrà riscoprire la sua vera identità e avrà bisogno di un alleato per sopravvivere. Ma fra amici che non ricorda di avere conosciuto e l’arrivo del misterioso Gabriel Duke, chi potrà aiutarla a non bruciarsi col fuoco?

C’è mistero, c’è un tocco di rosa in una Como che custodisce più segreti di quanto una persona possa fare. Solo la lettura potrà soddisfare eventuali curiosità, dunque, perché non buttarsi?

Questo è un articolo sconclusionato, un flusso di coscienza, spero vogliate perdonarmi ma ci stava tutto.

Tanti cari saluti.

Recensione de L’amore è uno sbaglio straordinario, di Daniela Volonté

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La sinossi

L’esistenza di Melissa, ricercatrice universitaria, scorre tranquilla fino a quando, un giorno, acquista un iPad a un’asta. Su quel tablet trova parecchi file del precedente proprietario e soprattutto tantissime foto: paesaggi marini, scorci urbani, particolari architettonici. Affascinata da quelle immagini, Melissa inizia una ricerca su internet che la porta fino al profilo Facebook di un certo Leon de Rouc. La ragazza non resiste alla tentazione e invia una richiesta di amicizia. Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, vive a Torino ed è un programmatore con il pallino per la fotografia. È bello, ricco, ha una relazione stabile, ma la sua vita è perfetta solo all’apparenza. Quando per gioco accetta l’amicizia di Melissa, tra i due comincia una fitta corrispondenza online, che nasce come pura evasione, ma diventa ben presto ossigeno per entrambi, una droga dolcissima a cui nessuno dei due può rinunciare. E se a un tratto la realtà irrompesse in quella relazione virtuale?

 

La mia recensione

L’amore è uno sbaglio straordinario, dell’italianissima Daniela Volonté, è stato il mio regalo di Natale da parte di Anna (leggete qui, tanto per capire quanto i nostri pomeriggi riescano a degenerare). Questo romanzo è un dono di cui ringrazio la mia amica, e di cui non ho potuto fare a meno di ringraziare la stessa autrice, graziosissima, tra l’altro.

“Visto che è il primo dell’anno, mi concedi una cosa? Dopo che avrai letto questo messaggio, non rispondermi. Spegni tutto. Chiudi gli occhi e rilassati. Non aver paura. Abbi fiducia in me.

Immagina una soffice coperta che ti avvolge le spalle. È il mio abbraccio. Poi un soffio caldo sul tuo viso e le tue labbra che diventano umide perché vi appoggio le mie. È il nostro bacio, che rimane sospeso per lungo tempo. I tuoi capelli si spostano, perché è la mia mano che si sta facendo strada tra la tua seta scura. Questa è la mia buonanotte, Mel. In questa notte in cui temevo di averti perso.

Non aver paura se quando ti sveglierai non troverai nessuno accanto a te, perché in verità ci sarò. Sarò in qualche angolo del tuo cuore, come tu ormai sei nel mio.

Ora dormi serena,

L.”

Questo, lo confesso, è uno dei messaggi che ho riletto più e più volte, senza mai stancarmi. L’amore è uno sbaglio straordinario è un racconto che potremmo definire epistolare, narrato a quattro mani. Da una parte, Melissa Riva, giovane e capace ricercatrice, dalla vita semplice e relativamente serena. Dall’altro lato (dello schermo), Riccardo Ferraris, alias Leon de Rouc, affascinante e abile trentacinquenne con l’hobby della fotografia e un’esistenza perfetta, ma solo di facciata. I due iniziano a scambiarsi messaggi, dapprima senza scendere troppo nei dettagli, in seguito abbandonando un po’ le riserve iniziali, e infine diventando la persona (seppur virtuale) più importante della vita dell’altro. La regola è una sola: non incontrarsi dal vivo mai e poi mai.

Che cosa succederebbe, però, se la realtà facesse drasticamente irruzione nel loro piccolo mondo virtuale?

Se la persona di cui non conosci l’esteriorità e la vita privata, ma di cui conosci alla perfezione l’anima, si presentasse alla tua porta e fosse più incasinata di quello che credevi, che cosa fai? L’amore è un appuntamento al buio un po’ per tutti, su questo non ci piove. E tu? Ti lasci prendere dallo sconforto, o commetti lo sbaglio più straordinario di tutti? Lo “sbaglio”- l’amore– che riesce a far combaciare anche la più strampalata equazione, che risolve anche il più complesso calcolo algebrico e che mette a posto tutto. L’amore, che razionalmente può sembrare un errore, eppure… La vera assurdità sarebbe non assecondarlo.

Che cosa fa Melissa quando scopre chi è davvero il suo Leo?

Di questo racconto ho amato tutto, la prima parte, quella epistolare, forse più frizzante della seconda, non per questo meno coinvolgente. Le ultime duecento pagine sono, sì meno briose, ma al contempo quelle che toccano le corde giuste. Il finale mi ha strappato più di una lacrimuccia. Di questo romanzo ho amato Melissa, una donna dolce ma con i giusti attributi, in grado, se lo vuole, di scalare una montagna. Indipendente, forte, fiera, amorevole. E allo stesso modo, ho amato Riccardo, l’uomo che è riuscito a costruirsi un certo successo, che ha paura di vedere vacillare il suo mondo però non teme di esternare alla donna che ama le sue apprensioni.

Che altro dire? Leggetelo.

 

Voto 4/5

Recensione di Urla nel silenzio, di Angela Marsons

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La sinossi

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere.

Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

 

La mia recensione

«Qualsiasi cosa sia accaduta a Crestwood, non hai mai smesso di tormentare queste persone».

Di solito, diffido dai tormentoni “Il libro di cui tutte parlano” (50 sfumature, dico a te), “Il romanzo numero 1 in Papua Nuova Guinea” e via discorrendo. E Urla nel silenzio è etichettato dalla stessa casa editrice come

Un grande thriller

N°1 in Inghilterra

Per mia stessa natura, ero portata a sospettare che non fosse il capolavoro che la CE dipingeva. Tuttavia, un po’ attirata dall’eventualità di una bella lettura di gruppo, un po’ attratta, vuoi dalla copertina, vuoi dal titolo, mi ci sono tuffata come Federica Pellegrini ed eccomi qui. Voglio ringraziare Anna, Manuela e Ombretta per la pazienza.

E sì, perché questo libro inizialmente non mi piaceva e ho dato il tormento alle mie amiche del gruppo di lettura. E quando un romanzo non mi piace, non c’è niente che tenga. (Vi rimando alle precedenti recensioni, così, giusto per capire quanto so essere pignola.)

Ci sono cinque persone attorno a una fossa fresca di sepoltura. Si tratta di un funerale? No, troppo semplice. Di omicidio. I cinque stringono un patto per la serie “mai rivelare ad anima viva…” e riprendono ognuno la propria vita. Qualche anno dopo Teresa Wyatt, direttrice di una scuola, muore assassinata, dando inizio a una serie di omicidi a sangue freddo. Il caso viene affidato al detective Kim Stone e la sua squadra, che colgono il collegamento tra i delitti appena accaduti e il corpo rinvenuto nel terreno di un orfanotrofio abbandonato. Kim, però, non è del tutto estranea ai fatti. Anche lei ha alle spalle un passato di abusi e di servizi sociali, e per dare un nome a quei miseri resti deve mettersi in gioco con tutta se stessa. E la posta è alta. Nel frattempo, Nicole Adamson, una giovane spogliarellista, riceve la visita sgradita e inaspettata della sorella Beth…

L’autrice, Angela Marsons, dice della protagonista, Kim Stone: “Lei non è sempre perfetta, ma è decisamente una persona che ognuno di noi vorrebbe avere al proprio fianco.”

Ma anche no, Angela. Io ho odiato la protagonista. A un certo punto, ho persino sperato che la aggredissero. Kim disprezza l’autorità e le regole, però non sopporta quando non la chiamano “detective”, non è incline al contatto umano, alle relazioni in generale, ha bandito i convenevoli e la gentilezza dal suo codice comportamentale, è sarcastica, chiede ai suoi collaboratori di dilatare i loro orari di lavoro all’inverosimile. È una strana forte, insomma. L’autrice la ritrae come capace, osservatrice, dotata di un intuito spiccato, dedita al lavoro… Riassumendo, ha tante qualità che, sommate al suo atteggiamento distaccato, rischia di diventare irritante.

Nella prima parte, gli omicidi si susseguono rapidamente e questo è positivo. Mi piace quando nei thriller “ci scappa subito il morto”. È quello che mi aspetto, che voglio. Solo, di certo non immagino che le indagini proseguano, non grazie alle intuizioni dei personaggi, o grazie alle loro deduzioni logiche, piuttosto per mezzo di una mano invisibile (l’autrice) che muove fili ben visibili e guida i protagonisti attraverso sentieri già tracciati.

Non ho ben tollerato “l’umorismo da caserma” che tra Kim e la sua equipe. Secondo me, soprattutto all’inizio, rischia di allontanare il lettore.

“«Questo posto mi dà i brividi».

Kim si voltò verso Bryant. «Ma da quand’è che sei diventato una femminuccia?»”

Ho avuto spesso l’impressione di leggere righe a vuoto e la cosa non mi è piaciuta.

Inoltre, ci sono dei banali errori lessicali. “Aveva usato e poi appallottolato tre salviettine umidificate per pulirsi viso, collo e mani, ma l’odore di birra e di cipolla pareva non abbandonarla, ma forse si trattava solo della sua immaginazione”. “E non sempre era colpa sua, ma finiva sempre per sembrare che lo fosse”. Caro traduttore, caro editor, dei sinonimi no?

Nella seconda parte del romanzo avviene il miracolo. La narrazione in terza persona si fa serrata, con brevi interruzioni in cui è l’assassino a prendere la parola. La suspense aumenta, la protagonista risulta più gradevole, le pagine si leggono tutto d’un fiato e si arriva al finale, a parer mio non scontato, non banale. Lo consiglio, nonostante tutte le mie riserve.

Voto 3,5/5

 

Life and death, di Stephenie Meyer. Che cosa ne penso?

Life and Death

Buonasera, visitatori più o meno occasionali. È successo il fattaccio, quello che “oddio, no!”, come avranno esclamato tutti i Twilighters di questo mondo, quando hanno appreso il contenuto del regalo tanto sentito della Meyer ai suoi milioni di lettori.

Ora, se siete suoi fan, di certo vi aspettavate Midnight Sun, la storia raccontata dal punto di vista di Edward (idea che E. L. James ha saputo sfruttare con Grey- chiamatela scema- e che la Meyer aveva piantato in asso dopo qualche capitolo). Se non siete suoi fan, buon per voi, visto che Stephanie si rapporta ai suoi followers con lo stesso rispetto che mia nonna usa nei confronti degli operatori telefonici quando la chiamano all’ora di pranzo e lei 1- ha cucinato spaghetti olio e parmigiano 2- il piatto si sta gelando in tavola, e 3- No, non vuole cambiare gestore e sì, è soddisfatta del servizio finora fornitole. Si prega di non insistere. Ho reso l’idea? Beati voi che non vi aspettate niente da Stephenie Meyer. Continuate così, che fate benissimo.

Detto questo, da dove comincio? Qualche dato di fatto lo volete? Niente grafici, niente numeroni, solo qualche parola.

Twilight è il romanzo d’esordio di questa autrice, cui seguirono altri tre capitoli, cinque film e una fama mondiale, vuoi per i libri, la scrittrice, le pellicole, o gli attori che le interpretarono. Tutti hanno sentito parlare di Edward il vampiro e di Bella l’umana almeno una volta nella vita. Qualcuno li ha venerati, qualche altro solo apprezzati, altri ancora disprezzati. Se non si fosse capito, io facevo parte della prima categoria. Nel corso degli anni, la Meyer ha dichiarato che allo stato attuale non avrebbe più scritto il libro così come noi lo abbiamo letto. *perplessità* Inoltre, per quanto noi fan possiamo saperne, non ha preso in mano una penna dall’uscita di Breaking Dawn a quella di Life and Death. E poi, è stata accusata di stereotipi di genere.

Per risolvere i tre punti precedenti e per festeggiare insieme il decimo anniversario di Twilight, Stephenie ha riscritto lo stesso identico romanzo, invertendo i sessi. Proprio così.

“Bella è stata spesso tacciata di essere una classica damigella in pericolo, perché viene salvata in svariate occasioni. La mia risposta è sempre stata che Bella è piuttosto un’umana in pericolo, una normale umana circondata da supereroi e supercattivi. È stata anche criticata perché troppo consumata dal suo stesso amore, come se fosse solo una cosa femminile. Ho sempre sostenuto che sarebbe stato lo stesso anche al contrario, se l’umano fosse stato un uomo e la vampira una donna.”

Queste le sue dichiarazioni, partono di seguito tutta una serie di giustificazioni sulla presunta mancanza di tempo per scrivere qualcosa che fosse nuovo e sul perché e il percome ha optato per una cosa anziché per un’altra.

Sarà che ingenuamente credo che un autore abbia dei doveri nei confronti dei propri lettori (primo tra tutti, non scrivere fanfiction del suo stesso lavoro), sarà che io Midnight Sun lo volevo, sarà che la Meyer è (era) il mio idolo… Fatto sta che per tutta la lettura mi sono chiesta: perché, perché, Stephanie? Ne valeva la pena? Non solo hai tradito i tuoi followers, hai fatto un regalo (ciò che viene donato a una persona in segno di affetto, di cortesia, di riconoscenza ecc. SIN dono, presente- Dizionari Corriere.it) che tanto regalo non è, in quanto per essere un dono dovresti cederlo a titolo gratuito, ma poi non sei riuscita ad abbattere gli stereotipi di genere di cui sei stata accusata.

Dopo aver letto la novella di quattrocento e passa pagine, mi sento di affermare che la Meyer ha fatto “trova e sostituisci” coi nomi dei personaggi e che, anzi, ha addirittura peggiorato il problema del sessismo.

Tra le scene inedite (due, se escludiamo il finale) rivediamo il tentativo di aggressione ai danni di Bella a Port Angeles. Solo che, laddove la ragazza rischiava forse uno stupro di gruppo, Beau rischia di essere colpito da un proiettile. Lo spiegate voi alla Meyer che anche i ragazzi (soprattutto da soli in un vicolo buio) possono essere vittime di stupro o anche solo di aggressione e non necessariamente a mano armata?

Edythe, la vampira, si sente di rassicurare in continuazione Beau sulla sua virilità. (Poi però lo prende in spalla come mamma koala!)

“Beau, tu non ti rendi conto di quanto sei…fragile. Non prenderlo come un insulto a te o alla tua mascolinità, qualsiasi umano è fragile, rispetto a me”.

E quando gli offre la cena e lui giustamente protesta perché è stato l’unico a mangiare, lei risponde non che le faceva piacere offrirgli da mangiare, ma…

Io cercai il portafoglio. «No, lascia fare a me, tu non hai mangiato niente…».

«Offro io, Beau».

«Ma…».

«Cerca di non farti ingabbiare in questi ruoli sin troppo antiquati».

Queste frasi da finta femminista se le poteva pure evitare.

Ovviamente, continua anche in Life and Death la saga dell’ossessione per la bellezza, la forza e la prestazione fisica, e l’apprezzamento per il portamento dei vampiri, che si muovono a passo di danza. *Alessia è stufa*

Inoltre, Edythe viene descritta come una ragazzina ai limiti dell’anoressia, con scapole che sembrano ali d’angelo e costole visibili attraverso il tessuto della maglietta. E ricordate la naturale avversione di Charlie per Edward? Scordatevela. Charlie conosce Edythe e si scioglie totalmente in un brodo di giuggiole. Non riesce a staccarle gli occhi di dosso, sembra salutare il figlio sottintendendo “Ben fatto, figliolo!”. Ma perché? Perché?

In tutto questo Girl Power alla riscossa, chi ne esce male sono proprio i personaggi maschili. Io avevo adorato Jacob, Carlisle e persino Jasper, che ora sono Jules, Carine, e Jessamine e che non hanno niente degli originali, secondo me. Archie e compagnia bella sono inconsistenti, la famiglia Cullen si trasforma da un gruppo di pari a un matriarcato. Lo stesso Beau è… Boh. (Battuta scema) Laddove Bella chiedeva con insistenza, si arrabbiava, batteva i piedi, piangeva, aveva un qualche spessore, il suo corrispettivo maschile è totalmente passivo e in balia degli eventi, non piange, forse perché il pianto è inteso dalla Meyer come una prerogativa meramente femminile. Quando Bella scopre l’esistenza dei vampiri su internet e rielabora le informazioni prese in rete tramite un sogno premonitore, ecco che Beau ne fa uno simile ma a carattere erotico. Complimenti, Beau, riesci a essere più rincoglionito e piatto di Bella, e io che non lo credevo possibile.

Altra cosa che non mi torna. Perché mai Bella non riusciva a sottrarsi ai suoi pretendenti indesiderati? (Mike, uno su tutti.) E perché, invece Beau respinge con una notevole decisione Mackaila, Taylor ed Erica? Cosa stai cercando di dirmi, Stefanuccia cara, che le ragazze sono di natura più remissive e che non riescono a dire un no deciso?

Se consiglierei Life and Death a qualcuno? A nessuno, fan o meno. Anna mi ha chiesto di non paragonarlo a Twilight. E io le ho risposto che c’è un protagonista, che sta cercando di ottenere qualcosa, e che c’è un antagonista e dei personaggi di supporto e che sulla carta, Life and Death è un romanzo in piena regola. Ma poi come si fa ad ignorare tutte le cose che vi ho detto sopra? Come si archivia la delusione? E non apro il capitolo del finale, perché molti non capirebbero… Ok, visto che insistete, ve lo riassumo. “Butto nel cesso la mia umanità, la mia normalità, mia madre, mio padre. Fintanto che saremo insieme, nascosti, tutto andrà bene.”

Ha forse un senso? No.

Recensione di Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon

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La sinossi

Ambrose Young è bellissimo, alto, muscoloso, con lunghi capelli che gli arrivano alle spalle e uno sguardo che brucia di desiderio. Ma è davvero troppo per una come Fern Taylor. Lui è perfetto, il classico protagonista di quei romanzi d’amore che Fern ha sempre adorato leggere. E lei sa bene di non poter essere all’altezza di un ragazzo del genere… Ma la vita a volte prende pieghe inattese. Partito per la guerra dalla piccola cittadina di provincia in cui i due giovani sono cresciuti, Ambrose tornerà trasformato dalla sua esperienza in prima linea: è sfigurato nei lineamenti e profondamente ferito nell’anima. Fern riuscirà ad amarlo anche se non è più bello come prima? Sarà in grado di conquistarlo? Saprà curarlo e ridargli la fiducia in sé? Versione moderna de La bella e la bestia, il nuovo romanzo di Amy Harmon – dopo il grande successo di I cento colori del blu – ci dimostra che in ognuno di noi convivono una parte mostruosa e una meravigliosa creatura e che solo l’amore può essere capace di farle andare d’accordo.

 

La mia recensione

Sei il mio sole anche di notte, di Amy Harmon, era nella mia libreria digitale da chissà quanto. Il titolo mi ispirava, la copertina no, quindi l’ho snobbato finché non ho capito che parla di un soldato.

Per chi non lo sapesse, io ho il pallino di cercare Alexander Belov/Barrington (il mitico Shura del Cavaliere d’Inverno) in ogni dove. E, ok, lo so che è ridicolo, che se voglio leggere di lui è più logico aprire il Cavaliere e immergermici. Lo so, lo so… Le vostre solo parole ragionevoli, e non potranno nulla di fronte alla mia fissazione, sappiatelo. Ombri e Angy, venitemi in soccorso. 😛

Comunque, mi sento di ringraziare Paullina Simons, perché ho l’impressione che a lungo andare, setacciando i romanzi alla ricerca del soldato, finirò per fare degli incontri fortunati.

Questa volta mi è andata bene, benissimo. Sono in piena fase hoilmagoneperchéhofinitodileggeremannaggiaame. E direi che è positivo.

Che ne dite se partiamo dai difetti così ce li togliamo subito dai piedi?

Sei il mio sole anche di notte, titolo originale “Making faces”, non ci illude e da subito mostra un neo. Consta di sole 351 pagine. Ora, come si fa dico io -Cavaliere docet- a narrare una storia del genere in meno di settecento pagine? In meno di quattrocento, volendo essere puntigliosi. Poi ho capito. Il romanzo è raccontato quasi come una fiaba. Riesce a narrare lunghi lassi di tempo senza entrare troppo nei dettagli, ma aiutandosi con le vicende dei personaggi secondari, e le scene che dovrebbero essere cruciali mancano della forza necessaria per fare da snodo. Peccato. Leggendo, la commozione monta, lenta e inesorabile, ma poi ti si forma un groppo in gola e non riesci a farti un pianto con tutti i santi crismi.

Detto questo, posso finalmente parlarvi col cuore il mano di “Sei il mio sole anche di notte”. La stessa casa editrice fa riferimento a La Bella e la Bestia, perché? Scopriamolo insieme.

Ambrose e Fern (felce O_o ) crescono nella stessa cittadina. Lui è soprannominato Ercole, è l’atleta della scuola, bello e muscoloso come un dio greco, coi capelli lunghi e lo sguardo ipnotico. Lei è soprannominata… Cioè parliamone, lei si chiama felce: ci hanno già pensato i genitori a soprannominarla. Dicevamo, Fern è uno scricciolo pieno di lentiggini, la chioma rosso fuoco e l’apparecchio. Queste differenze esteriori sembrano scavare un abisso tra i due ragazzi, sebbene Fern sia segretamente innamorata di Ambrose da tempi immemori, e non solo per la sua avvenenza ma soprattutto per la luce che lui sembra irradiare. Finalmente un protagonista maschile che non sia uno stronzo, che non sia un miliardario, che non tratti male la lei di turno in maniera del tutto gratuita… D’accordo, sto divagando.

Niente sembra poterli unire, finché Rita, la migliore amica di Fern, la incarica di scrivere per lei delle appassionate lettere d’amore per attirare l’attenzione di… Ambrose, appunto.

Cambio bruscamente argomento. Anche io ero ragazzina, come i due protagonisti (fittizi) e come milioni di altri ragazzi (reali), quel maledetto 11 Settembre 2001. Ricordo di aver visto il replay di un aereo che si schiantava contro una delle Torri Gemelle. E ho ancora ben vivo lo sgomento di guardare un altro velivolo abbattersi sull’altra Torre. Come se il primo schianto non fosse stato abbastanza. Ricordo che mi sono sentita troppo piccola anche solo per formulare pensieri coerenti, e che vedevo in TV la gente piangere ed ero impotente di fronte a quello che stava capitando. Tutti lo eravamo. Vicini o no alla tragedia, più o meno coinvolti, il mondo non è più stato lo stesso da quel giorno.

Ed è quello che succede anche a Fern e Ambrose. Lui, troppo bello per notarla, lei, troppo insignificante e insicura per farsi avanti, lasciano passare l’ultimo anno di scuola a guardarsi da lontano. Ambrose si arruola e parte per l’Iraq, Fern rimane a casa per accudire il cugino e migliore amico Bailey, affetto da sclerosi multipla.

Il destino, però, si diverte a mischiare le carte ed ecco che due anni dopo le posizioni si invertono. La piccola Fern è fiorita e ora è una ragazza carina, e Ambrose ha recato ferite mortali ed è rimasto sfigurato.

 «Forse ognuno di noi è un pezzo di quel puzzle. Tutti insieme creiamo l’esperienza che definiamo vita. Nessuno di noi riesce a vedere il ruolo che svolge o l’immagine finale. Forse i miracoli cui assistiamo sono solo la punta dell’iceberg. E forse non riusciamo a riconoscere le benedizioni che derivano da eventi terribili».  

«Sei una ragazza strana, Fern Taylor», disse lui piano, gli occhi nei suoi, quello destro cieco, il sinistro che cercava di vedere oltre la superficie. «Ho notato i libri che leggi. Quelli che hanno in copertina delle ragazze con le tette debordanti e ragazzi con le camicie strappate. Leggi romanzetti osceni e citi le Scritture. Non sono sicuro di averti capita fino in fondo».  «La Bibbia mi conforta, i romanzi mi danno speranza».  «Davvero? Speranza di cosa?»  «Speranza di poter fare qualcosa di più che citare testi biblici con Ambrose Young nel prossimo futuro».

 Di tutte le citazioni che avrei potuto incollare, forse ho scelto la più banale, ma solo perché voglio lasciare a voi il gusto di scoprire questo romanzo dolce, che riuscirà con la sua semplicità a scaldarvi il cuore. Ogni capitolo ha un titolo che sembra appartenere a una lista di cose da fare, e la lettura è scorrevole, toccante.

Consigliatissimo.

Voto 4/5

 

 

Recensione di Città di carta, di John Green

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La sinossi

Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un’inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all’improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un’avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l’hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l’ultima.

 

La mia recensione

“Qualcosa di malato mi stava crescendo dentro.

Per Margo doveva essere stato lo stesso. Mentre architettava i suoi piani, doveva saperlo che avrebbe mollato tutto, e persino lei non poteva essere stata totalmente immune a questo senso di fine. Aveva passato giorni belli qui. E l’ultimo giorno i momenti brutti non si ricordano più. In un modo o nell’altro, anche lei aveva trascorso un pezzo di vita qui dentro, proprio come me. La città era di carta, i ricordi no. Tutte le cose che avevo fatto in quella scuola, tutto l’amore, la pietà, la compassione, la violenza, il rancore, tutto cominciò a scorrermi dentro. Quelle pareti dipinte di bianco. Le mie pareti bianche. Le pareti bianche di Margo. Eravamo rimasti imprigionati nel loro ventre per così tanto tempo, come Giona nella balena.

Per tutto il giorno mi ritrovai a pensare che forse questa sensazione spiegava perché Margo avesse pianificato tutto in modo così preciso e intricato: anche se desideri farlo, andartene è difficile, sempre.”

 

“La città era di carta, i ricordi no”. Io amo John Green. Ecco, l’ho detto. Libro trovato per caso in edicola, edizione Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. In realtà, mento sapendo di mentire. È stata Anna a dirmi, tipo, “senti, in edicola lo vendono”. Anna è stato il mio caso 😉 c’è bisogno che di tanto in tanto ti ricordi il bene che ti voglio?

Dicevamo, Città di carta. Otto euro, e ti leggi un libro cartaceo, che non fa mai male. Ora. Da dove comincio?

Quentin ama Margo Roth Spiegelman, la figlia dei vicini, sin da quando erano piccoli. Un assolato pomeriggio, scoprono nel parco vicino casa il cadavere di un uomo. Questo macabro ritrovamento potrebbe unirli, come dividerli. Fatto sta che al liceo, Margo diventa la ragazza più popolare della scuola e Quentin, invece, sembra proprio il povero nerd bersagliato dai bulli. L’amore che Q. non ha mai dichiarato alla bellissima Margo pare assopirsi con gli anni, fino a una fatidica notte. Manca meno di un mese al diploma e lei, come faceva da piccola, si presenta inaspettatamente alla sua finestra.

Con la promessa di un’impresa sì rischiosa, ma anche affascinante, Margo trascina Quentin verso l’ignoto, verso cose che lui, figlio giudizioso di due psicoterapeuti, non farebbe mai. Sarà una notte indimenticabile per Q, che si illude di rivederla dopo l’alba. Ma Margo non si presenta a scuola, né l’indomani, né il giorno dopo, né quello dopo ancora. Forse Margo Roth Spiegelman è così appassionata di misteri, da diventare un mistero lei stessa. Forse tutti i suoi fili sono spezzati e non c’è niente, niente che la tenga ancorata alla cittadina natale, alla famiglia, alla Florida, al mondo. Allora perché lasciare delle briciole di pane a Quentin, se non per farsi cercare da lui? Q la pensa viva, poi morta, poi non sa più che pensare. Una cosa è certa, nessuno può dire di conoscere veramente Margo Roth Spiegelman. Non i suoi, la sua migliore amica, non il suo ragazzo e nemmeno lo stesso Q, che è innamorato solo dell’idea di lei. Affiancato dai suoi inseparabili amici Ben e Radar, e poi anche da Lacey, il protagonista setaccerà gli indizi lasciati da Margo per ritrovarla, chissà come, chissà dove.

“Città di carta” è una pazzia, un colpo di testa adolescenziale. È folle mollare tutto alla vigilia del diploma, altrettanto folle fossilizzarsi a Orlando, circondarsi di persone di carta, bidimensionali, perdere il tuo tempo con loro. È uno spreco di energie compiacere le persone che hai attorno, perseguire obiettivi universali che finiscono per essere un po’ di tutti ma non necessariamente i tuoi. Chi l’ha detto che college, lavoro, matrimonio, figli è l’unica esistenza possibile? Chi ha deciso che i colpi di testa sono da biasimare? Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta tutto può succedere, questi ragazzi narrati da John (mi riferisco anche a Hazel e Gus di Colpa delle stelle) sono piccoli e grandi insieme. Green è un poeta, potrà anche non piacerti il contenuto di uno dei suoi romanzi, ma alla fine sono scritti così bene, sono così lievi nonostante i temi trattati, che non puoi non apprezzarli. La sua scrittura è ironica, fresca, riesce a strappare più di una risata. Mi sono divertita con Q, sono stata in pena per Margo, mi sono affezionata all’improbabile e adorabile banda cerchiamoMargofinoincapoalmondo. Che dire? È un romanzo per ragazzi, ma a trent’anni suonati l’ho letto con il sorriso nostalgico degli “ultimi giorni” che anche io ho avuto come tutti, con l’affanno di chi non riesce a trovare Margo e la pensa morta in un fosso. Ero tentata di andare a sbirciare le ultime pagine per scoprirne le sorti. Ma sono stata brava, e non l’ho fatto.

E alla fine fu davvero troppo. Non potevo lasciarmi sopraffare da quel sentimento, che stava diventando insopportabile. Ficcai un braccio nell’armadietto, fino in fondo, afferrai quello che c’era – foto, quaderni, libri – e rovesciai tutto nel cestino. Lasciai l’armadietto aperto e me ne andai. Quando passai di fronte all’aula della banda, riuscii a sentire attraverso le pareti la melodia attutita di Pomp and Circumstance. Continuai a camminare. Fuori faceva caldo, ma non come al solito. Era un caldo sopportabile. Ci sono marciapiedi lungo quasi tutta la strada fino a casa, pensai. E continuai a camminare.

E mentre tutti quei mai più erano stati paralizzanti e dolorosi, il distacco finale fu perfetto. Pulito. La più pura delle liberazioni.

Fatta eccezione per una stupida foto, tutto ciò che contava era nella spazzatura, ma io mi sentivo da dio. Cominciai a correre, per mettere ancora più distanza tra me e la scuola.

Andar via è terribile, finché non te ne sei andato. Dopo, è la cosa più maledettamente facile del mondo.”

 Mi è sembrato di dirvi tutto e niente, ho avuto l’impressione di non avervi detto abbastanza. Quello che posso dire adesso è: leggilo, magari disprezzerai il finale, ma di certo ti godrai il viaggio. E poi chi lo sa, forse la vita è proprio questo, è prendere o lasciare. Non l’ho ancora capito, sai? (Sì, ho ancora la sensazione di parlare col muro ma, Ombri, lo so che mi stai leggendo). Magari senza saperlo, siamo tutti un po’ fatti di carta, viviamo in città di carta, conduciamo esistenze di carta. A me piace immaginarci di un materiale più robusto.

 

Voto 4/5

Recensione di Fermate gli sposi!, di Sophie Kinsella

Fermate gli sposi!

La sinossi

Lottie non vede l’ora di sposarsi. Con l’uomo giusto, naturalmente: non ne può più di lunghe relazioni con fidanzati che sul più bello non se la sentono di impegnarsi davvero. E così quando anche Richard, che lei è convinta stia per farle la tanto attesa proposta, la delude, decide su due piedi che è ora di passare all’azione e accetta di convolare a nozze con Ben, un flirt estivo conosciuto per caso su un’isola greca molti anni prima e che lei non ha mai più rivisto. Ben si è appena rifatto vivo, e basta una cena per far scoccare nuovamente la scintilla tra i due: perché perdere tempo in inutili preparativi? Presto! Ci si sposa in quattro e quattr’otto e via per un’indimenticabile luna di miele nel luogo che ha visto nascere il loro amore. Ma non tutti la pensano così: Fliss, la sorella di Lottie, e Lorcan, il socio in affari di Ben, sono contrarissimi e preoccupatissimi. Bisogna intervenire subito. I due sabotatori partono all’inseguimento dei neosposi che devono essere fermati a tutti i costi, prima che avvenga l’irreparabile… Le conseguenze saranno disastrosamente comiche per tutti. Con “Fermate gli sposi!” Sophie Kinsella firma una nuova, spumeggiante commedia romantica, in cui non mancano le sue proverbiali trovate condite da un pizzico di sesso e da un insuperabile senso dell’umorismo.

 

La mia recensione

Dopo il mezzo disastro con King, ci riprovo con Sophie Kinsella. E devo dire che da questa lettura sono uscita piuttosto rinfrancata.

Fermate gli sposi! narra le strampalate vicende di due sorelle, Lottie e Fliss, con la brillante ironia della Kinsella. Due sono i punti di vista: quello dell’impulsiva Charlotte (Lottie, in un’altra recensione ho già parlato di nomi di battesimo che, se mozzati, diventano dei disgraziati nomignoli) e della sorella maggiore Fliss (a me sembra di disquisire di filo interdentale OralB, ma la Kinsella ha scritto tanti romanzi che forse i nomi decenti li aveva già assegnati tutti).

La prima è fidanzata con l’uomo della sua vita, Richard, che senza la minima pressione da parte di lei, si accinge a chiederle di sposarlo. Se si vuole arrivare all’altare, mai parlare di matrimonio, è questo il mantra di Lottie, nemmeno alla larga. La seconda, invece, mamma di Noah, non ha ancora superato la separazione dall’ex marito, David.

Le donne protagoniste sembrano divise in macro gruppi: la sorella maggiore, la minore, una disillusa e l’altra sognatrice, nonché quella divorziata e quella felicemente fidanzata. E anche se non è bello raggruppare le persone in maniera così generica e indiscriminata (fa tanto politicamente scorretto), in questo romanzo funziona così: tutto sommato ci si può identificare nell’una o nell’altra.

Dicevamo, la proposta di matrimonio. Non è uno spoiler se vi dico che non avviene. Richard cade totalmente dal pero e Lottie lo lascia, infuriata. Fliss è pronta: sa che a questa rottura seguirà una scelta infelice ed è preparata a prevenire ogni colpo di testa eventualmente perpetrato dalla sorella. Solo, non immagina che Lottie voglia sposare così su due piedi il suo primo amore, Ben.

Fliss aveva messo in conto l’adesione a una setta, l’acquisto di un immobile, un nuovo tatuaggio, uno sport estremo. Ma questo no! Lottie e Ben, d’altro canto, sembrano talmente sicuri e desiderosi di fare il grande passo. A che servono infatti i fidanzamenti tradizionali, le promesse d’amore, i fiori, le proposte di matrimonio, i diamanti quando si è certi di amarsi da quindici anni? Fliss è convinta che Lottie stia commettendo l’errore più grande della sua vita. Sposarsi, basandosi unicamente sulla sintonia di un flirt estivo che sembra risalire a una vita fa, senza conoscere niente l’uno dell’altro, senza sapere chi sono diventati nel frattempo. È follia pura. Che fare, in tal caso? Ma è ovvio. Bisogna intraprendere una crociata anti-matrimonio, anti-sesso, anti-luna di miele, anti-Ben, anti-tutto. È il caso che vi chieda che cosa avreste fatto voi al posto di Fliss? La sorella maggiore che abita in me grida a pieni polmoni, e pare proprio che sarebbe capace di rincorrere la sua piccoletta fino alla luna, se fosse necessario. Ehi, io riferisco soltanto: non prendetevela con me.

Dopo un frettoloso matrimonio civile, Lottie e Ben partono per la luna di miele più romantica di sempre nel luogo che ha visto nascere il loro amore; e Fliss, Lorcan (il socio in affari di Ben) e Richard li seguono a distanza per sabotare il matrimonio e fare la felicità di Lottie (questo il motore di Fliss), il benessere dell’azienda (questo l’obiettivo di Lorcan) e dichiarare i propri sentimenti (questo lo spirito che muove Richard).

Devo ammetterlo, Sophie Kinsella ha un po’ calcato la mano con improbabili avvenimenti, ma che commedia romantica sarebbe, altrimenti? Sapevo ciò che avrei letto, non mi aspettavo niente di più e niente di meno, speravo di farmi due risate e non ne sono rimasta delusa. Gli eventi ballano ubriachi sul confine tra realtà e irrealtà, i due punti di vista si alternano e mi piace così. Una lettura che arriva a spingere alla riflessione: è giusto che Fliss faccia soffrire sua sorella per limitare i danni di un matrimonio irrazionale? È contorto, lo so.

Vi dirò, dopo averlo bollato come un inetto bamboccione incapace anche di farsi un uovo al tegamino, figurarsi poi di chiedere in sposa la fidanzata, piano piano durante il boicottaquestomatrimonioontheroad mi sono invaghita di Richard e disinnamorata di Ben. Ho praticamente cambiato squadra, sono stata una banderuola. Chissà se vi succederà lo stesso.

Sono anche arrivata a commuovermi leggendo il finale. Perché l’amore in fin dei conti non è dire all’altra persona “Tu sei mia/o”, non è marcare il territorio (quello lo fa Jack, il mio cane) ma preoccuparsi- e occuparsi!- dell’altra persona sempre.

Non una lettura da perderci il sonno, ma comunque romanzo d’evasione consigliatissimo.

 

Voto 3/5

Recensione di Revival, di Stephen King

Revival Stephen King

La sinossi

Più di cinquant’anni fa, in una placida cittadina del New England, un’ombra si allunga sui giochi di un bambino di sei anni. Quando il piccolo Jamie alza lo sguardo, sopra di lui si staglia la figura rassicurante del nuovo reverendo, appena arrivato per dare linfa alla vita spirituale della congregazione. Intelligente, giovane e simpatico, Charles Jacobs conquista la fiducia dei suoi parrocchiani e l’amicizia incondizionata del bambino: per lui il pastore è un eroe, soprattutto dopo che gli ha “salvato” il fratello con una delle sue strepitose invenzioni elettriche. Ma l’idillio dura solo tre anni: la tragedia si abbatte come un fulmine su Jacobs, tutto il suo mondo è ridotto in cenere e a lui rimane solo l’urlo disperato contro il Dio che lo ha tradito. E il bando dal piccolo Eden che credeva di avere trovato. Trent’anni dopo, quando Jamie avrà attraversato l’America in compagnia dell’inseparabile chitarra che l’ha reso famoso, e dei demoni artificiali che ha incontrato lungo il cammino, l’ombra di Charles Jacobs lo avvolgerà ancora: questa volta per suggellare un patto terribile e definitivo. “Revival” è il racconto di due vite, quella che King ha vissuto e quella che avrebbe potuto vivere, attraverso due personaggi formidabili per potenza e fragilità, due uomini ai quali accade di incontrare il demonio e di affondare nel suo cuore di tenebra.

 

La mia recensione

“Cominciai a spostarli in avanti fila dopo fila, improvvisando spari da mitragliatrice degni di un fumetto, quando un’ombra calò sopra il campo di battaglia. Alzai lo sguardo, accorgendomi di un tizio che se ne stava lì. Oscurava il sole del pomeriggio, il profilo del corpo circondato da un alone dorato: una specie di eclissi umana.

La confusione non mancava, come sempre a casa nostra di sabato pomeriggio. Andy e Con si esercitavano a baseball con alcuni compagni nel cortile più grande, tirando a turno tre palle alte e sei basse, ridendo e schiamazzando. Claire era su in camera con un paio di amiche ad ascoltare canzoni sul giradischi portatile: The Loco-Motion, Soldier Boy, Palisades Park. Dal garage proveniva un martellare insistente, mentre Terry e papà lavoravano sulla vecchia Ford del ’51 che mio padre aveva battezzato il Bolide della Strada. Una volta lo sorpresi a chiamarla «sta cazzo di roba», un’espressione che mi piacque subito e che ancora uso. Se volete sentirvi meglio, chiamate qualcosa «’sta cazzo di roba». In genere funziona.

Insomma, stava succedendo parecchio, ma in quell’istante tutto sembrò tacere all’improvviso. Forse è solo un’illusione creata da uno scherzo della memoria (o da un cupo presagio degli avvenimenti successivi), ma il ricordo è molto forte. Di colpo sparirono gli schiamazzi dei ragazzini in cortile, la musica dal piano di sopra, il frastuono nel garage. Persino gli uccelli smisero di cantare.

Poi l’uomo si curvò e il sole calante gli brillò sopra la spalla, accecandomi per un attimo. Alzai una mano per proteggermi gli occhi.

«Scusami, scusami», disse lui, spostandosi in modo che potessi guardarlo senza restare abbacinato. Aveva una giacca e una camicia nere da chiesa con il collarino bianco; sotto, un paio di jeans e di mocassini consumati. Era come se cercasse di essere due persone diverse allo stesso tempo. A sei anni, dividevo gli adulti in tre categorie: i giovani, i meno giovani e i vecchi. Lui apparteneva alla prima. Con le mani sulle ginocchia, osservava i due schieramenti che si fronteggiavano.

«Lei chi è?» gli chiesi.

«Charles Jacobs.» Aveva un nome vagamente familiare. Mi tese la mano. Non esitai a stringerla, perché a sei anni ero già beneducato. Lo eravamo tutti noi, grazie agli insegnamenti di mamma e papà.

«Perché porta un collare con quella specie di buco in mezzo?»

«Sono un prete. D’ora in poi, quando verrai in chiesa la domenica, mi troverai lì. E ci sarò anche se parteciperai alle riunioni dei Giovani Metodisti il giovedì sera.»”

 

Un trio letterario, stavolta. Ombretta, Manuela ed io. Ciao, ragazze, spero niente più pacchi. Io non lo so, questo gruppetto di lettura è sfigato e ne consegue che finisco per sembrare una lettrice pazza invasata e inappagabile. Non è vero, dovete credermi. Le nostre aspettative erano elevate- insomma, stiamo parlando del Re- ma sono state disattese. Senza esagerazione, altro che Revival! Romanzo soporifero. Leggere per credere.

Jamie Morton nasce presso una famiglia numerosa, unita e soprattutto religiosa. All’età di sei anni conosce Charles Jacobs, il parroco della chiesa metodista, e i due malgrado la differenza d’età diventano subito inseparabili. (Il primo incontro è il momento più alto della storia, persino più vibrante della “resurrezione” finale. E vi ho detto tutto.)

Charles Jacobs diventa il pilastro dell’esigua collettività, tuttavia, la permanenza del reverendo presso la placida cittadina è di soli tre anni. La disgrazia, infatti, piomba sulla sua casa, portandosi via la moglie e il figlioletto e devastandolo fino a fargli perdere la fede in dio e nel paradiso. Il prete viene cacciato malamente dalla comunità. Jamie e Jacobs si perdono di vista, per incontrarsi trent’anni e diverse vicissitudini dopo.

Ben lontano dall’adorabile bambino che era stato un tempo, il nostro protagonista è adesso un eroinomane e toccherà a Charlie -come ora si fa chiamare- guarirlo dalle sue dipendenze, curarlo come tre decenni prima ha fatto con suo fratello Con, tramite l’energia segreta sperimentata dallo stesso ex reverendo. E via così fino al 2013. Non sto scherzando. Un perdersi di vista e un ritrovarsi ciclicamente. Da parte mia attendevo con ansia gli incontri col Rev e sonnecchiavo durante gli intermezzi.

Non fraintendetemi, sono un misero insetto- ma che dico insetto?- sono un umile atomo in un mondo dove Stephen King esiste e scrive. È uno scrittore abile, il romanzo è scritto benissimo, però… Il PERÒ è grande quanto una casa a tre piani con giardino, piscina e dependance. I punti deboli non mancano. I personaggi secondari non servono a niente, tranne forse una certa Brianna. Ho capito che i comprimari altro non sono che la spalla del protagonista ma così è troppo. I dialoghi, salvo quelli intercorsi con il Rev, sono quasi del tutto superflui. La vita di Jamie Morton è di una noia assoluta. Sono giunta a una conclusione: forse, ma solo forse, King ha voluto raccontarla per “mostrarci” che, sebbene il protagonista conduca un’esistenza dissoluta (dipendenze, allontanamento volontario dalla famiglia d’origine, una relazione con una ragazza con la metà dei suoi anni) e non si ponga molti quesiti di natura etica, ritiene aprire determinate “porte” moralmente sbagliato. Infatti, Jamie crede che non ci è dato sapere se il paradiso esiste, dove andremo dopo la morte e se rivedremo i nostri cari defunti. C’è un confine invalicabile tra il regno dei vivi e quello dei morti e Jacobs vuole varcarlo e rischiare tutto. Assumendo diverse identità, viaggiando per il Paese, guarendo i malati e condannandoli a venire a patti con “La Grande Madre”, Charles Jacobs intreccerà il suo destino con quello di Jamie Morton, alla ricerca della verità, forse la più pericolosa e assoluta di tutte.

Considerazione personale: Revival poteva rimanere nell’ambito del racconto e farci una bella figura, ma trascinare la narrazione per 469 pagine ha probabilmente avvilito il tono complessivo. Di sicuro ha avvilito me.

 

Voto 3/5

Recensione di Casa dolce casa, Mary Higgins Clark

casa dolce casa

La sinossi

Celia sta per entrare nel luogo che avrebbe voluto seppellire nel suo passato più di ogni altra cosa al mondo: la casa della sua infanzia. La casa che abitava quando lei era Liza. La casa che abitava quando aveva ancora una madre. La casa in cui si era svegliata quella mattina e le aveva sparato… Ora Liza non esiste più, al suo posto c’è una giovane donna di nome Celia, un passato pesante come un macigno e difficile da nascondere, una famiglia affidataria che l’ha cresciuta e un marito che le sta per regalare la casa dei suoi sogni… o dei suoi incubi…

 

La mia recensione

Lizzie Borden prese un’accetta

E quaranta colpi diede alla madre;

quando vide quel che aveva fatto

quarantuno ne diede al padre!

Parola d’ordine: boh! Ho letto questo romanzo perché ne ho una copia “Mondolibri”. Era a casa di mia madre da chissà quanti anni, vale a dire nel dimenticatoio. Sapete il fascino delle pagine ingiallite? L’ho subito. Infatti, ho iniziato a leggerlo perché non so resistere al richiamo ammaliatore del buon, caro, vecchio romanzo cartaceo. Ho proseguito, seppur assai riluttante, per la fama di regina del mystery di Mary Higgins Clark. Quando c’è scappato il primo morto, il mio interesse si è destato tutto in una volta e l’ho finito in un pomeriggio. Ed eccomi a recensirlo.

Casa dolce casa è un romanzo che definirei corale. Celia Nolan si trasferisce col figlioletto Jack e il secondo marito Alex presso una lussuosa abitazione nello stato del New Jersey, regalo di lui per il suo trentaquattresimo compleanno.

Sarebbe un gran bel dono, se non fosse che la dimora, ventiquattro anni prima, è stata teatro di una tragedia. La piccola Liza Barton, allora decenne, nel tentativo di difendere la madre dall’aggressione del patrigno, spara un colpo di pistola e accidentalmente la uccide. Nessuno ha dimenticato, nessuno è del tutto convinto dell’innocenza di Liza. Questo il caso di cronaca che darà il nome alla villa di Old Mill Lane. La casa della piccola Lizzie… Che Celia trova vandalizzata il giorno stesso del trasloco.

Ma la protagonista non è estranea ai fatti. Liza Barton è lei. Lei ha sparato alla mamma, è stata assolta, poi adottata in California, infine ha cambiato nome. Nessuno sa di lei, solo il defunto marito e padre di Jack lo sapeva e, in punto di morte, le ha fatto promettere di non far parola ad anima viva della sua vera identità. Forse le uniche “colpe” di Celia-Liza sono queste. Vivere sotto mentite spoglie, sposare un uomo con il quale non può essere sincera completamente, affidare la sua vita e il figlioletto al marito di cui sa ben poco.

Dicevo che si tratta di un racconto corale perché la narrazione spetta a Celia-Liza, ma anche all’agente immobiliare Georgette, alla giornalista Dru, e agli inquirenti, tra cui il magistrato Jeffrey MacKingsley. Come se ognuno desse il proprio contributo a ripulire la reputazione di Liza Barton e a risolvere il caso. Perché una cosa è certa: qualcuno sta approfittando del crollo nervoso di Celia- che si vede costretta a fare buon viso a cattivo gioco abitando nella stessa casa dove ha ucciso sua madre e ferito il patrigno- per incastrarla.

La prima parte del romanzo langue, un inizio in sordina che mi ha suggerito di mollare. Brevi capitoli di massimo tre o quattro pagine che cominciano e si concludono dando la parola alla protagonista o a qualcuno dei personaggi secondari. Proprio per questo ho trovato difficile entrare nel vivo dei caratteri, della narrazione, o collocare nel tempo i vari racconti. Lasciamo Celia-Liza alle otto di sera, e nel capitolo successivo leggiamo l’interrogatorio alle sedici di quello stesso giorno. O_o

I delitti sono all’acqua di rose: un colpo di pistola in fronte e il gioco è fatto, il personaggio scomodo ce lo siamo tolti di mezzo. Non che pretendessi lo splatter a tutti i costi, però ecco, magari una botta di corpo contundente, così tanto per cambiare. Un’atmosfera più tesa, un po’ più noir… Niente di tutto quello che ci si possa aspettare da un thriller, mystery, giallo o come lo chiamano. Inoltre, la descrizione dei luoghi e dei personaggi secondari è poco accurata, e ho finito per scambiarli tra loro fino a quando non ho deciso di cerchiare a matita i nomi di tutti. Anche degli inquirenti facevo un unico mazzo, lo ammetto.

Il finale è frettoloso. Non per farmi bella, ma avevo intuito il colpevole a metà libro. Insomma, carina l’idea di fondo ma sviluppata superficialmente e forse si poteva giocare un po’ di più sull’uomo nero per renderlo più insospettabile, e azzerare del tutto i suoi comportamenti equivoci per far cascare il lettore dalla sedia, cosa che naturalmente non mi è successa.

 

Voto 3/5

 

Recensione de La chiave di Sarah, di Tatiana de Rosnay

lachiavedisarah

La sinossi

È una notte d’estate come tante altre, a Parigi. La piccola Sarah è a casa con la sua famiglia, quando viene svegliata dall’irruzione della polizia francese e prelevata insieme ai genitori. Ha solo dieci anni, non capisce cosa sta succedendo, ma è atterrita e, prima di essere portata via, nasconde il fratello più piccolo in un armadio a muro che chiude a chiave. È il 16 luglio del 1942. Sarah, insieme a migliaia di altri ebrei, viene rinchiusa nel Vélodrome d’Hiver, in attesa di essere deportata nei campi di concentramento in Germania. Ma il suo unico pensiero è tornare a liberare il fratellino. Sessant’anni dopo, Julia, una giornalista americana che vive a Parigi, deve fare un’inchiesta su quei drammatici fatti. Mette mano agli archivi, interroga i testimoni, va alla ricerca dei sopravvissuti, e le indagini la portano molto più lontano del previsto. Il destino di Julia si incrocia fatalmente con quello della piccola Sarah, la cui vita è legata alla sua più di quanto lei possa immaginare. Che fine ha fatto quella bambina? Cosa è davvero successo in quei giorni? Quello che Julia scopre cambierà per sempre la sua esistenza.

 

La mia recensione

Questa vuole essere una discussione informale su un romanzo appena letto, che non intende volgere critiche ai fatti storici riportati, ma che si concentrerà unicamente sugli avvenimenti e i personaggi frutto della fantasia dell’autrice e sullo stile della sua prosa.

La chiave di Sarah. Ciò che nessuno probabilmente dirà mai. Per potervene parlare nella maniera più obiettiva possibile, oltre a leggere il romanzo, ho guardato il film. E la mia impressione iniziale è stata confermata. Quella di Tatiana de Rosnay è una storia che rende meglio su pellicola di quanto non faccia su carta. Via gli eccessi, via le forzature, qualche licenza per l’adattamento cinematografico, il lungometraggio è senz’altro migliore del romanzo. Un racconto che inizia con due voci narranti, quella di Julia, giornalista americana residente a Parigi, e di Sarah, una bimba ebrea di dieci anni rinchiusa nel Vél d’Hiv con migliaia di altri ebrei.

Tra il 16 e 17 luglio del 1942, il Velodromo d’Inverno, a pochi isolati dalla Torre Eiffel, fu il luogo del più grande arresto in massa di ebrei avvenuto in Francia durante l’occupazione nazista. L’operazione, guidata dalla polizia francese e battezzata con il nome “Vento di Primavera”, portò alla cattura di 13.152 persone, tra cui 4.115 bambini tra i 2 e i 15 anni. Quasi tutti gli ebrei radunati al Velodromo di Parigi furono deportati nei campi di concentramento e meno di 100 riuscirono a sopravvivere. Sicuramente la parentesi più oscura, scandalosa e criminosa del governo Vichy, e in via definitiva della storia francese contemporanea.

I fatti sono qui raccontati con precisione attraverso gli occhi da bambina di Sarah, dapprima ingenui e poi disillusi.

Dall’altra parte, ai giorni nostri, Julia viene incaricata dal suo capo di scrivere un articolo per il sessantesimo anniversario del rastrellamento. Dovrà svolgere delle ricerche senza lasciare nulla al caso perché il pezzo sia un vero tributo. Immagini, targhe, testimoni oculari, sopravvissuti, niente può essere tralasciato. Questa la prima parte del romanzo. Coinvolgente, dettagliata. Poi, Sarah smette di raccontare e, insieme alla sua voce, è sparito il mio interesse. Il ritmo e l’attrattiva della narrazione calano fino a scemare totalmente, del tutto affidati come sono alla vera protagonista, Julia. Un personaggio che difficilmente suscita simpatia, empatia, o ammirazione. Perché l’autrice decide di calcare la mano con la vita di Julia? Che senso ha? Un affascinante marito francese, passionale, dedito alla carriera. Una figlia di undici anni, Zoe, più matura della sua età che cade dal motorino (ho fatto tanto d’occhi a leggerlo). Due amici gay. Una famiglia d’origine americana. E la famiglia di lui, che non l’ha mai accettata del tutto e ancora dopo anni la considera l’americaine. Troppi luoghi comuni: le donne americane bionde, vivaci e forti; i maschi francesi etero bravi a letto e del tutto incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di invecchiare con serenità; i maschi francesi omosessuali buoni amici; i francesi e gli italiani che disdegnano l’aria condizionata; i francesi riservati e freddi nei rapporti interpersonali; i mariti tipicamente europei che si aspettano dalla moglie dedizione alla famiglia, e tre o quattro eredi (tipo cavalla purosangue, cit. Ombretta). E potrei continuare all’infinito.

Julia è ossessionata da Sarah e, anche se ha finito l’articolo e fatto il suo dovere, si sente legata a lei più del normale e da qui parte la “caccia alla donna”. Parigi, New York, Lucca, Parigi, America. Ho reputato il suo interessamento verso una tragedia che non le apparteneva, non fino in fondo, davvero morboso ed eccessivo. Ho trovato fosse innaturale la disposizione di tutti i personaggi secondari ad aiutarla, ad accoglierla in casa propria, a fornire recapiti altrui, a confidarsi sugli orrori vissuti. Niente, nemmeno un pizzico di umana diffidenza. Un romanzo ammantato di un’aura di assurdità e buonismo. E poi la convinzione di Julia, secondo la quale William, il figlio di Sarah, dovrebbe esserle grato mi ha seriamente indisposta.

«Peccato che non ti abbia ascoltato: è stato   troppo   da   sopportare   da   solo.   E   poi,   quando   infine   sono   tornato   in   Rue   de Saintonge e mi sono visto aprire la porta da sconosciuti, ho avuto la sensazione di essere stato  abbandonato da te.» Abbassò  gli occhi. Io posai la tazza, investita da un’ondata di risentimento. Dopo tutto quel che avevo fatto per lui – e quel che mi era costato in termini di tempo, fatica, dolore, senso di vuoto – come poteva rivolgermi un’accusa del genere?

Scusaci, Julia, la prossima volta ci ricorderemo di stendere un tappeto rosso prima del tuo arrivo, ok? Forse non tutti sono disposti a farsi stravolgere la vita da te e a esprimerti gratitudine. Forse, se Sarah non ha parlato al figlio e al marito del suo passato doloroso, aveva le sue buone ragioni.

Infine, l’epilogo, il lasciare intendere che tra Julia, una donna che non sa vivere senza una figura maschile al fianco e che spesso si accontenta di miseri surrogati di mariti o fidanzati, e William ci sarà del tenero.

E certe cose la De Rosnay se le poteva pure risparmiare, va’. È giusto informarsi, non dimenticare, leggere se volete questo romanzo, parlarne. Un po’ meno giusto lucrarci sopra, ma questo è un altro paio di maniche.

 

Voto 3/5

Recensione de La camera di sangue di Jane Nickerson

la camera

La sinossi

Sophia Petheram ha diciassette anni quando, dopo la morte del padre, attraversa in carrozza la selva intricata e spettrale che conduce alla tenuta di Wyndriven Abbey, in Mississippi. Qui sta per conoscere finalmente il ricco amico di famiglia che la prenderà in custodia: monsieur Bernard de Cressac. Fin dall’arrivo nella nuova dimora, Sophia si trova a vivere nel lusso più sfrenato, viziata e accontentata nei minimi capricci. La ragazza è affascinata dalla generosità e dal carisma di monsieur Bernard. Lui le impedisce, però, di ricevere visite e, in sua assenza, la affida all’occhio vigile di Odette, una giovane dama di compagnia francese. A spaventare Sophia è il passato del facoltoso tutore, sposato più volte: le sue mogli sono morte in circostanze misteriose e la ragazza ne intravede i fantasmi. Hanno tutte i capelli rossi, con sfumature color bronzo e oro. Proprio come lei… Ma se l’amore è un assassino meraviglioso, Sophia vuole scoprirne il volto.

 

La mia recensione

“Dovete sapere che avevo un padrino straordinariamente ricco. Per questo nulla mi era precluso.

Non ricordavo una sola volta in cui, pensando a lui, un lieve fremito argenteo non mi scuotesse tutta dalla testa ai piedi. Egli racchiudeva in sé il mistero e la magia, e incarnava le speranze che la mia famiglia riponeva nel futuro. Presto, quando la carrozza avesse percorso l’ultimo tratto di quel viaggio, l’avrei finalmente conosciuto, il mio padrino e tutore: monsieur Bernard de Cressac.

E anche sua moglie, naturalmente. Ma di lei tendevo a dimenticarmi.”

È stata Barbara, la mia carissssima cognata (ops, ho esagerato con le esse) nonché mia pusher (non è un reato, vero?) di libri, a suggerirmi questa moderna rivisitazione della favola di Barbablù.

Vi dirò, inizialmente non ero molto entusiasta di leggere quello che associavo a romanzi come Beastly e Cappuccetto rosso sangue. Non che siano state letture terribili, per carità, ma anche no. Ecco. Però mi serviva staccare da racconti che fossero spiccatamente rosa e da Michele Balistreri. Miiike! :’(

Invece, con mia somma sorpresa, La camera di sangue di Jane Nickerson si è rivelato un intrattenimento piacevolissimo. Una volta concessa al romanzo la possibilità di affascinarmi, infatti, sono stata completamente rapita. Tutto, tutto, dal titolo alla copertina, dal riferimento nemmeno tanto velato alla fiaba dei fratelli Grimm all’incipit, mi ha attratta. La cover è meravigliosa, secondo me, e rispecchia perfettamente il racconto, come una carta da regalo che si addice al dono ponderato che racchiude al suo interno. Il titolo, poi, è geniale e mi ricorda la terrificante camera-mattatoio dei Grimm. Trovo che non faccia troppo a pugni col titolo originale ma che, anzi, siano complementari tra loro. Fili di bronzo e oro. Esattamente come i capelli della protagonista.

Mississipi, 1855. Sophia è una giovane di belle speranze quando finalmente, dopo uno spossante viaggio, giunge all’abazia di Wyndriven. Orfana di padre e di madre, per non gravare sulle finanze dei suoi poveri e sventurati fratelli maggiori, la bellissima diciassettenne si trasferisce sotto il tetto del suo affascinante tutore, Bernard de Cressac.

Il lusso più sfrenato e anche il minimo capriccio soddisfatto con accondiscendenza potrebbero fare la felicità di Sophia. Inoltre, il suo padrino non è come lei se lo era immaginato. È più giovane di quanto lei credesse e vedovo, simpatico e avvenente oltre ogni più rosea aspettativa, con capelli e barba neri dai riflessi blu… Lei ne è attratta, però un tarlo la divora.

Ciò che Sophia non sa è che il tutore è un uomo volitivo e sadico, e che considera il suo soggiorno in abazia come l’anticamera di un corteggiamento amoroso, cui seguiranno giuste nozze. Forse i più o meno recenti lutti di monsieur hanno contribuito ad annerire la sua anima oscura, forse il troppo denaro l’ha abituato ad ottenere sempre tutto, con le buone e con le cattive. Chissà. Però Bernand de Cressac è capace di moti di gentilezza, ed è una compagnia piacevole, colto e generoso com’è. Del resto, è piuttosto umorale e violento e questo spaventa la ragazza. Che dibattito interiore.

Pian piano, Sophie si renderà conto di trovarsi dentro una prigione, dorata, ma pur sempre detentiva, braccata come un animale, ancora più schiava degli schiavi che lavorano nella piantagione di cotone che circonda l’opulenta e misteriosa abazia. Come potrà riscattarsi? E chi ha ucciso le mogli dai capelli rossi come i suoi? Come può contribuire all’affrancamento degli schiavi a cui si è affezionata?

Romanzo scorrevolissimo, a tinte gotiche, che racconta in prima persona non solo la fiaba di Barbablù ma anche la crescita interiore di Sophia. Da ragazzina superficiale a giovane donna. Mi è piaciuto tanto. Brava, Barbara.

 

Voto 4/5

 

Recensione de L’incastro (im)perfetto, di Coleen Hoover

incastro imperfetto

La sinossi

Quando Tate Collins trova il pilota Miles Archer svenuto davanti alla sua porta di casa, non è decisamente amore a prima vista. Non si considerano neanche amici. Ciò che loro hanno, però, è un’innegabile reciproca attrazione.

Lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per una relazione, ma la chimica tra loro non può essere ignorata. Una volta messi in chiaro i propri desideri, i due si rendono conto di aver trovato un accordo, almeno finchè Tate rispetterà due semplici regole: mai fare domande sul passato e non aspettarsi un futuro.

Tate cerca di convincersi che va tutto bene, ma presto si rende conto che è più difficile di quanto pensasse. Sarà in grado di dire di no a quel sexy pilota che abita proprio accanto a lei?

 

La mia recensione

Oh, io lo so. Vi siete stufati di sapere perché la mia scelta cade su un romanzo piuttosto che su un altro. Sarò sintetica: volevo leggere qualcosa con Anna, la mia amica delle serie televisive.

Salve, visitatori più o meno occasionali. (In caso ve lo stiate chiedendo, sì, spesso ho la sensazione molto vivida di parlare col muro). Questa settimana- vabbé, questi due giorni- ho letto L’incastro(im)perfetto, di Coleen Hover che fa tanto elettrodomestico da incasso classe A+. E, non lo so, ragionavo sugli stereotipi della narrativa di oggi.

Ne ho individuato qualcuno. Di solito nei romanzi rosa lei è una povera in canna. Ma del tipo che è un miracolo che riesca a mettere insieme il pranzo con la cena, eh! Di norma, si trasferisce da qualche parte, dal padre, dalla madre, dal fratello, nella casa interno tredici dello stesso palazzo. Da qualche parte. Poi, ha dei nomi assurdi, generalmente abbreviativi del nome vero e proprio: Isabella—» Bella, Anastasia—»Ana. Che tu dici “però il nome che la madre le aveva appioppato non era male”, ma no, siccome lei è un essere nato per soffrire se lo stravolge da sola.

Lui, invece, è un bonazzo che nemmeno George Clooney ai tempi d’oro, nemmeno Antonio Banderas prima di sfornare biscotti inzupposi parlando con le galline (avete presente Zorro? *sospirone*). Il lui di turno è un esemplare di maschio homo sapiens sapiens, razza caucasica, e con tutte le dee che gli ronzano attorno- vedi le assistenti di Mister Grey- lui no, lui sceglie proprio lei. #propriolei #sololei

D’abitudine lui è un “uomo” (a trent’anni non ci arriva mai) che ha conseguito un successo strepitoso, e che si è fatto da solo, sempre finanziariamente messo molto meglio di lei (messo bene in tutti i campi, le autrici ci tengono a precisarlo), ma soprattutto ha un passato oscuro di cui non vuole parlare nemmeno se minacciato di morte. Noi(la protagonista femminile e io) non sapremo fino alle ultime trenta pagine se è stato bocciato a scuola, se gli pare brutto confessare di avere lavorato in un sexy-shop da ragazzino, o se ha lasciato il canarino in balcone facendolo morire di stenti. Boh, non ci è dato sapere. È un ragazzo misterioso.

In tutto ciò, A-lui chiede a lei sesso senza legami e B-lui sente di non meritare lei, e probabilmente ha ragione e se lui la lasciasse andare, lei si farebbe una vita normale col compagno di università che è tanto gentile, ma no, soffriamo ancora un po’. Perché lei ci fa sesso, sì, ma ci soffre. Si chiama ossitocina, bella mia. Segnati questa parola.

Quando poi questi due avranno figli, statene certi, li chiameranno come chi le prende di santa ragione sia al parco che a scuola. Qualcosa come “Betulla” perché quando ci siamo conosciuti eravamo vicini a un albero e abbiamo voluto suggellare così il nostro immenso, immenso amore.

Veniamo a noi. Tale Tate (perché lei si chiama Elisabeth Tate, quindi Tate è solo il suo secondo nome ma lei si fa chiamare così perché, boh, forse Elisabeth è troppo inflazionato, non lo so, vi giuro, non lo so) si trasferisce dal fratello Corbin. Succede che la sera del trasferimento- lei è sola e carica come un mulo da soma- trova uno svenuto sul pianerottolo. Io avrei chiamato la polizia, vi giuro. Lei no, quello uno poi diventa il padre dei suoi figli e l’uomo della sua vita. Lui le dice tipo “io voglio solo sesso da te” e lei “ok” però dopo ci sta male se lui effettivamente si mostra di parola e spera che lui cambi idea e voglia di più, tipo metterle un brillocco da un carato e mezzo all’anulare sinistro. Ma perché tu produci ossitocina, cara mia, è questo. Te lo garantisco. Che poi alla fine lui cambia idea, perché il lieto fine lo vogliamo tutte sennò organizziamo aerei e pullman per fare spedizioni punitive ai danni di povere autrici come frigoriferonofrostHoover.

Quindi, in soldoni, romanzo rosa= stereotipi preconfezionati. E si vede che le donne cercano questo, che vi devo dire.

L’incastro (im)perfetto consta di 296 pagine e sinceramente mi sono chiesta come abbia fatto a riempirle, visto lo scarso contenuto. Rettifico, “contenuto”, è giusto virgolettarlo. Ma perché lei, la fornoventilatoHoover, sai che fa?

Scrive

Proprio

Così

Avete capito bene. Digita una parola e va accapo, ne digita un’altra e di nuovo accapo.

Non

Sto

Scherzando

Stando così le cose, non vi stupiranno le rispettabilissime 296 pagine. Tutto sommato, se la sarebbe cavata con cento pagine ma forse le pareva brutto. Le descrizioni sono assenti, i sentimenti sono raccontati con frasi del tipo “è tutto il mio spazio”. Però Cap, il portinaio, mi è piaciuto. E qualche volta ho ridacchiato per qualche scena comica. È tutto. Mi sono confessata.

Leggete L’incastro per quello che è: una commedia romantica di cui nessuno, nemmeno la stessa autrice, si prende troppa pena.

 

Voto 2/5

 

 

 

Recensione de Il male non dimentica, di Roberto Costantini

il male non dimentica

La sinossi

Nella calda estate romana del 2011, un Michele Balistreri stanco e rassegnato a convivere con i suoi demoni dirige la squadra Omicidi, quando le morti della giovane Melania Druc e di sua figlia lo costringono suo malgrado a tentare di sbrogliare una matassa che una lunga serie di menzogne, tradimenti e lotte per il potere hanno intricato negli ultimi cinquant’anni, ma rappresentano anche l’esile pista da seguire per arrivare alla sola verità irrinunciabile, quella sulla morte di sua madre Italia avvenuta in Libia il 31 agosto del 1969, rimasta da allora senza colpevoli. Ma alla fine di tutto, cosa resta del Male?

Lungo un’esistenza frastagliata, tra la Libia e il belpaese, Michele Balistreri lo ha incrociato spesso, lì dove le vicende private si fondono con gli eventi della Storia, della politica, della società. E in questa sua finale discesa agli inferi, in un passato mai davvero sepolto, la lotta di Mike sarà l’ultima occasione che la vita gli concede per trovare la pace.

 

La mia recensione

Tripoli, 1962

Mike Balistreri

Questa sera il grande cortile è illuminato solo dalle lucine sul muro di cinta che circonda le ville. Si è alzato il ghi-bli, il vento da sud che porta la sabbia dal Sahara in città.

Nico, Ahmed, Karim e io ci ripariamo nell’angolo più buio del grande giardino, dietro la villa degli Hunt, accanto all’uscita posteriore. La tettoia che William Hunt ha fatto costruire per tenere in ombra la Ferrari e la Land Rover fornisce solo un riparo parziale dalle folate di vento e sabbia.

Guardo i miei tre amici. Il ghibli soffia sotto la tettoia, la sabbia ci riempie anche gli occhi. «Facciamo un patto, noi quattro» propongo. Mi faccio dare il coltellino da Ahmed.

Ci mettiamo tra la Ferrari e la Land Rover. Ma anche lì la sabbia non ci dà tregua.

In silenzio mi incido il dorso del polso sinistro, gocce di sangue escono dalla ferita.

Tocca a Nico. Sorride felice, si fa il taglio sul polso, guarda contento il sangue. Per lui è un onore fare quello che faccio io.

Karim è meno entusiasta, a lui l’idea di mischiarsi il sangue con due cristiani non piace. Fa un piccolo taglio. Esce poco sangue, e Karim lo guarda perplesso.

Poi passa il coltellino ad Ahmed, che ci guarda negli occhi, serio come al solito. Non ha paura, a lui l’idea piace. È mancino, impugna con la sinistra. In silenzio fa un taglio molto più lungo dei nostri, più profondo, il sangue esce copioso dal suo polso destro.

         L’unica lampadina appesa sotto la tettoia degli Hunt, filtrata dalla sabbia gialla, manda una luce tremula, pulviscolare. C’è odore di olio e benzina. Sentiamo il fischio del ghibli, lo sbattere delle foglie delle palme, il fremere degli eucaliptus.

         I quattro polsi si sovrappongono e il nostro sangue si mescola insieme alla sabbia.

         Sabbia e sangue. Per sempre.

 

Un finale col botto della Trilogia del male, questo ultimo capitolo dall’emblematico titolo Il male non dimentica, scritto da un autentico mito, Roberto Costantini. Vi do un primo consiglio: leggetelo come fosse un gigantesco epilogo della storia di Michele Balistreri.

Stavolta mi sono superata, ho finito il romanzo in, tipo, dodici ore. Sono da ricovero, ne sono consapevole.

Se non avete letto i primi due capitoli della trilogia, fatelo per voi, chiudete immediatamente questa recensione e procuratevi i romanzi: io suggerisco la versione cartacea.

Se invece vi siete già tuffati nella lettura di Tu sei il male e Alle radici del male, che ho precedentemente recensito, via libera.

Ma torniamo a noi. Da dove comincio? *Sospiro*

La situazione è questa: tutte le strade che Michele Balistreri ha imboccato sembravano condurlo verso una precisa meta. Il Male. Chi o che cosa è, ci chiediamo. Siamo tutti vittime o carnefici? Sembra o bianco o nero, eppure scopriremo che il confine non è così netto. Il nostro protagonista, anche quando sta fermo, reca in sé la radice del male.

Balistreri dirige la squadra Omicidi ed è morto prima ancora di morire. Sono troppi i rimpianti, le cose non dette, gli affetti perduti, i sensi di colpa, la gastrite, il ginocchio che duole, la scrivania che lo inchioda a un lavoro che non ha cercato, le bugie, le malefatte. Però è lo stesso un eroe, sì nero e pieno di macchie, ma senza paura. Non per se stesso, almeno.

La sua storia con Linda Nardi, bella e capace giornalista, è finita ancora prima di cominciare. Un amore platonico li legava, ora, l’unico legame tra loro è il doloroso ricordo di quella maledetta sera.

Angelo Dioguardi è uscito di scena dopo l’incredibile confessione sul delitto di Elisa Sordi e il racconto dei propri sciagurati trenta secondi.

Claudia Teodori si è sacrificata per l’amica Deborah e ha incastrato Nico Gerace, colpevole dell’omicidio di Anita e di Nadia Al Bakri. E noi che c’eravamo affezionati.

Salvatore Balistreri, il padre di Mike, è stato esiliato in America dallo stesso figlio che non vuole più saperne.

Italia Bruseghin, la mamma di Michele è morta nel 1969 e ancora non si sa chi sia stato l’esecutore materiale, anche se il colpevole morale corrisponde alla persona di Balistreri senior, ne siamo certi.

Emilio Busi e Monsignor Pizza, compari di vecchia data di Salvatore Balistreri- un parvenu palermitano- e responsabili del colpo di stato libanese, hanno conseguito la scalata al successo. Sono potenti, ricoprono cariche ai vertici del governo e del Vaticano, hanno le mani in pasta, fanno i soldi, e sono come i gatti: cadono sempre in piedi.

Ahmed è morto, ammazzato dallo stesso Mike e Karim, l’uomo con l’orecchio tagliato, è diventato il braccio destro di Gheddafi e si è vendicato con Farid, il fratellastro, per la morte di Nadia.

La lettera con cui Laura Hunt, il grande amore di Mike, lo assolve e gli dice addio, si trova tre le pagine libro di Nietsche, appartenuto a Italia.

Sembra tutto a posto, il dubbio che corrodeva l’anima oscura di Michele si assopisce a colpi di whisky e sigarette, fino a quando Tanja e Melania Druc non vengono ritrovate morte, e la prima ha la falangetta recisa. È un chiaro indizio, richiama gli omicidi di Nadia e Anita, forse c’è ancora spazio per la verità e la redenzione di Michele.

Il vecchio commissario infatti sa che le coincidenze non esistono, glielo ha insegnato il buon Teodori, e rimette in moto il cervello fino a ricomporre il puzzle pezzo per pezzo.

Riassumo il romanzo in tre parole: Cadrete Dalla Sedia.

Approvate la mia scelta? Non ho comunque alcun merito.

Arrivata a questo punto, voglio parlare di questo autore straordinario e del suo stile ineguagliabile. Dalla biografia apprendiamo che fare lo scrittore non è il suo mestiere. Al mio segnale, potete recuperare la mandibola. Quando ho letto che è dirigente della Luiss Guido Carli e che insegna al Master in Business Administration, ho fatto tanto d’occhi. Roberto Costantini non scrive per vivere, ma a mio modesto parere è nato per scrivere.

Ho amato quattro, e più, cose dell’espressione narrativa di questo scrittore: la caratterizzazione immediata di luoghi e persone; il fatto che niente, niente, sia lasciato al caso; il suo passare abilmente dalla prima alla terza persona per abbracciare più punti di vista; e la sua scrittura scorrevole, che facilita la lettura grazie al linguaggio sempre comprensibile.

Leggendo, avremo l’impressione di sapere tutto a trecentosessanta gradi, sentiremo il ghibli soffiare, la sabbia riempirci gli occhi, vedremo Nico Gerace rozzo ma ripulito e apprenderemo che anche il particolare più infinitesimale è lì per un preciso motivo.

Uniche due pecche: non ho potuto fare a meno di notare qualche strafalcione dialettale, ma apprezzo lo sforzo, e la totale assenza di Dioguardi nel terzo volume. Ecco, adesso sono nostalgica.

 

Ma Marlene Hunt era esistita solo nel tempo di Mike, un tempo in cui ogni cosa era più sabbiosa del ghibli e più rossa del sangue.

Un tempo in cui la rabbia contro mio padre giustificava tutto, anche scoparsi la madre della ragazza che amavo, anche sgozzare tre soldati al Cairo e Salim, anche sparare a Gheddafi. Marlene Hunt non era peggio di Mike. E diversamente da Ahmed, aveva saputo trasformare la sua vita, dall’odio all’amore.

Il surfista compì un’altra evoluzione spericolata e finì in acqua. Istintivamente feci per alzarmi ma la mano di Linda si posò sul mio braccio.

«Ce la fa anche senza di te.»

Linda sorrise e la sua mano sfiorò la mia. Ero sfinito ma non stanco, malinconico ma non triste. Ero felice.

 

Ciao, Michele, e goditi la pensione.

Voto 5/5

 

 

 

Recensione di Alle radici del male, di Roberto Costantini

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La sinossi

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo della Libia postcoloniale, gli anni giovanili di Mike sono segnati da due atroci morti irrisolte, da due amori impossibili, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici. Roma, settembre 1982. Il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata al suo arrivo nella Capitale. Per un debito di gratitudine, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette. Ma le morti di oggi e quelle di ieri sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia e gli ideali si scontreranno con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà il disperato eroismo di una ragazza a condurlo per mano fino alle radici del male.

 

 

La mia recensione

Mi sento molto privilegiata quando un romanzo come “Alle radici del male”, di Roberto Costantini, incrocia i miei passi. Il secondo capitolo della Trilogia del Male, preceduto da “Tu sei il male”, si è fatto divorare in due pomeriggi e mezza mattina.

Non che sia una lettura leggera, ma è talmente scorrevole e avvincente che arrivi all’ultima pagina senza capire come hai fatto e soprattutto senza ricordare se o che cosa hai mangiato.

Teniamo conto che la Libia, che ha visto nascere il nostro Mike Balistreri, è la radice del male. Il racconto infatti si divide in due momenti: il passato e quindi gli anni sessanta, e il presente, dunque gli anni ottanta, subito dopo l’omicidio di Elisa Sordi per intenderci.

Avevamo lasciato un Michele invecchiato male, tutto gastrite e ginocchio dolorante, siamo ancora scossi dall’avere appreso l’identità dell’assassino della bellissima e giovane Elisa, ed ecco che Costantini ci porta indietro nel tempo.

Devo subito dire una cosa: io sono una lettrice curiosa ed esigente, che pretende di sapere perché, come, dove, quando. Vorrei che certi romanzi, quelli che mi piacciono davvero, partissero a narrare sin dal battesimo del protagonista e “Alle radici” soddisfa in pieno questa mia pretensione all’onniscienza, visto che apprendiamo degli anni giovanili di Mike Balistreri.

Il rischio spoiler che voglio evitare come la peste mi obbliga entro certi limiti, però posso dire che eventi come il Festival di Sanremo, o il Mondiale di calcio, assumono una pregnanza simbolica e fanno da filo conduttore all’intera Trilogia del male. Di seguito posto il prologo.

 

Sabato primo febbraio 1958

 

La zanzariera tra il salone della villa e la veranda sul grande giardino è spalancata. Anche se l’aria è tiepida, non ci sono zanzare in febbraio a Tripoli.

Da fuori arriva il gracidio delle rane nel silenzio della notte africana.

Siamo tutti lì, nel salone. Per la serata finale del Festival di Sanremo. Le tre famiglie.

I sei Al Bakri, i libici: il capofamiglia Mohammed, i quattro figli maschi Farid, Salim, Ahmed e Karim, e la sorellina più piccola, Nadia. Le due mogli di Mohammed sono come sempre relegate nella loro baracca.

I tre Hunt, gli americani: William, la moglie Marlene, la piccola Laura.

E noi, i cinque Bruseghin-Balistreri, gli italiani: il nonno Giuseppe, mio padre Salvatore, mia madre Italia, mio fratello Alberto e io, Michelino.

Sullo schermo del televisore Marelli, in bianco e nero, Domenico Modugno canta la canzone vincitrice del festival. Siedo sul divano a tre posti, tra le due donne della mia vita. Quella da cui sono nato e quella con cui vivrò. La vita è bellissima, tutta davanti a me.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito

E incominciavo a volare nel cielo infinito

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Non è stupendo?

Andiamo per gradi, vi va? A seguito di uno spiacevole avvenimento scolastico, Mike, Ahmed, Nico e Karim, amici per la pelle, sanciscono un patto di sangue che li lega per la vita. I quattro ragazzini, pur appartenendo a tre estrazioni sociali completamente differenti- paria italiano Nico, modesti libici i fratelli Karim e Ahmed il cui padre è alle dipendenze di Balistreri senior, e figlio dell’italiano più importante e stimato di Tripoli, Mike- vivranno gli anni giovanili in simbiosi e sempre al confine con la delinquenza. Balleranno sul filo del rasoio, o sul filo del coltellino di Ahmed, se volete. Capirete leggendo.

Due efferati delitti, però, funesteranno l’adolescenza, tutt’altro che spensierata, del sanguigno Michele Balistreri e metteranno duramente alla prova il suo rapporto col padre, Salvatore Balistreri, e la stessa Mank (acronimo ricavato dai nomi dei membri del patto di sangue). Come se non bastasse, due amori- carnale e sconsiderato uno, e puro e profondo l’altro- si fonderanno fino a formare una melma viscida di cui Mike non si libererà mai.

Sarà il coinvolgimento generale in un complotto per deporre la monarchia libica a favore di Gheddafi che segnerà il passaggio alla vita adulta di Michele e lo condurrà verso una nuova patria, l’Italia.

Siamo a Roma, 1982. Balistreri è un commissario di polizia svogliato, che pensa solo a tornarsene in Libia e che nel frattempo si da all’alcool, al poker con Angelo (Dioguardi *___*) e al sesso occasionale. Due cose deve fare: indagare sull’omicidio di Anita, una giovane sudamericana trovata morta e col dito mozzato al parco, e proteggere la figlia di Teodori, l’investigatore che in Tu sei il male ha salvato la carriera e l’onore di Balistreri, Claudia.

E di due cose il nostro super poliziotto ne fa appena mezza, e pure male. Così come è avvenuto (a onor del vero, avverrà nel 2006, ndr) per l’omicidio di Elisa Sordi, infatti, solo quando passato e presente si mischieranno inestricabilmente tra loro, Michele si adopererà per scoprire la verità.

Varrà ancora il patto di sangue? Chi dei suoi amici potrà aiutarlo?

In questo romanzo ho trovato tutto: l’amore, l’amicizia fraterna, il rapporto genitori-figli, i tradimenti, uno spaccato di società libica, e uno di società italiana, complotti, mistero, efferatezza e infine, la storia contemporanea, asservita alla narrazione e quindi proprio per questo con estrose aggiunte. L’ho letteralmente amato, e se avete apprezzato Tu sei il male, non potrete che amarlo anche voi.

Adorerete il focoso Michele Balistreri, pieno di assurdi preconcetti, apatico a volte e solerte altre, caratterizzato dall’autore fino ai minimi, forse impercettibili, dettagli.

Io e Angelo non festeggiammo per niente. Io perché ero di umore nero, Angelo perché non si era ancora ripreso dalla rottura con Paola. Ci facemmo una passeggiata per la Garbatella, lui imbacuccato con piumino e colbacco per proteggersi dal freddo pungente, io con il solo vecchio giaccone invernale che avevo. Girammo in silenzio in quel quartiere costruito per vivere da esseri umani in una città sempre meno umana, mentre tutti brindavano e sparavano i botti.

A me questa storia del giaccone liso, l’unico capo pesante nell’armadio del Balistreri, mi ha fatta impazzire. Michele non fa che sottolineare mentalmente che giacche spesse e calde non gli serviranno più, una volta tornato nell’amata Libia, come si ripromette.

E poi, il finale, grande insegnamento a chi si chiede “perché a me?”. Forse non c’è dato sapere. Magari sapremo quando saremo pronti, oppure mai.

Dovevo accettare di vivere senza conoscere la verità. Come i genitori di Elisa Sordi, la cui figlia diciottenne era stata massacrata mentre io guardavo la finale del mondiale tra Italia e Germania. Come i tanti al mondo che soffrono per una grande disgrazia senza sapere perché è capitata a loro.

Io non ero più importante di quelle persone. Le mie disgrazie erano uguali alle loro.

Uno scoppio di risa per strada ruppe il silenzio magico di quella notte. Partì un coro di ubriachi. Cantavano a squarciagola, incuranti delle loro voci stonate.

 

“Penso che un sogno così non ritorni mai più

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu

Volare oh oh

Cantare oh oh oh oh”

 

Voto 5/5

Recensione di Tu sei il male, di Roberto Costantini

cover

La sinossi

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano scompare nel nulla. L’inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Arrogante e svogliato, Balistreri prende sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta a capofitto nelle indagini. Qualcosa però va storto e il delitto rimarrà insoluto. Roma, 6 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di antidepressivi. Il suicidio dell’anziana donna alimenta i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire l’inchiesta. Ma rendere finalmente giustizia a Elisa Sordi dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne sotto cui è sepolta, e affrontare un male elusivo quanto tenace, che ha molteplici volti uno più spaventoso dell’altro.

 


La mia recensione

Chi mi conosce sa che difficilmente grido al capolavoro, ma Tu sei il male di Roberto Costantini è una stupenda eccezione da cinque meritatissime stelle. Questo romanzo mi è stato caldamente suggerito dalla mia amica Ombretta, che non sbaglia mai un colpo, e a questo punto ho ragione di prendere per oro colato tutti i suoi consigli letterari. Tu sei il male io non l’ho soltanto letto, l’ho bevuto, o meglio divorato, fagocitato in nemmeno tre giorni. Per circa settantadue ore è stato il mio pane, un pane mai raffermo, anzi. Non un solo secondo di noia, bensì 669 pagine di unghie mangiucchiate e scleri a colpi di WhatsApp con la comprensiva Ombretta che, diciamocelo, poteva pure bloccarmi ma non l’ha fatto. Grazie, Ombri, la prendo per una grandissima dimostrazione d’affetto, e scusa se ti ho tormentata. Questa recensione non recherà estratti, in quanto ogni singola riga scritta da Roberto Costantini è talmente pregnante di significato che il rischio spoiler è troppo alto e non voglio in nessun modo rovinarvi la lettura. Ho deciso che posterò solo l’incipit e il finale.

 “«Piatto» fu la prima parola che sentii dire ad Angelo Dioguardi. Ero entrato nella stanza piena di fumo solo perché c’era il mobile bar e volevo riempirmi il bicchiere dalla bottiglia di Lagavulin che avevo adocchiato. Conoscevo di vista tre dei quattro che stavano giocando a poker, ma non il ragazzo alto con i capelli biondi lunghi e arruffati, i basettoni e gli occhi azzurri. Davanti a lui erano ammucchiate quasi tutte le fiches.”

Siamo nella Roma degli anni ottanta e succede che questo Michele Balistreri, affascinante e giovane commissario di polizia, conosce quasi per caso tale Angelo Dioguardi. I due coetanei, seppur diametralmente opposti per carattere e stile di vita, diventano così amici che Michele di tanto in tanto fa visita ad Angelo sul posto di lavoro. L’amico, infatti, lavora presso una società immobiliare del Vaticano, cui fa capo un pezzo grosso del clero italiano, il Cardinale Alessandrini, nonché zio della sua attuale fidanzata, Paola. E già qui avviene il mio primo capitombolo dalla sedia: perché ciò che dalla trama non si evince è che Balistreri conosce Elisa da viva. Quella che poi sarà la vittima è una giovanissima, modesta e timida impiegata che Michele nella sua mente chiama “dea” per la sua bellezza conturbante, in grado forse di corrompere anche l’uomo più incorruttibile e il chierico più convinto della propria castità.

Il giorno della finale del Mundial si respira una strana aria, sarà perché sappiamo dalla sinossi che il delitto si consumerà proprio durante la vittoria dell’Italia, o sarà perché Costantini sapientemente cuce attorno al lettore una particolare atmosfera di festa mista a tragedia. Io propendo per la seconda ipotesi. Si percepiscono aspettativa e ottimismo, insieme a un insolito silenzio, lì, in via della Camilluccia, dove si colloca un lussuoso complesso residenziale. Un silenzio che diventerà assordante, omertoso e crudele. Perché quello che all’apparenza è un allontanamento temporaneo di Elisa, diventa sparizione e infine si tramuta nella scoperta di un crimine efferato. Il corpo della bellissima giovane viene ritrovato sul greto del Tevere qualche giorno dopo, sfregiato e martoriato, chissà se dal fiume e i ratti, chissà se dal suo aguzzino.

Chi è stato? Forse il giovane e volubile padre Paul? Oppure l’insicuro Valerio Bona, che si era invaghito, non corrisposto, di Elisa? O ancora il figlio del Conte Tommaso dei Banchi di Aglieno, Manfredi, sfigurato in volto e forse anche nell’anima? Oppure lo stesso Conte? E che mi dite del Cardinale, così altero e inarrivabile? Tutti saranno interrogati, poche piste verranno percorse. Perché è certo che la vittima conosceva il suo carnefice. Fatto sta che al lettore e agli stessi inquirenti sembrano tutti colpevoli e allo stesso tempo il caso di Elisa Sordi rimane irrisolto a causa di alibi poco plausibili.

La narrazione compie un salto di ventiquattro anni, ma non solo. Se prima il racconto spettava a Michele Balistreri in prima persona, adesso un narratore onnisciente prende il suo posto, segnando uno stacco netto tra il giovane commissario saccente e un po’ svogliato e il vecchio Capo della Sezione Speciale Stranieri che va avanti a forza di medicine, sigarette e antidepressivi. Un cliché, direte voi, ma chi vive di rimorsi muore dentro poco a poco ed è quello che accade a Michele Balistreri, ormai cinquantaseienne. Ho trovato le scelte dell’autore audaci, ma mai avventate o scontate.

Che cosa succederebbe se anni dopo altri crimini si ricollegassero per modus operandi direttamente all’omicidio di Elisa? Giovani vittime, ragazze belle e sole, sfigurate, incise ma mai violentate dall’assassino. Sembra una perversione sessuale. E se invece sotto ci fosse molto, molto di più? Se i delitti fossero connessi alla vendetta personale e alla politica italiana? Che giustizia offrirebbe l’Italia, che si professa uno Stato laico ma che non lo è fino in fondo, ai martiri e alle loro famiglie che soccombono alla crudeltà umana? Quante e quali informazioni, certamente distorte e parziali, giungerebbero agli spettatori che osservano passivamente attraverso il piccolo schermo o le pagine dei quotidiani? La televisione e i giornali diluiscono anche la brutalità più atroce fino a farla sembrare normale amministrazione, ma Balistreri stavolta cercherà la verità assoluta e non si accontenterà di un banale surrogato.

Leggete Tu sei il male concentrati sui vari passaggi, con uno sguardo smaliziato e un occhio critico verso l’attualità. Vi avverto, ricorda un po’ il delitto di via Poma, che ahimè non è un romanzo ma a quanto ne so ne hanno ricavato un film. Tu sei il male richiama i delitti irrisolti, e anche quelli che hanno ottenuto una sofferta soluzione, e punta il dito verso i trenta secondi che possono fare la differenza e decidere chi vive e chi muore, perché tutti noi potremmo essere il male. Soprattutto, vi farà stare tremanti e col fiato sospeso fino all’interminabile finale.

 “Iniziò a piovere forte. Restammo lì, in silenzio, mentre la luce pallida del giorno si affievoliva. La pioggia ci bagnava i capelli, il viso, il corpo, entrava nelle scarpe. Poi, a uno a uno, i puntini delle case in fondo alla valle cominciarono a illuminarsi nel crepuscolo. La madre guardò un’ultima volta il piccolo balestruccio immobile. Poi si librò nell’aria e volò via da sola. Non era felice, ma cinguettava.”

 Voto 5/5

 

Recensione de Il primo bacio a Parigi, di Stephanie Perkins

primo bacio a parigi

La sinossi

Anna è pronta a passare un ultimo anno di liceo indimenticabile insieme alla sua migliore amica e a un ragazzo che sta per diventare il suo ragazzo. Ma il padre ha deciso di regalarle un’esperienza altrettanto indimenticabile: un anno in una scuola internazionale a Parigi! Peccato che Anna non riesca a prenderla con altrettanto entusiasmo: non sa una parola di francese, si sente l’ultima arrivata e non riconosce neanche il cibo che trova a mensa. Per fortuna nei corridoi si scontra con quanto di più interessante la città possa offrirle: Etienne St. Clair. Occhi splendidi, capelli perfetti, un’innata gentilezza e un’irresistibile ironia: St. Clair ha proprio tutto… anche una fidanzata, purtroppo! Per quanto Anna cerchi di non infilarsi in una situazione complicata, Parigi non è proprio la città adatta per resistere a una cotta colossale…

La mia recensione

Anna ha tutto, un’amica simpatica, un quasi fidanzato, una mamma che adora, un fratellino di nome Seany, un porcellino d’india e un papà scrittore dal sorriso bianco abbagliante, perennemente abbronzato come chi trascorre le sue giornate ai tropici. Solo un anno la separa dal tanto agognato diploma. Anna ha tutto, in America. Al di là dell’oceano, a Parigi, Anna non ha più niente. E, ok, è iscritta a una scuola esclusiva, la frequenta insieme a figli-di-senatori, ma si sente sola. Anna si trova in un Paese di cui non conosce usi, costumi, lingua. Lei non sa nemmeno di che sfamarsi, finché non scopre che l’inserviente della mensa parla inglese, proprio come lei e che ha sofferto invano i morsi della fame.

Ma andiamo per gradi. Suo padre, un imbarazzante incrocio tra John Green e Nicholas Sparks, la spedisce a Parigi per una questione di prestigio, nonostante le sue proteste e i musi lunghi. Ma la solitudine di Anna non durerà a lungo, per fortuna. Perché la prima sera si scioglie in un pianto liberatorio e le pareti degli alloggi, sottili come sfoglie di cipolla, lasciano trapelare tutto il suo sconforto. La prima a bussare alla sua porta è Meredith, la ragazza della stanza accanto. Cui seguiranno Rashmi, Josh e il bellissimo e irresistibile Ètienne St. Clair. Di lui, tutte- Meredith compresa- vanno pazze. St. Clair è ammaliante, i suoi capelli sono setosi e spettinati come appena sceso dal letto e il mix è esplosivo, è intelligente, ironico, naturalmente gentile e disponibile. Direte voi, troppo bello per essere vero, infatti ha una ragazza. Che a pelle odia Anna.

Il mio primo pensiero è Ellie.

Ellie ci ha scoperti e sta per strangolarmi a mani nude, proprio qui, con il burattinaio, i cavalli della giostra e gli apicoltori a fare da testimoni. Il mio collo diventerà viola, smetterò di respirare e morirò. E poi lei andrà in prigione e scriverà a Étienne lettere psicotiche su pergamena di pelle essiccata per il resto della sua vita.

Ma non è Ellie. È Meredith.

In questo pezzo confesso di avere riso, ma sorriderete spesso durante la lettura. E dire che l’avevo abbandonata al 20% perché avevo l’impressione che non accadesse mai niente. Invece poi il colpo di scena c’è. Ehi, non aspettatevi il maggiordomo che uccide a sangue freddo i commensali dopo averli imbottiti di foie gras (e dico questo perché fa tanto parigino). Però la svolta c’è e, non lo so, è riuscita a risvegliare la tredicenne che si nasconde in me, che domani compio trent’anni. Oh, no. Oh, no. Dite che dovrò smettere di leggere questo genere di romanzi?

Tra un film d’autore- Anna è appassionata di cinema- e una passeggiata sulla Senna, nell’inverno più romantico di sempre, nella città più romantica di sempre, sboccerà l’amore? Oppure Anna abbandonerà il campo per la strega cattiva dell’est, Ellie? Lettura consigliata se vi piacciono i young adult e i sentimenti che sbocciano timidi ma inesorabili.

Voto 3/5

Recensione di Raccontami di un giorno perfetto, Jennifer Niven

raccontami

La sinossi

È una gelida mattina di gennaio quella in cui Theodore Finch decide di salire sulla torre campanaria della scuola per capire come ci si sente a guardare di sotto. L’ultima cosa che si aspetta però è di trovare qualcun altro lassù, in bilico sul cornicione a sei piani d’altezza. Men che meno Violet Markey, una delle ragazze più popolari del liceo. Eppure Finch e Violet si somigliano più di quanto possano immaginare. Sono due anime fragili: lui lotta da anni con la depressione, lei ha visto morire la sorella in un terribile incidente d’auto. È in quel preciso istante che i due ragazzi provano per la prima volta la vertigine che li legherà nei mesi successivi. I giorni, le settimane in cui un progetto scolastico li porterà alla scoperta dei luoghi più bizzarri e sconosciuti del loro Paese e l’amicizia si trasformerà in un amore travolgente, una drammatica corsa contro il tempo. E alla fine di questa corsa, a rimanere indelebile nella memoria sarà l’incanto di una storia d’amore tra due ragazzi che stanno per diventare adulti. Quel genere d’incanto che solo le giornate perfette sono capaci di regalare.

 

La mia recensione

Che cosa succede se, in una via del centro, incontri un promoter Euroclub? Se lui ti chiede «L’ultimo libro che hai letto?» e tu rispondi, considerati spacciata. L’unica soluzione è autoproclamarsi analfabeta, ma pur sapendolo, gli ho detto “Grey”. E fu così che mi trovai trascinata in un buco di libreria, nascosta in una viuzza che è più un’intercapedine, stipata di libri, confusionaria come dopo un terremoto, con un romanzo in mano che mai, mai avrei pensato di acquistare. “Raccontami di un giorno perfetto” di Jennifer Niven. E dopo averlo letto, rimango della stessa opinione.

«Posso farti una domanda? Secondo te esiste un giorno perfetto?»

«Cosa?»

«Un giorno perfetto, dall’inizio alla fine. Un giorno in cui non succede niente di tragico, o di triste o di ordinario. Secondo te esiste?»

«Non lo so.»

«Te ne è mai capitato uno?»

«No.»

«Nemmeno a me. Ma lo sto cercando.»

Ebbro di un potere quasi divino, Theodore Finch, detto Finch, si spinge fino alla torre campanaria della sua scuola per vedere “che cosa si prova” a guardare verso il basso e ad avere la facoltà, eventualmente, di togliersi la vita. Di decidere quando, dove e come morire. Ciò che Finch non si aspetta è che Violet Markey, la ragazza più carina e popolare della scuola, sia anche lei sul punto di fare la stessa cosa. Finch non ha altra scelta: deve dissuaderla, e convincerla a tornare indietro. Ecco che i due si sono salvati la vita a vicenda. Per ora.

Un progetto scolastico di geografia, “alla scoperta delle attrazioni dell’Indiana”, unirà i due giovani, ognuno spezzato a modo suo. Violet, infatti, ha perso la sorella maggiore in un incidente d’auto e Finch lotta da anni contro la depressione che di tanto in tanto lo strappa alla razionalità e alla coscienza.

A casa di Violet non si alza mai la voce, non si parla mai di Eleanor e dell’incidente, non si incolpa nessuno per la morte della loro figlia e sorella, e sembra quasi che Violet debba essere grata di essere sopravvissuta, di non essere lei al posto della sorella. Ciò la obbliga a supplire alle aspettative dei genitori. Toccherà a lei diplomarsi, andare al college, compiere gli anni, realizzarsi, fare tutto ciò che la sorella non ha potuto fare perché è stata strappata alla vita troppo presto, sarà una precisa responsabilità di Violet renderli fieri e non mettersi nei pasticci con un ragazzo problematico come il suo compagno di geografia. Ultraviolet, come la chiama Finch, è etichettata come “quella fortunata”. Ma come si fa a continuare a vivere, ridere, respirare, quando una parte di te è morta e te ne senti responsabile? Finch, lo svitato della scuola, quello cui tutti scavano un argine di indifferenza attorno, ha la chiave per il sorriso di Violet. Solo lui infatti riesce a toccare le corde giuste, diventando prima il suo migliore amico e poi la persona più importante della sua vita. Finch, di cui nessuno si preoccupa se sparisce per settimane, cui nessuno chiede “Hai mangiato? Dormito? Stai bene?”, che vive nell’incuria e nel disamore e che progetta sempre la sua dipartita, Finch che nemmeno chi legge il romanzo prende realmente sul serio, riesce ad arrivare al cuore di Violet e insieme vivono dei giorni perfetti, uno in particolare.

La narrazione è in prima persona e alterna i due punti di vista, quello di Violet e quello di Finch. Non so dirvi quale dei due io abbia preferito, sebbene siano ben scritti e un occhio attento noti le differenze tra i due stili narrativi. Nel complesso, il romanzo sembra quasi autobiografico, giacché dalla “nota dell’autrice” apprendiamo che Jennifer Niven ha vissuto una storia simile. Ho letto in giro recensioni dai toni sia entusiastici sia denigratori. Alcune indicano Raccontami come uno straziante capolavoro, altre lo additano come superficiale e scritto male. Io non so se lo consiglierei. È raccontato da due adolescenti, ed è credibile in tal senso, ma se non amate il genere young adult è inutile che vi cimentiate nella lettura di “Raccontami di un giorno perfetto” perché la scrittura potrebbe apparirvi banale e poco accurata. A me non è sembrato fosse scritto male, anzi, credo non sia proprio un gioco da ragazzi parlare con dolcezza e sensibilità di depressione, lutto e problemi psichiatrici! Ma le mie aspettative erano alte, e già prevedevo lacrime e kleenex stracciati e buttati lì sul tavolino del salotto come se piovessero. Forse mi ha ingannata leggere nella sinossi di quella, e qui cito, “drammatica corsa contro il tempo”. Spesso mi chiedevo dove l’autrice volesse andare a parare e quanto mi mancasse per finire il romanzo e questo non è mai un buon segno.

ATTENZIONE, SPOILER!

Il finale: somma delusione. Pensavo a qualcosa di ineluttabile e assolutamente non opinabile. Pensavo a una morte alla “Colpa delle stelle”, che ti prende così, senza che tu possa sottrarti o fare nulla per rimandare l’inevitabile, dove il protagonista è sia vittima sia eroe. In quella morte c’è dignità ma manca la scelta. In “Raccontami di un giorno perfetto” avviene qualcosa che è facilmente comparabile all’eutanasia: il personaggio soffre troppo e non vede altra soluzione. Anche per Finch e Violet, come per Will e Lou di “Io prima di te”, l’amore non basta, solo che leggendo la Moyes mi sono commossa, la Niven mi ha lasciato basita. Perché Finch è bello, fisicamente sano, intelligente, ama ed è ricambiato, è sarcastico, sensibile e, nonostante i gravi problemi familiari, sarò ingenua ma mi sembra un ragazzo fortunato. Dove c’erano cento motivi per continuare a vivere, Finch ne ha trovato centouno per togliersi la vita e Violet ha messo quel che rimaneva del suo cuore nelle mani di una persona finita, incompiuta, che l’ha portato via con sé negli abissi del Blue Hole dell’Indiana.

Voto 2,5/5

 

I dieci misteri delle serie tv

Serie-tv

Estate tempo di… vacanze? No, di serie televisive in arretrato. Buon pomeriggio a voi, visi abbronzati. Le vostre ferie procedono bene? State facendo il pieno di vitamina D?

Approfittando della pausa estiva delle serie che seguo di solito, ne sto guardando altre che avevo sospeso per mancanza di tempo. Ieri, saranno stati i temporali estivi (ma sì, diamo sempre la colpa a qualcosa!), la mia amica Anna e io abbiamo tracciato una mappa dei misteri dei telefilm.

Avete mai notato che, più o meno, hanno in comune delle stranezze? Vediamo insieme quali sono.

1- Disumanità. Nessuno mai che prepari il sugo. Che cosa mangeranno questi? Mistero. E nessuno mai che faccia pipì o stiri le camicie o debba assolutamente fare lo shampoo prima di uscire. O, peggio ancora, che si strucchi prima di coricarsi.

2- Facilità. Lei va a letto con lui, il padre di lui, il fratello di lui, l’amico di lui, il vicino della casa al mare e di quella in montagna e mai nessuno che la lapidi dandole della sgualdrina.

3-Strani tonfi. È notte fonda, i lupi ululano in lontananza, e si sente un rumore in cantina. Che fai? Afferri la torcia e vai a controllare. Ma ndò vai? Manda tuo marito, che pesi quarantacinque chili, bagnata e con le pietre in tasca! Che poi se incontri il malfattore, o il mostro che sia, come reagisci? Per rabbonirlo gli punti la torcia in faccia e gli canti “Tanti auguri a te”?

4-Fragilità. Tutti i personaggi delle serie tv hanno teste fragili come il cristallo di Boemia e fontanelle rigorosamente aperte dalla nascita. Ruzzoli giù dalle scale perché sei inciampata per colpa della moquette? È coma. Sicuro e matematico. O aborto spontaneo. Io sono caduta mille volte dalle scale, e non mi si è mai scheggiata nemmeno un’unghia. (Tocco ferro: sia mai che alla fine mi rompo l’osso del collo!)

5- Irriconoscibilità. Dieci anni che non vedi qualcuno? Quel qualcuno ha cambiato pettinatura o montatura di occhiali? Perfetto, non lo riconosci nemmeno documenti alla mano. Emily Thorne aka Amanda Clarke docet.

6- Parentela multipla. Nelle serie tv i parenti spuntano come funghi prataioli. Gli alberi genealogici dei personaggi sono qualcosa in continuo divenire: potrebbe sempre comparire dal nulla qualche altro ramo. Fratellastri, patrigni, matrigne, gemelli eterozigoti caduti sotto la culla della nursery e quindi persi per essere ritrovati dopo anni, cugini di quarto grado, ziastri…Esistono?

7- Risurrezione. I personaggi muoiono e risorgono meglio dell’araba fenice. “Ma tu non eri morta in un incidente d’auto?” “Naaa, non ero io, quella era la mia gemella, tua zia Guendalina” “Ah. Beh, mamma, se vuoi del succo di frutta lo trovi in frigo, ora ti lascio che vado al doposcuola”.

8- Obliquità. Gli spostamenti sono immediati, manco fossero super eroi dotati di teletrasporto. C’è da andare da Mistyc Falls ad Atlanta? Detto fatto. Da New York agli Hamptons? Rapidissimo. Io per andare al supermercato a comprare il latte devo sorbirmi un quarto d’ora di macchina. Nei telefilm, basta battere le ciglia e tac, ecco i personaggi sul luogo del delitto e tac, eccoli di nuovo a casa che si limano le unghie comodamente seduti sul divano.

Ma gli ultimi due misteri, siore e siori, sono fenomenali: i Cellulari e le Discussioni.

9-  I telefonini dei personaggi sono: A- sempre carichi, di credito e di batteria; B-sempre raggiungibili e C- indistruttibili. Un casolare esplode e il vampiro ultrasecolare è sano e salvo. Lo stesso non dovrebbe valere per il suo smartphone, pensi. Ingenuotto! Quel cellulare squilla due secondi dopo la deflagrazione, perfettamente integro e con cinque tacche di ricezione. Il mio cellulare fa una caduta di venti centimetri e si spacca in mille pezzi, nelle serie televisive il telefonino finisce dentro un fiume di lava( cit. Anna) e quando ne esce funziona che è una meraviglia e aggiorna pure le app senza chiedere l’autorizzazione. Altra chicca è il rapporto dei personaggi col cellulare. Ti chiamano e tu sai che è questione di vita o di morte, ma non rispondi, perché in quel momento ti stai grattando una verruca. O ancora, a telefonarti è il tuo acerrimo nemico, quello che ti ha tenuto un secolo dentro una bara con un pugnale conficcato nel cuore e che ti ha ucciso la famiglia, il gatto, la portinaia e la maestra dell’asilo. Che fai? Ma è ovvio! Rispondi dopo mezzo squillo. “Drin! Sì, chi è? No, non mi disturbi affatto. Che dici? Salvare il tuo canarino? Un attimo e sono subito da te”.

10- Le discussioni serie, per intenderci, quelle in grado di mandare in guerra una nazione. Al bar, in trattoria, nella sala d’attesa dell’ospedale o alla centrale di polizia. I personaggi delle serie tv parlano di tutto, TUTTO, OVUNQUE, esistenza dei vampiri e delle streghe, crimini commessi, omicidi a sangue freddo, con un candore e una tranquillità degne del Mahatma Gandhi. Loro non temono di essere sentiti da orecchie indiscrete o di essere smascherati da qualche astante temerario, stile “Ehi, tu, di cosa vai blaterando?”. Non parlano con fare furtivo, che ne so, magari guardandosi ansiosamente attorno, non bisbigliano, non abbassano nemmeno la voce.

Discussione tipo. “Ho ucciso io Suor Giuditta” confessa all’amica accanto a lei. “Un etto di prosciutto crudo, per favore” dice calma al salumiere. “Sono centocinquanta grammi, che faccio? Lascio?”

Dentro una serie televisiva, lo so, io non durerei un giorno. E voi, quali altre stranezze avete notato? Winter is coming, secondo voi?

Buon compleanno alla mia Anna, compagna di letture, di film strappalacrime, e di scleri. Ti voglio bene. :-*

 

 

 

Recensione de La mia eccezione sei tu, di Patrisha Mar

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La sinossi

Finalmente è arrivato il giorno del tanto atteso colloquio di lavoro e Sara deve fare bella figura. Sono già due anni che si è laureata, ma né in campo professionale né in quello sentimentale sembra che la sua vita abbia preso una piega accettabile. E adesso eccola, traballante su tacchi troppo alti, in ritardo cosmico – grazie alla simpatica sveglia che non suona quando dovrebbe e a un autobus che ha deciso di saltare una corsa – sotto la sede della rivista di moda e gossip più letta del momento. Sara deve avere quel lavoro… Ma la giornata a quanto pare è nata storta e può solo peggiorare. E infatti, come una ciliegina sulla torta, l’ascensore che è riuscita a prendere al volo pensa bene di bloccarsi. Uno scossone prima e un altro a breve distanza ed è chiaro che non ripartirà. Ma Sara lì dentro non è sola… Accanto a lei c’è qualcuno. Qualcuno che soffre di claustrofobia e che è sul punto di avere un attacco di panico. A meno che lei… non si faccia venire qualche idea geniale per impedirlo. Un’idea così geniale che lascerà il segno…

 

La mia recensione

“Sara continuava a fissare imperterrita il suo orologio, un piccolo dischetto d’oro che le ricordava di essersi laureata due anni prima alla facoltà di ‘non trovo nessun lavoro a cui potrei aspirare con questo pezzo di carta’.”

E batti e ribatti sempre sullo stesso tasto, Alessia! Sssalve, lettori, e benvenuti nella mia rubrica “letture estive”. Pochi giorni fa, approfittando della promozione Newton Compton su Amazon- ebook alla modica cifra di novantanove centesimi- mi sono fiondata su qualche romanzo. La mia scelta è caduta su “La mia eccezione sei tu” di Patrisha Mar che, sebbene dal nome possa sembrare straniera, è super italianissima e io ci ho pure parlato e lei non mi ha fatto sentire una sfigata perché è stata gentilissima e… Ok, la smetto subito.

Ma bando alle ciance, amici, è presto detto. La mia eccezione è una splendida favola metropolitana e contemporanea. È una giornata di quelle meravigliose (sono sarcastica) per Sara. Dovrà sostenere un colloquio di lavoro ma ecco che la sveglia non suona, i trasporti pubblici le danno qualche grattacapo e tutto sembra remare contro di lei. In sostanza, arriva alla sede della rivista di moda  in equilibrio malfermo sui tacchi troppo alti e in clamoroso ritardo. I colloqui sono chiusi e non le resta che tornarsene a casa mesta mesta. Come tutti sappiamo, dal letame possono nascere i fiori: in ascensore Sara incontra il famosissimo e super pagato re delle riviste patinate Daniel Gant e questo potrebbe contribuire a una svolta epocale della vita della ragazza.

“Poi tutto divenne confuso, un fuori fuoco poco interessante mentre le persone si aprivano come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Ogni cosa si fermò, tranne il suo incedere sicuro.”

Che giornata di concime organico sarebbe, però, se l’ascensore non si bloccasse? E allora succede ciò che non ti aspetti, perché, seppur Daniel abbia l’aspetto di un dio ultraterreno, è una persona normale, con tutte le fragilità del caso; e perché Sara, per quanto sia amante della razionalità, al fine di sedare il di lui attacco di panico, lo bacia. Lo bacia, signori! Poi, si seppellisce sotto l’imbarazzo e lo evita. Ma è proprio l’atteggiamento schivo di Sara a unirli.

“«Potrò anche vivere davanti a un obiettivo, potrò anche essere fotografato, spiato, seguito, ma quello non sono io, il vero Daniel lo conoscono in pochi, Sara. Lo conoscono solo coloro a cui permetto di vederlo. Tutti possono credere di avere un pezzetto di me, comprando un giornale, ma in realtà di me non hanno nulla. Mi proteggo bene dai media. Appena ti ho incontrato, ho visto qualcosa in te. Non eri affascinata come le altre, anzi, mi respingevi e questo mi ha spronato a cercarti ancora di più. […] Tu potevi essere la mia eccezione, quella che non si faceva affascinare da un mondo di cartapesta, ma che sapeva guardare al di là.»”

Oh, lo ammetto! Per tutta la lettura non ho fatto che pensare a David Gandy, il famigerato modello britannico. Chi non ha sognato un po’ ad occhi aperti, osservando le fotografie che lo ritraggono? Anche i vostri occhi hanno indugiato, impudichi, qualche secondo più del dovuto, vero? Che fare se, proprio come succede a Sara, quella specie di essere sovrannaturale vuole te e te soltanto? Daniel Gant desidera corteggiare Sara de Michele, ma… Sicuramente lui conosce e frequenta le donne più belle del mondo. Le riviste di moda lo provano: Daniel si accompagna sempre  a stupende dee. Conturbanti Valchirie, sofisticate e ben vestite, in grado di far girare la testa anche all’uomo più riluttante. Sfido chiunque a non sentirsi, sì completamente benedette da un dio benevolo, ma anche e soprattutto intimidite e vulnerabili. È ciò che succede a Sara, personaggio con cui non è per niente difficile entrare in sintonia. E se, abbandonate le riserve iniziali, la gelosia ci mettesse lo zampino? Del resto, osservare il proprio uomo su una rivista patinata senza veli o quasi, accompagnato da una modella ammiccante che lo sfiora dove in genere il sole non batte, quanto può essere piacevole? Io personalmente avrei i crampi allo stomaco dal nervoso.

“«Ero convinta che ce l’avremmo fatta, ma quando guardo quella rivista che ancora non ho bruciato perché non so come fare senza dar fuoco a casa, sto male, e mi ricordo di quanto mi è impossibile convivere con un simile aspetto del tuo lavoro. »”

Leggendo l’Eccezione ho riso e ho sofferto perché la narrazione di Patrisha è fresca e divertente ma non risparmia sui momenti di patos. Vi innamorerete di questa commedia romantica, di nonna Glicine, della sorella Virginia, dello splendido Daniel- bello dentro e fuori- e della neolaureata Sara. I due protagonisti saranno l’uno l’eccezione dell’altra? Sara spezzerà l’incantesimo che costringe Daniel a essere apprezzato sempre e solo per il suo volto pubblico? E Daniel, dal suo canto, saprà abbattere le difese di Sara, colei che si potrebbe definire come la classica “ragazza seria”? Leggetelo per scoprirlo e per passare, perché no, qualche ora di svago, dove una risata leggera e un tuffo tra i buoni sentimenti di certo non mancheranno. Consigliatissimo.

 

Voto 4/5

 

Recensione di Sai tenere un segreto?, di Sophie Kinsella

sai tenere un segreto

La sinossi

Emma Corrigan è una ragazza normale, lavora in una multinazionale ed ha un fidanzato simpatico. E come tutte le ragazze normali coltiva i suoi sogni, i suoi segreti e le sue paure. E proprio cercando di fronteggiare una delle sue più grandi paure, quella di volare, si trova a raccontare tutti i suoi più intimi segreti al suo compagno di viaggio, un simpatico americano. Che altri non è che…

 

La mia recensione

“Naturale che ho dei segreti. Ovvio. Tutti ne abbiamo. È assolutamente normale. Sono sicura di non essere peggiore di altri. Non sto parlando di segreti grossi, sconvolgenti, del tipo “il presidente sta pensando di bombardare il Giappone  e solo Will Smith può salvare il mondo”. No, io intendo dire piccoli normalissimi segreti. Come questi, per esempio, i primi che mi vengono in mente: 

1) La mia borsa di Kate Spade è falsa. 

2) Adoro lo sherry dolce, il liquore meno chic dell’intero universo. 

3) Non ho idea di cosa significhi la sigla nato. Né di cosa si tratti esattamente.

4) Peso cinquantotto chili e mezzo, e non cinquantadue e mezzo come pensa Connor, il mio fidanzato. (Anche  se, a mia discolpa, quando gliel’ho confessato avevo deciso di mettermi a dieta. E poi, in fondo, cambia solo un  numero.) 

5) Ho sempre pensato che Connor assomigli un po’ a Ken. Il Ken di Barbie, intendo. 

6) A volte, nel bel mezzo di un appassionato rapporto sessuale, vengo assalita da un’improvvisa voglia di ridere. 

7) Ho perso la verginità nella camera degli ospiti con Danny Nussbaum, mentre mamma e papà erano di sotto a  guardare Ben Hur. 

8) Ho già bevuto le bottiglie di vino che papà mi aveva detto di lasciare invecchiare in cantina per vent’anni. 

9) Sammy, il pesce rosso dei miei genitori, non è lo stesso pesce rosso che mi avevano lasciato in custodia  prima di andare in Egitto. 

10) Quando la mia collega Artemis mi fa veramente arrabbiare (cioè praticamente ogni giorno), annaffio la sua  pianta con il succo d’arancia. 

11) Una volta in sogno ho avuto una fantasia lesbica molto bizzarra sulla mia compagna di appartamento Lissy. 

12) Il perizoma mi da fastidio. 

13) Ho sempre avuto la profonda, radicata convinzione di non essere una persona come tutte le altre, e che ci sia una fantastica, eccitante nuova vita che mi attende dietro l’angolo. 

14) Non ho la minima idea di cosa stia dicendo questo tizio in abito grigio davanti a me. 

15) E ho anche dimenticato come si chiama.”

Parola d’ordine: dirty little secrets, come recita lo slogan di Scandal, la mia serie tv preferita. Piccoli, sporchi segreti. Che, a differenza di ciò che accade in quel di Shondaland, non fanno male a nessuno e che, soprattutto, ognuno di noi custodisce. Normale che sia così, perché non puoi certo dire al primo che ti capita a tiro: “Piacere, sono Emma Carrigan e mi danno fastidio i perizomi”.

È stata la mia amica Ombretta a suggerirmi questo romanzo, descrivendolo come una perfetta lettura estiva. Ciao, Ombri, ti voglio bene. E aveva ragione! Posso dirvi che ho riso dall’inizio alla fine? Ecco, ve lo dico.

Succede che questa Emma Carrigan prende l’aereo per un breve volo da Glasgow a Londra. L’apparecchio attraversa una turbolenza. E lei che fa? Complice il bicchierino che ha ingollato prima di salire a bordo, o la paura di volare, spiffera al suo vicino tutto quello che non avrebbe mai il coraggio di dire ad anima viva. Nemmeno alla sua migliore amica Lissy.

“«Non ho mai scalato una montagna, non mi sono fatta fare un tatuaggio, non so neppure se ce l’ho, un punto G…»”

Sai quando pensi di morire e decidi per un’ultima confessione? Proprio così. Emma sciorina tutti i suoi pensieri più intimi a un simpatico americano, per dimenticare il fatto subito dopo l’atterraggio e archiviarlo come una situazione imbarazzante da chiudere nel cassetto delle “basse figure”. Del resto, ha un fidanzato a cui far ritorno. Connor, che Emma crede di amare semplicemente perché è bello. Permettimi di dirtelo, ragazza mia, non funziona così. Dopo il week-end, Emma torna in ufficio e che cosa scopre? Che il simpatico americano, Jack, altri non è che il fondatore della multinazionale per cui lavora e che, ciliegina sulla torta, lui ricorda ogni singola, maledetta parola dello sproloquio della protagonista. E giù altre risate.

Emma è ingenua fino al midollo. È quel che si dice “la ragazza della porta accanto”. Come tutte, ha desideri, qualche complesso di inferiorità, ambizioni e paure e… una famiglia strana e una coinquilina completamente svitata. Normale, no?

E se i suoi pensieri più intimi venissero sbandierati in tv? Voi, al suo posto, che fareste? Se qualcuno rivelasse al mondo i vostri ingenui segretucci, vi chiudereste in casa, diventando eremiti? Non aprireste la porta nemmeno al ragazzo delle consegne e vi lascereste morire di fame? Io me lo sono chiesta. Emma imparerà che la verità e le opinioni personali non sono certo qualcosa da nascondere, e, con i dovuti modi e la dovuta diplomazia, diventerà più spigliata e coraggiosa. Perché le persone che amiamo dovrebbero almeno sapere che non ci piacciono il jazz e Woody Allen, no? Emma cresce, forse, tutto in una volta. E mi piace.

Non vi voglio annoiare, giuro. La mia, più che una recensione, è la segnalazione di un romanzo che va letto senza aspettarsi nulla di profondo, o una scrittura da premio Pulitzer, o una lettura in grado di cambiare la vita di chi legge (vedi il Cavaliere d’Inverno della Simons). Sebbene la copertina non dica niente, leggetelo così, per farvi due risate e trascorrere qualche ora spensierata.

Voto 3/5

 

La mia esperienza: torneo letterario IOscrittore

io scrittore

A cadenza settimanale, ormai, controllo la mail collegata ai miei manoscritti, armata di speranze sempre più fioche. Ho fatto qualche progresso: prima accedevo ogni giorno, col sorriso stampato in volto, e quel sorriso puntualmente si spegneva insieme alle mie vane speranze. L’ho fatto anche oggi, dopo una settimana, dieci giorni. Ma la casella della posta in arrivo rimane vuota, non importa quante volte io la visiti. Qualcosa, però, offre una qualche dignità al mio indirizzo e-mail, altrimenti inutilizzato. Sono le missive a mezzo elettronico del torneo letterario IoScrittore, indetto dal gruppo Mauri Spagnol. Sì, perché anche io, insieme ad altri tremilaseicento autori di belle speranze, ho partecipato al famoso Torneo e quelle mail tracciano una mappa.

Voglio raccontarvi la mia esperienza…

Iniziò tutto il 3 gennaio 2015. Ritenendomi io abbastanza sicura da sottoporre la mia opera prima a un essere senziente che non facesse parte della mia sfera affettiva, finite le feste, faccio un deprimente giro in internet alla ricerca di case editrici. So che sul suolo italiano ce ne sono a centinaia, ma so anche che devono essere contrassegnate dal prestigioso marchio NO-EAP. Solo alle case editrici non a pagamento, infatti, concedevo la mia attenzione, sennò andavo beatamente avanti scrollandomi di dosso la polvere. Ho sempre pensato che pagare per vendere un prodotto non sia esattamente una mossa intelligente. Io ho scritto un libro che vendo a te, casa editrice, perché devo comprare le prime duemila copie e lasciare che ammuffiscano in attesa di venderle io stessa? Perché, tu, casa editrice, non promuovi il mio romanzo adeguatamente? Ah, dici che sono uno scrittore esordiente e che non vuoi rischiare. Giusto, giusto…

Ad ogni buon conto, quel giorno sembrava che tutte le strade conducessero a Roma. Qualsiasi sito io consultassi, da qualche parte c’era sempre il trafiletto che recitava qualcosa come: “Hai scritto un libro bellissimo, ma nessuno lo sa? Partecipa a IoScrittore”. Oook. La registrazione è un gioco da ragazzi ed eccola, la prima mail. Che felicità.

Ciao, Alessia Garbo

questa email ti è arrivata a seguito della registrazione al TORNEO LETTERARIO IOSCRITTORE.

Accedi alla tua pagina personale e carica l’incipit della tua opera (ovvero i primi capitoli) o l’opera completa e assicurati:

– L’attenzione degli editor del Gruppo editoriale Mauri Spagnol

– La partecipazione alla prossima edizione del Torneo Letterario IoScrittore

L’attenzione degli editori del gruppo Mauri Spagnol? Ma questo è un sogno da cui non voglio che mi svegliate, mai! Sono impaziente di cominciare ma non impiego molto a rendermi conto dell’inghippo: i miei lettori saranno solo e soltanto scrittori dilettanti come me. Nessuno degli editori leggerà il mio manoscritto, non nella prima fase, almeno. Tuttavia, non posso e non voglio tirarmi indietro e completo la mia iscrizione il 12 febbraio. Nel frattempo, però, il mio buonsenso mi obbliga a non sottoporre la mia opera ad anima viva. Per onestà intellettuale “Il giglio bruciato” rimane nel cassetto, pur avendo improvvisamente tanta, tanta voglia di farsi un giro. Sempre a mezzo missiva elettronica, infatti, scopro che i tempi sono lunghi e che si dilateranno fino al 2 marzo, limite ultimo per caricare l’incipit della mia opera. Completo la procedura, e una mail del 5 marzo mi annuncia che sono tra i millemila partecipanti della sesta edizione del Torneo! Seguono le raccomandazioni (“leggi con attenzione e oggettività gli incipit a te assegnati, prenditi il tempo necessario per formulare il tuo giudizio”) e le istruzioni del caso, e via, nell’arena e che vinca il migliore!

Apro la mia pagina personale sorridendo da un orecchio all’altro e mi dico che, anche se solo un incipit appartiene al mio genere preferito, non tutto è perduto. Visito il blog del Torneo e lo sconforto riaffiora: centinaia di commenti tra cui mi districo faticosamente e gente che aveva già valutato cinque incipit o che era al suo quinto torneo! Mi sento una matricola e ci sono già passata, non voglio ripetere l’esperienza. Non demordo e mi metto a lavoro, leggendo e valutando i manoscritti con solerzia. Il fantasy che tanto pregustavo non si dimostra all’altezza delle mie aspettative, ma venti pagine si leggono in un soffio e, senza lasciarmi scoraggiare, vado avanti con gli altri incipit. Del resto, sono una lettrice instancabile. Paziente e instancabile. Vero? Paziente, vero? 😛

I giorni passano, e io leggo e valuto ma non riesco a evitare di fare un giro nel blog, di tanto in tanto. Più che altro per carpire informazioni velate sul mio incipit. E qui iniziano i problemi. In quei mesi ero molto, troppo presa e impegnata dalla stesura del mio secondo romanzo, quindi il tempo che potevo dedicare al Torneo, e di conseguenza al blog ad esso correlato era discontinuo. Eppure, per quanto potesse sembrarmi normale, pareva proprio che la mancanza di tempo fosse un disagio soltanto mio. Mi distraevo mezza giornata? Ecco che nel blog fioccavano i commenti degli altri utenti. Migliaia, lunghissimi, chilometrici, seguirli era impossibile. Il succo era uno. Tutti i partecipanti alla discussione, quasi sempre veterani, raccontavano di essere alle prese con altri scritti, con una famiglia degna di Seven Heaven, con lavori massacranti da quarantotto ore al giorno. Ciononostante, sempre presentissimi e organizzatissimi. Hanno già valutato almeno la metà degli incipit, ad alcuni dei quali assegnando un valore numerico di uno, in una scala da uno a dieci (1, avete letto bene!), e sono scrittori metodici e capaci, che non lasciano nulla al caso. Alcuni si confidano sul loro modus operandi e in genere questo prevede una scheda su ogni singolo personaggio, dove annotare colore di capelli, gestualità frequenti e intercalari, gruppo sanguigno e numero di conto in banca. Ah, ovviamente non può mancare l’appunto su quante volte il protagonista va di corpo. Importantissimo. E lì io penso “Ma io non lo so quante volte fa la cacca Angelica!” e sento il complesso di inferiorità affiorare sempre più, salire piano piano dai piedi e impossessarsi del mio corpo. Ho in fronte una scritta a led: “Sei una matricola inadeguata”. Altri dicono che scrivono circa il 120% del testo e poi tagliano, senza pietà. Io non ce la farei, per me ogni singola parola scritta è sacrosanta e di quello che scrivo non si butta via niente.

Ad ogni modo, sembra proprio che la scrittrice meno abile e ordinata di tutti i partecipanti debba rimanere io, nessuno punta il dito, per carità, ma non posso non sentirmi sotto esame. Il dubbio sorge spontaneo. E, allora, quale di quegli scrittori ha partorito gli incipit sottoposti alla mia attenzione? Perché, sebbene due o tre la meritino davvero, gli altri dodici vanno dal non classificabile all’appena passabile. Come mai? Autori dotati e organizzati, dove siete? Dove vi nascondete? È possibile che io, tra tutti gli iscritti, abbia in carico un’alta percentuale di incipit mediocri? Possibile che siate bravi solo a parole?

Faccio quello che faccio sempre quando la vita mi si mette contro: mi stringo nelle spalle e vado avanti per la mia strada. Giudico i manoscritti a me assegnati con estrema obiettività, sentendo un male fisico quando devo essere un po’ più severa (non sono mai andata sotto il 4) ma formulando sempre commenti educati. Alla fine, il mio Torneo si conclude. Non passo alla seconda fase. Tre dei miei lettori si sono ritirati e probabilmente questo contribuisce a penalizzarmi ma la mia media numerica mi sbarra le porte. 5.5. No, non è il ph della pelle, è la mia media. I giudizi che mi sono arrivati a maggio sono complessivamente positivi a parole, accompagnati però da numeri sconfortanti, forse nel tentativo degli altri candidati di favorire ognuno se stesso.

Se lo rifarei? Probabilmente no. Perché oltre il danno: il tempo che devi necessariamente sacrificare e l’impegno che devi profondere nel tentativo di non schiacciare i cuccioli di manoscritti che ti vengono sottoposti. La beffa: leggerai incipit di romanzi che non finirai mai, e alcuni ti piacciono, ti catturano ma sai che quasi sicuramente quegli scritti non incroceranno mai più i tuoi passi. Un vero peccato.

E allora lancio un appello a voi, “Macondo67”, “Giorgione09”, e “Caplann a cognac II”… Mi rivolgo a voi. Se siete “in ascolto”, per favore, posso sapere dove trovare i vostri romanzi, una volta pubblicati? Ci terrei davvero tanto.

Tanticari saluti

 

Recensione di Grey, di E. L. James

Grey

La sinossi

Christian Grey ama avere il controllo su tutto: il suo mondo è ordinato, metodico e completamente vuoto fino al giorno in cui Anastasia Steele irrompe nel suo ufficio come un turbine con il suo corpo incantevole e i suoi splendidi capelli castani. Lui cerca di dimenticarla, ma invece viene travolto da una tempesta di emozioni che non riesce a capire e a cui non può resistere. A differenza di tutte le donne che Christian ha conosciuto prima di lei, Ana, timida e ingenua, sembra arrivargli dritto al cuore, un cuore freddo e ferito, e vedere oltre la sua immagine di imprenditore di successo e il suo stile di vita esclusivo e lussuoso. Christian Grey ama avere il controllo su tutto: il suo mondo è ordinato, metodico e completamente vuoto fino al giorno in cui Anastasia Steele irrompe nel suo ufficio come un turbine con il suo corpo incantevole e i suoi splendidi capelli castani. Lui cerca di dimenticarla, ma invece viene travolto da una tempesta di emozioni che non riesce a capire e a cui non può resistere. A differenza di tutte le donne che Christian ha conosciuto prima di lei, Ana, timida e ingenua, sembra arrivargli dritto al cuore, un cuore freddo e ferito, e vedere oltre la sua immagine di imprenditore di successo e il suo stile di vita esclusivo e lussuoso. Con Ana, Christian riuscirà a scacciare gli incubi della sua infanzia e i fantasmi del passato che lo perseguitano ogni notte? Oppure i suoi oscuri desideri sessuali, la sua ossessione per il controllo e l’odio verso se stesso che riempiono la sua anima allontaneranno Ana e distruggeranno la fragile speranza che lei gli sta offrendo?

La mia recensione

“Questo libro è dedicato a tutti quei lettori che lo volevano… lo volevano… lo volevano.

Grazie per tutto quello che avete fatto per me.

Rivoluzionate ogni giorno  la mia vita.”

Questa recensione vuole essere un commento semiserio dal tema “letture da ombrellone”. Infatti, vi posso garantire che Grey è una robina talmente insipida e leggera che la scorrerete senza troppe difficoltà. Siete anche al sicuro dai bollori, visto che, se avete letto la Trilogia, sapete già come quando dove perché con che frequenza e quanto intensamente.

La mia prima reazione, dopo aver letto la sinossi e qui cito- “Con Ana, Christian riuscirà a scacciare gli incubi della sua infanzia e i fantasmi del passato che lo perseguitano ogni notte? Oppure i suoi oscuri desideri sessuali, la sua ossessione per il controllo e l’odio verso se stesso che riempiono la sua anima allontaneranno Ana e distruggeranno la fragile speranza che lei gli sta offrendo?- è stata quella di pensare “Ma… E.L. James… mi stai prendendo per i fondelli?”.

Sappiamo già come andrà a finire. Perché ci fai la domanda retorica?

Piccola premessa: tutto ciò che dirò sarà frutto della verde invidia che covo nei confronti di questa donna. E.L. James ha saputo cavalcare (ti prego, Alessia, non immaginare la nutria che cavalca, non farlo, è pericoloso!) l’onda anomala delle fan-fiction, facendo di Cinquanta Sfumature un caso editoriale, tradotto persino in aramaico antico e zulu e letto dalle donne di tutto il globo terracqueo, pure da quelle che indossano il burqa.

Vi faccio un breve riassunto. Lei, Anastasia, è una rincoglionita di quelle che la raccomandi alla sua buona stella e alla sua fata madrina perché arrivi, viva, alla fine di ogni giornata. Come abbia fatto a sopravvivere fino ai ventuno anni, senza finire morta schiacciata, è un mistero degno di Salvo Sottile. Lui, Christian, ha avuto un’infanzia difficile, motivo per cui ora le deve legare e picchiare tutte, ha i soldi che gli escono dalle orecchie ed è annoiato e non sa più come sperperarli. Si invaghisce- tuttora mi chiedo come- della vergine e innocente Anastasia e pretende di iniziare con lei una relazione sadomaso e di privarla del suo libero arbitrio. Del resto, che cos’è il libero arbitrio, di fronte alla possibilità di compiacere Christian? Giuro, niente spoiler, ma del resto sapete già tutto. Sì, perché Grey altro non è che Cinquanta Sfumature di Grigio narrato dal punto di vista di Christian.

Mister Grey riflette sul senso della vita e sul colore delle sue macchinine di quando aveva quattro anni, quando un tonfo lo costringe a guardare verso l’ingresso del suo ufficio, solo per vedere una goffa studentessa-che inciampa pure da coricata- osservare molto da vicino le venature del marmo del pavimento. Terminato l’accurato esame del lussuoso rivestimento, del resto si sa, il marmo di Carrara è piuttosto pregiato, la rincogl… ehm, la dolce Miss Steele si presenta. Sarà che è bruna, sarà che è una completa inetta senza spina dorsale, sarà che arrossisce facilmente, sarà che lo chiama “Signore”, sia come sia, tra una domanda e l’altra dell’intervista, Christian immagina di picchiarla. E francamente, pure io.

Il miliardario ne rimane tanto impressionato che comincia a perseguitarla e Anastasia, sarà che ha bevuto troppo vino o sarà che lui è il primo- dopo l’ispanico- che se la fila, non può che cedere al fascino di Mister Grey. Anche se non sarà un procedimento semplice ma, anzi, sofferto e graduale.

Lui le regala due prime edizioni di Hardy e le ci accende il camino. Lui la aiuta a vomitare dopo una sbronza, tenendole la coda, e lei lo prende per un porco maniaco che avrebbe fatto sesso con lei mentre era in coma etilico. Lui le regala l’ultimissimo pc Mac e lei non riesce nemmeno ad accenderlo. Lui le fa fare un giro in elicottero e lei gli chiede “Piloti tu questo?”- “No, amore, in realtà stavo pensando di librarci in aria e ammazzarci insieme”.

Nonostante tutte le difficoltà, Grey immagina di palparla come si fa con la frutta al mercato e se la vede già davanti legata e con una mela in bocca, stile porchetta di Ariccia.

Ciò che lei non sa è che Christian è un uomo disturbato e che, per sopperire alle mancanze e alla sofferenza patite durante l’infanzia, vuol fare di lei una schiava sessuale. Persino dopo aver fatto il tour completo della stanza dei giochi e aver visto interi set di coltelli giapponesi, grattugie, padelle antiaderenti, catene, fruste, bacchette e quanto altro, ad Anastasia rimangono delle incertezze. “Ma tu sei un sadico?”, gli chiede. Comunque poi alla fine lei ci arriva, eh! All’università aveva una media alta, lei, non si dica che è cretina.

Quando ho letto Cinquanta Sfumature, long, long time ago, mi ero fatta un’idea di Christian parecchio articolata: il temibile Grey, che con uno sguardo feroce faceva scappare le donne, in preda ai sudori freddi, a rintanarsi nel pertugio più recondito ad implorare la grazia divina.

“Nessuno mi comanda, eh, nemmeno mia madre. Io sono fatto così, fattelo piacere. Io non ho un cuore. L’azienda è mia e la gestisco io. Io non faccio l’amore, io fotto senza pietà. Io non dormo con nessuno, nemmeno col cuscino. Non alzare gli occhi al cielo perché ti do uno schiaffo talmente potente che per dartene un altro devo mandare una squadra di ricerca.”

Ecco, l’idea che mi ero fatta io era più o meno questa. Invece qui apprendiamo di un Grey che se la fa nei boxer se la mamma lo rimprovera che a cena non ha mangiato tutte le verdure, che Ros (il suo braccio destro) redarguisce malamente se non fa il proprio dovere o manca dall’ufficio… ma non era lui il capo?, che non sa cuocere nemmeno due uova fritte per sfamarsi. Insomma… L’autrice lo ha ridicolizzato. E parecchio. E.L. James, te la sei giocata male, male.

Non che avessi delle aspettative alte, ma insomma mi sarei aspettata qualcosina di più. Persino la cena con Elena è stata una delusione. Christian la evita come la peste per tutto il romanzo, poi quando Anastasia col culetto arrossato se ne va in Georgia dalla madre, lui ci va a cena e la scena è più o meno così:

«E allora, Grey, parlami di questa ragazza… Questa ragazza nuova…»

«Non te ne voglio parlare.»

«Come no? Dai, lo sai che siamo amici. A me puoi dirlo.»

Le racconto tutto. «E, niente, nonostante io l’abbia picchiata lei è andata lo stesso a Savannah.»

«Dovresti andare da lei…»

«Non ci andrò e sono irremovibile su questo punto.»

«Dicevo solo che dovresti.»

«Ok, ok, ci vado.»

Fine della cena. Caffè, ammazza caffè, nanna.

Per il resto, pochi flashback, anche perché quando la mente di Christian sonda i pensieri più oscuri e reconditi, lui saggiamente si dice “No, Grey, non andare là!”. E no! Io ti sto regalando il mio tempo prezioso e ora tu come minimo mi fai vedere perché sei tanto disturbato. No. Non me l’ha fatto vedere perché la James sa scrivere solo di scopate.

La giornata tipo di Christian è: di mattina mi alzo, jogging, mando mail, faccio telefonate, abbaio ordini allo staff “Andrea, fammi avere il numero del miglior ginecologo di Seattle e BAU, BAU, BAU e poi manda dei cioccolatini alla ciliegia alla signorina Steele e BAU, BAU, BAU” “Taylor, assicurati che Miss Steel non si strozzi col liquore dei monchèrie”, nel pomeriggio cerco su google che lavoro faccio, inserendo sul motore di ricerca “Grey Enterprises Holdings” e torno a casa beato perché ho scoperto di essere miliardario, bevendo Sancerre.

L’autrice si è limitata a un copia e incolla di Cinquanta Sfumature di Grigio (glielo metto qui, lì, lo sfilo e lo rimetto). Nel complesso, l’ho trovato noioso, molto spiccio e povero di linguaggio e credo non aggiunga niente al personaggio di Christian, semmai toglie, mostrandolo debole, vulnerabile, studiato, ossessionato e ripetitivo. Anche alla fine, quando Anastasia lo prega di sfregiarla e poi gli da del bastardo e lo pianta come un bonsai nel suo salone, il romanzo non termina, eh, continua per altre quaranta pagine con il patimento e le paranoie di Christian che vuole riprendersela.

Conclusione, ancora un “Si entra in scena, Grey” e avrei pestato sotto i piedi il mio tablet come si fa con l’uva.

Voto 2/5

E voi l’avete letto? Apprezzato? Odiato?

Tanticarisaluti

 

 

 

 

 

Recensione di Infinito, di Alessia Esse

infinito copertina

La sinossi 

Lilac Zinna e Margot Riford hanno una missione: smantellare il governo di Vega G. Le ragazze hanno un piano: Lilac distruggerà l’USP dall’interno, fingendosi alleata della Presidentessa, mentre Margot raggiungerà la Francia per raccontare alle donne la verità sulla Sindrome. Il piano è difficile, ma Lilac e Margot hanno degli alleati: Lilac ha Elia al suo fianco, e Margot non sarà sola quando partirà da Pontenero per tornare a Malorai.

 

Ciò che le due non hanno messo in conto, però, è che nel mondo creato da Vega G le sorprese sono sempre dietro l’angolo, assieme a nuove verità che, nell’ultimo libro de La Trilogia di Lilac, stravolgeranno e – in alcuni casi – distruggeranno la vita dei protagonisti.

 

Insieme, Lilac e Margot lotteranno per impedire che il peggio accada; per evitare che la Presidentessa porti a termine il suo vero progetto.

La mia recensione

“Gli uomini di prima si credevano superiori, mentre ora è Vega G a credersi superiore. Cos’è cambiato?”

La mia app kindle è piena zeppa di note e contrassegni perché Alessia Esse è una scrittrice che vale, e tanto. Volevo dire “con i controcazzi” ma mi asterrò. 😛

Infinito è il terzo e ultimo capitolo della Trilogia che ho amato e che mi ha lasciato un solco profondo nel cuore, che potrò colmare solo con una rilettura. Sebbene al suo interno manchi una di quelle storie d’amore che piacciono a me, intendo un amore che sia epico, non ho potuto non affezionarmi a questi tre romanzi che sono molto, molto più di ciò che sembrano dalle sinossi e da tutto quello che potrò raccontarvi io. Quindi, ancora una volta, vi esorto a leggerli. E anche se la storia d’amore non ha rivestito un ruolo centrale nella trama(per fortuna!), ho letto con avidità fino all’ultima pagina.

Baguette e Lilac hanno un piano: quello di smantellare il governo dell’Usp. Un obiettivo notevole, piuttosto al di là delle loro capacità, sicuramente ingenuo. Come pretendono di fare? Io stessa le avrei schiaffeggiate: due ragazzine che si atteggiano a combattenti, che prendono il peso del mondo sulle loro esili spalle e che vanno dritte tra le grinfie del nemico, tra chi si sente legittimato da un potere che sorge da un consenso inconsapevole ad agire come un dio vendicatore, qualcuno che le schiaccerà come insetti.

Il progetto di Vega G, infatti, ha uno spettro ben più ampio di quello che noi tutti possiamo immaginare. Lei sì, ha voluto eliminare il genere maschile, ma di certo non definitivamente. La Presidentessa desidera creare un essere geneticamente superiore. Pazza, è pazza.

Non parlerò troppo della trama perché secondo me non serve, mi soffermerò piuttosto sui personaggi.

In Segreto l’abbiamo vista come la salvatrice di Lilac e delle donne di Roma. Quando la sua ombra dritta e fiera si è stagliata sulla piazza, Vega G era vestita sempre in quel modo un po’ strano, coi suoi onnipresenti guanti e il suo viso senza età e senza origine, e io ho esultato. L’ho sentita chiamare Lilac “donna di Malorai” e, per quanto io mi imponessi di non amare la Presidentessa, ad ogni sua parola cadevo sempre più nella sua rete fitta. Vega G ha un modo di esprimersi che ti fa sentire parte di qualcosa, importante e al sicuro, difficile resistere al suo potere. È capace di moti di tenerezza infinita e allo stesso tempo sa essere altera. Mi sentivo un’emerita cretina, eppure non riuscivo a sottrarmi al suo fascino. Vega G è il cattivo che ti spiazza, perché sai che prima di diventare cattivo era un buono che ha sofferto troppo e ha voluto ribaltare la sua posizione e prendersi molto più di una semplice rivincita. Sai che Vega G è così per una ragione e non puoi fare a meno di chiederti se la sua vita, e quelle delle persone che ha intorno, sarebbe diversa, ora, se lei non avesse sperimentato tanto dolore sulla sua pelle. Tutto quello che dice durante i suoi lunghi monologhi è avvolto da un alone di inconfutabilità tale che vi sentirete spiazzati, confusi. Perché tra bene e male, giusto e sbagliato non esistono confini netti, non precisi e assoluti come vorremmo.

“Sii conforme alla massa, o verrai lasciato indietro: senza un lavoro, senza una famiglia, senza una casa, senza amici. La mia era una società avvelenata dal consumismo, dall’assenza di un vero punto di riferimento per le nuove generazioni, dalla stupida e miope sete di potere degli uomini che la governavano. Credevano che il potere risiedesse nelle cose- nel denaro, nelle case, nelle auto, negli arsenali atomici- e nella capacità di controllare le vite altrui, di decidere chi vive e chi muore.”

“Non è una mera questione di buoni e cattivi; è una questione biologica, naturale. Il virus non avrebbe avuto successo se gli uomini non fossero stati la specie debole, capisci?”

Provate a ribellarvi, a confutare la sua logica. Io ero completamente ipnotizzata, lo ripeto anche a costo di risultare logorroica.

Voglio spendere due parole verso gli abitanti di Pontenero, dividendoli in due macro gruppi. Coral versus Marco&Therry. Coral è tutto il buono che puoi trovare nelle persone, è quanto di meglio una società malata (ma anche una sana, fidatevi) possa partorire, è coraggio, onore, altruismo. Marco e Therry, invece, sono quelle tipiche persone per cui dovrebbe valere la pena, ma che hanno preferito farla. Sono i genitori di Eloise, e la mela è rotolata lontanissima dall’albero. Ve lo garantisco. I due si crogiolano nel loro dolore e si chiudono nella loro casetta: che rabbia mi fanno. I personaggi di Alessia Esse hanno una forza che vi sorprenderà. I legami familiari sono il filo conduttore  di Infinito, ma non sempre- nei romanzi come nella vita- le linee di sangue conducono a rapporti limpidi e sereni, anzi, molto spesso ci si ritrova a tenere insieme gli stralci di un amore zoppicante e sgangherato.

“Lilac,” dice con un filo di voce, “cosa sono, io, senza la mia creatura?… Tu e la tua Margot mi avete già tolto ogni cosa: l’amore delle donne, e tutto ciò che ho costruito con costanza e con sacrificio. Questo,” continua, indicando sua madre, “è nulla, rispetto a ciò che tu hai fatto.”

Preparate i fazzoletti per il finale. Vi lascio con una citazione che rubo a Rita, ex donna di Roma, perché non sempre “occhio per occhio” è un comportamento da demonizzare, ma piuttosto un umano, atavico e imprescindibile modo di essere vivi e normali.

“E quando vivi per dieci anni a contatto con gli asini, Lilac- e tutto ciò che ricevi sono solo calci e sputi, e l’unico modo che hai per sopravvivere è quello di indossare una maschera e fingere di essere come loro- allora i tuoi ideali si trasformano in rabbia. Non ti importa più di salvare tutti, o di mostrarti compassionevole verso i colpevoli; a quel punto vuoi solo vendetta per i torti subiti, libertà per i giorni di schiavitù, tranquillità per i momenti di tribolazione. Questo non mi rende uguale a Vega G, no. Questo non mi rende una cattiva persona. Mi rende normale. Semplicemente normale.   

 Voto 4/5

 

 

Recensione di Segreto, di Alessia Esse

segreto+copertina

La sinossi 

Da quando Lilac Zinna ha attraversato la galleria che separa la Francia dall’Italia, la sua vita è cambiata. Le verità in cui credeva sono diventate menzogne, e quelle che ha conosciuto grazie a suo padre hanno fatto crollare ogni restante certezza. E ora che Vega G ha colpito al cuore degli abitanti di Pontenero, Lilac ha un solo scopo: riavere, a qualunque costo, ciò che la Presidentessa le ha portato via. Ma nel mondo che la ragazza sta imparando a conoscere esistono pericoli più vicini e, forse, ancora più letali della donna che ha distrutto il genere maschile. Fra segreti dolorosi e nuove verità, Lilac dovrà imparare a lottare e a sopravvivere senza l’aiuto di chi, fino ad ora, è sempre rimasto al suo fianco.

La mia recensione 

Impossibile, dopo aver letto Perfetto e aver appreso il suo finale, non proseguire la lettura con Segreto, il secondo capitolo della trilogia di Lilac, di Alessia Esse. Anche questo romanzo è una perla del self-publishing italiano, tante emozioni e pochissimi, sparuti direi, refusi.

E se il Segreto di Vega G fosse proprio quello di togliere a Lilac ciò che la ragazza possiede di più caro? Per assicurarsi la collaborazione dell’adolescente, la Presidentessa colpisce Pontenero, la piccola oasi di pace in cui un esiguo numero di persone tra cui Michael- il padre di Lilac- Mister, Elia, si è rifugiato per rimboccarsi le maniche e ricostruire una parvenza di vita e felicità. Ma, peggio ancora, Vega G rapisce Jonah, il fratellino di Lilac.

“Gli adulti di Pontenero sono saliti a vedere Michael, il quale ha insistito per avere un altro cuscino, in modo da mostrarsi seduto, come un convalescente, invece che disteso, come un malato.”

Sarà pronta, la nostra protagonista a dire addio a Pontenero e i suoi abitanti e alla vecchia Lilac, che aveva come una preoccupazione il discorso di commiato per il diploma?

“Non avere paura, Lilac. Mai. Di niente e di nessuno, tantomeno della morte. Ci sono cose ben più gravi della morte. Vivere senza amore, per esempio, o senza coraggio. Sii forte, sempre. Lotta per ciò che pensi sia giusto. Per difendere chi ami. Per proteggere chi è più debole. Lotta e non avere paura, ok? La paura è peggiore della morte.”

Questa esortazione per Lilac sarà una lezione di vita, che la accompagnerà malgrado la perdita e che serberò nel cuore io stessa.

Osservo ciò che rimane degli edifici, delle vite altrui, e mentre guardo i palazzi disintegrati sull’asfalto, le macerie inghiottite dall’erba, e le fontane vuote e consumate dal tempo, mi rendo conto che non mi trovo solo in quella che una volta era la capitale italiana. Mi trovo in un cimitero. In un teatro a cielo aperto in cui, non molto tempo fa, è andato in onda uno spettacolo chiamato Morte.

Nel secondo capitolo della trilogia, Lilac, Baguette, Mister, Elia ed Eloise si mettono in viaggio per reclamare e salvare il piccolo Jonah. Ma quello che sembra un imprevisto li aspetta al varco…

Avendo letto la trilogia di Veronica Roth, ho pensato “Oh, no! Lo spirito del Dipartimento mi perseguita!”. Ho trovato estremamente noioso, infatti, che Tris in Allegiant abbia deciso, insieme a Quattro e ai loro amici, di rintanarsi al Dipartimento e vivere lì, nell’ozio.

Per fortuna, Alessia Esse ha sfatato i miei pregiudizi. Ma andiamo per gradi.

Nella cattura a Roma e, di conseguenza, nella permanenza forzata del gruppetto di giusti nel Palazzone, non c’è stato un solo momento morto. Ben lontana dall’essere un Paese chiuso (come era stato detto alle donne dall’Usp), l’Italia presenta alcuni insediamenti. A differenza di Pontenero, però, Roma non è quella che si definisce una comunità pacifica, dove le regole della sopravvivenza contano più degli stessi sopravvissuti.

Con a capo il sadico Gianmaria e il Capitano, il popolo di Roma si prefigge due obiettivi: restituire alla terra il cromosoma Y e uccidere le assassine di uomini. Come? Il come è tutto un programma: vi avverto, ulcere in agguato! Chiudete questa recensione. Chiudetela!

Ok, avete deciso di leggerla… Va bene. Responsabilità vostra.

1-Chi, secondo le regole arbitrarie dei romani, non è in grado di contribuire al sostentamento e alla difesa della comune, via. Morto. Caput.

2-Le donne devono mangiare meno degli uomini, perché fanno lavori più leggeri. Così dicono. Oh, certo, perché salire quattromila piani a piedi col cesto della biancheria bagnata tra le mani è quel che si dice un lavoretto da ufficio.

3-Le donne, in linea di massima, contano meno degli uomini perché sono in sovrannumero. Sono considerate fattrici, stile allevamento di labrador e chiwawa.

4-Le nate femmine vengono uccise: solo i maschietti hanno diritto di vivere. Sempre per il problema del sovrannumero. I romani se ne fanno un cruccio.

5- “Mutually assured destruction”. Queste tre paroline non vi dicono niente? Significa che, se a uno dei due capi (il sadico Gianmaria e l’accomodante, fin troppo, Capitano) succede qualcosa, le guardie dell’altro hanno l’obbligo morale di uccidere tutti i Cittadini di Roma. E muoia Sansone, e i Filistei, pure!

6- L’ho soprannominata “La Festa Dello Stupro”. C’è una serata in cui le ragazze e i ragazzi di Roma sono invitati, anzi obbligati, ad appartarsi per ripopolare la Terra di maschi. Oh, certo! Perché donne che non mangiano proteine e che si nutrono di un’albicocca in tutto il giorno e di un tozzo di pane hanno grandi possibilità di rimanere incinte. Poi, tutte in ovulazione, proprio quella sera. Clearblue? Guarda e impara!

Torno seria. La narrazione di questo secondo capitolo è affidata a Lilac, a Baguette e ai diari di nonna Francesca. Ho apprezzato molto quella parte perché le parole di Francesca hanno parlato al mio cuore, come se dicessero “Se tiriamo ancora la corda, è questo, quello che ci aspetta. Un’Italia che sprofonda nel caos. Un mondo che finisce”. Che dire dei personaggi? Eloise in evoluzione, le voglio bene sempre di più. Elia è… *_* l’uomo perfetto. E Baguette e Lilac? Non amando le amicizie particolarmente soffocanti, spesso quando Baguette sproloquiava dovevo sforzarmi di pensare che a parlare non era un’amica, ma una donna innamorata. Lilac passa da questo:

E, per la prima volta da quando sono nata, mi ritrovo davanti ad un uomo seminudo. Il suo petto è liscio, eccezion fatta per la sottile peluria bionda che ricopre la pelle abbronzata. I muscoli dell’addome sono definiti in linee e curve che non ho mai visto fino ad ora, neanche nei musei dell’Usp. Il suo corpo non è solo diverso da quello di una donna. È diverso anche da come lo avevo immaginato. Le spalle larghe si muovono in maniera sinuosa quando, dopo essersi liberato della maglietta, Elia si volta per gettarla a terra. Mi è impossibile smettere di guardarlo. Sento il cuore martellare nel petto come se stesse bussando per uscire.”

A scegliere quella che per lei è la normalità, quello che, forse, la fa sentire più sicura e in pace con se stessa (leggi IPOCRITA 😛 e le testate che le dareeei!). Coraggiosa l’autrice, che dosa i vari ingredienti della relazione e si ferma appena prima che questa diventi stucchevole.

Ce la farà, Lilac, a seguire le direttive di suo padre?

Tu, Lilac, sei la figlia di una donna che ha ucciso decine di uomini per proteggerti. Sei la nipote di una donna che ha lasciato la sua stessa famiglia pur di proteggere la vita che portava dentro. Hai, nelle vene, il sangue di donne che sanno come portare avanti la propria battaglia. Ed è ciò che stai facendo anche tu, non è vero?

Voto 4/5

 

 

 

 

 

Recensione di Perfetto, di Alessia Esse

Perfetto

La sinossi 

In un futuro non molto lontano, la popolazione è composta esclusivamente da donne. La Sindrome ha ucciso tutti gli individui di sesso maschile, e la riproduzione è possibile solo grazie al midollo osseo. Gli effetti della Sindrome sono stati talmente devastanti per le donne sopravvissute che ricordare quei giorni è proibito, così come è proibito parlare degli uomini. Musica, film, libri, arte: tutto quello che riguarda il genere maschile è sepolto sotto il dolore.

Nel paesino francese di Malorai, un angolo di paradiso ai piedi di una cascata, Lilac Zinna si prepara al diploma. Diciassette anni, un amore sconfinato per la Storia Moderna e per le regole, Lilac sta per diventare un’insegnante, coronando il suo sogno e quello della nonna Francesca, che si occupa di lei da quando è nata. Lilac è al settimo cielo, e non solo perché sta per diplomarsi: alla cerimonia solenne parteciperà anche Vega G, la donna a capo del governo femminile che regola il mondo. E quando Vega G si mostra eccezionalmente interessata alla vita di Lilac, arrivando perfino ad offrirle un lavoro per il governo, Francesca – che nasconde un segreto tanto importante quanto pericoloso – decide di affidare sua nipote a qualcuno che avrà il compito proteggerla: due uomini. Nel viaggio che la porterà lontano da Malorai e da tutto ciò in cui ha finora creduto, Lilac conoscerà un mondo nascosto, imparerà che il cuore può battere forte, e non solo per paura, e scoprirà chi è davvero Vega G.

La mia recensione 

Che cosa dicevo a proposito delle “letture da ombrellone”? Lasciatemi perdere. Quella di Alessia Esse è una trilogia distopica che vale la pena leggere, una perla del self-publishing italiano, pur trattandosi sicuramente di un’opera impegnativa. E tanti saluti alla sabbia, all’acqua salmastra e all’ombrellone! Alessia Esse ha scritto pagine che possiedono una connotazione profetica che non può lasciare indifferenti.

Ho scovato la Trilogia di Lilac quasi per caso, bazzicando sul blog dell’autrice alla ricerca di informazioni sul percorso irto di insidie, quale l’auto pubblicazione che forse intraprenderò. Mi aspettavo nozioni teoriche snocciolate quasi con sufficienza, ero pronta a leggere istruzioni che avrei assimilato solo in parte. Ero preparata ai soliti avvertimenti “il self-publishing non è editoria”. Ciò che non mi aspettavo, invece, era l’onda d’urto che mi avrebbe investita. Sul suo blog (e, sono sicura, anche nella vita di tutti i giorni), Alessia Esse parla di Perfetto con una tale gioia che per me è stato impossibile non farmi coinvolgere. Un po’ come quando osservi una madre col suo bambino, e lei lo guarda con quello sguardo, quello (sapete di che parlo, su!) pieno d’amore, di stupore e di ammirazione. È inevitabile: guarderai il bambino in quel modo pure tu, perché per osmosi assorbirai un po’ di quella riverenza. Provate a fare diversamente, vi sfido.

Ed è così che, in barba ai buoni propositi per l’estate (niente letture che mandino in pappa il cervello, niente letture che mandino in pappa il cervello: era il mio mantra, era) ho acquistato su Amazon l’intera Trilogia.

Ok, adesso probabilmente contravverrò alla regola principale cui dovrei attenermi, NO SPOILER, ma vi posso assicurare che è arduo non lasciarsi scappare niente di questi romanzi che mi hanno scosso nel profondo, per quanto sono premonitori. Se non volete rovinarvi il gusto della scoperta, chiudete questa recensione, leggete la Trilogia, tutta, e tornate.

In un futuro non troppo prossimo, la popolazione mondiale è stata decimata dalla Sindrome che ha sterminato il cromosoma Y. Fratelli, padri, amici, mariti, neonati: tutti gli uomini sono morti. Ne segue (e consegue!) quello che viene soprannominato il Periodo Buio e, infine, quella che sembra la rinascita. Tutto è perfetto: salute, libertà, benessere, sicurezza, istruzione, tecnologie avanzate che semplificano la vita. Ed è proprio nell’ultimo periodo, che si colloca la vita di Lilac. Il dolore per la perdita dei maschi sembra archiviato, letteralmente, visto che il governo vieta di parlare degli uomini perché le donne non sprofondino di nuovo nel baratro della disperazione. Tutto ciò che possa ricondurre all’universo maschile, musica, film, arte, è censurato dal governo dell’Usp e proibito. Le leggi, severe, vengono puntualmente fatte rispettare, pena il carcere e l’allontanamento dalla comunità femminile di appartenenza.

La protagonista di Perfetto è una ragazzina dai capelli rossi orfana di madre che vede dispiegarsi dinnanzi a sé, senza aloni o incertezze, il proprio futuro. Sa ciò che vorrà essere, ciò che vorrà diventare, ciò che non farà mai. Sa che si atterrà alle regole e che gli uomini si sono estinti. La sua preoccupazione maggiore è quella di fare una bella impressione sulla sua Presidentessa, Vega G.

E Vega G appare, bionda e ben vestita, il giorno del diploma di Lilac. La ascolta con interesse e con interesse le si avvicina e le propone un incarico ai vertici. Algida e senza età- eppure dovrebbe essere coetanea della nonna di Lilac!- Vega G parla di sé in terza persona (questo atteggiamento mi ha colpita) e sembra appassionata, esaltata ma criptica e calcolatrice.

Bisogna tenere conto che, dopo l’estinzione degli uomini la riproduzione è affidata al midollo osseo femminile, il parto non è esente da complicazioni (tanto che la mamma di Lilac, Irene, è morta), e le bambine che ne nascono altro non sono che cloni delle loro madri. Sarà la non esatta somiglianza con Irene a mettere Lilac in pericolo. Francesca, la nonna di Lilac, temendo di essere smascherata da Vega G, affida la nipote a due uomini! Ma non si erano estinti? Non proprio, a quanto pare.

 

            “Mi hanno detto che gli uomini si sono estinti. Hanno mentito.”

Con lei ci sarà Baguette, la sua migliore amica armata di mazza da baseball. In viaggio verso l’Italia, Lilac scoprirà diverse cose. Il mondo perfetto creato da Vega G e le sue ministre è basato sulle menzogne. Gli uomini esistono ancora. Lo stivale è un Paese chiuso e devastato dalle bombe che la stessa Vega G ha sganciato. La Sindrome altro non è che un modo gentile per soprannominare un virus letale diffuso perché il genere maschile si estinguesse. Lilac è figlia di un uomo, e suo padre è ancora vivo. Sua madre in realtà è dispersa. Tutto quello in cui ha creduto è una colossale bugia ideata, mantenuta e perpetrata a uso e consumo dell’Usp. Ma la verità più scomoda è l’utopia di sicurezza e libertà che le superstiti tanto decantano, proprio perché non conoscono altro. Certo, nessuno minaccia l’ incolumità fisica delle donne di tutto il mondo. Sono libere di amare (le altre donne: l’omosessualità è una consuetudine) e di realizzarsi a livello professionale, però tutto ha un prezzo. E le menzogne, si sa, a parte avere le gambe corte, finiscono per pesare come un macigno. In Perfetto non si tratta di informazione distorta, si tratta di un’omissione che è costata e costa ancora la vita a molte donne: persino la mamma e la sorellina di Baguette sono morte durante il parto.

A Pontenero, Lilac proverà sentimenti contrastanti. La frustrazione, la felicità di sapere che ha un padre e un fratello (Jonah: adorabile), l’attrazione fisica per Elia, colui che l’ha scortata dai tunnel francesi fino a Pontenero. Qui, sono sincera, ho visto in Lilac sì la curiosità per lo sconosciuto corpo maschile ma anche e soprattutto una discreta dose di ipocrisia nel voler sperimentare qualcosa che per lei era altro, estraneo, qualcosa che in Segreto la condurrà verso una crisi profonda.

Adoro che Alessia Esse abbia ambientato Perfetto quasi tutto in Italia, un Paese devastato. Il mio cuore piangeva nel “vedere” i luoghi che tanto amo distrutti dalla guerra e dal disamore. E ho amato profondamente il discorso finale di Vega G. Perché, come ho scritto nel mio commento su Amazon, sebbene parli di verità per me inconfutabili, la Presidentessa dell’Unica Società Possibile esiste per insegnarci che l’estremismo non è mai un bene, che bisogna mantenere una giusta misura anche negli ideali più alti, e che sentirsi investiti di un potere quasi divino significa sfociare nella follia più incurabile.

“Oggi è proibito parlare degli uomini” continua, “perché sono loro la causa del male che ha imperversato sulla Terra per decine di secoli. Perché la loro essenza è come veleno dal quale nessuna donna può salvarsi.”

Lo stile dell’autrice è pressante ed efficace, la narrazione in prima persona è apprezzabile. I personaggi sono appena un germoglio ma già facilmente riconoscibili e sempre coerenti. Durante tutta la lettura non ho fatto altro che pensare “Film! Film subito”. Alla faccia del romanzo d’esordio, omonima!

Voto 4/5

 

Recensione de Il potere dell’oscurità, di Elisa S. Amore

elisa s. amore

La sinossi

Come si può continuare a vivere, se la persona che ami non c’è più? Gemma Bloom se lo chiede ogni giorno, consumata dal dolore e dal rimorso. Perché Evan ha sfidato le leggi del fato per salvarla, e ha pagato a caro prezzo la sua disubbidienza: caduto nella trappola tesa da un Angelo della Morte, è stato avvelenato proprio da Gemma. Da quel momento, lei non si dà pace ed è tormentata da incubi e allucinazioni in cui Evan viene torturato da mani invisibili. Ma, proprio quando Gemma crede di stare impazzendo, tra i frammenti del suo cuore spezzato comincia a serpeggiare una rabbia cieca, profonda. Sebbene all’inizio ne sia spaventata, Gemma è sempre più attratta da questo nuovo sentimento. Come se dentro di lei crescesse una forza terribile e seducente, determinata a prendere il controllo della sua anima… Fra spaventose premonizioni e pericolosi segreti, Gemma dovrà fare appello a tutto il suo coraggio, se vorrà sfidare il destino e resistere al potere dell’oscurità…

La mia recensione

Questa è una recensione a cui tengo molto. Mi autoproclamo una delle prime lettrici di Elisa S. Amore (lei stessa confermerà quanto l’ho perseguitata nel corso degli anni). Ebbene sì, la seguo sin dai tempi dell’auto pubblicazione, sin quando La carezza del destino non era che “Touched”. Sono sicura che per me e qualche altra i suoi tre romanzi si intitolano e si intitoleranno sempre “Touched, Unfaithful, e Brokenhearted”. Che ci posso fare? È una cosa affettiva. Se tra le righe leggete lunghe attese, bene, è proprio questo il concetto che volevo esprimere. Se invece sono stata criptica, è arrivato il momento di dire che il mio percorso con Elisa ha comportato tempi che definirei… diluiti. Ma posso assicurarvi che le mie aspettative sono state sempre ampiamente soddisfatte.

Il potere dell’oscurità è il terzo capitolo della Saga che narra la storia d’amore tra un Angelo della morte e la sua vittima predestinata. Qualora non aveste ancora letto i primi due, fate in tempo a chiudere questa recensione e a procurarvi immediatamente i romanzi di Elisa, perché se amate il genere urban fantasy o paranormal romance non potete esimervi. Che cosa dicevo a proposito dell’attesa? Provate a immaginare, dopo un anno, cosa ho provato a stringere tra le mani la mia copia fresca di stampa. Il potere dell’oscurità- Brokenhearted è il primo, vero romanzo inedito di Elisa S. Amore e io mi sono detta: “no, Alessia, non puoi permetterti di finirlo in ventiquattro ore e aspettare un anno per il seguito”. Risultato? L’ho finito in sette giorni perché mi sono imposta di rallentare il mio ritmo di divoratrice e aspetto il quarto capitolo della Saga con una certa ansia comunque! Non spoilerare è difficile ma proverò. Come si può continuare a vivere quando l’amore della tua vita, anzi della tua esistenza, il padre di tuo figlio è morto? Gemma se lo chiede ogni giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto.

“«Noooooo! Perchééé?  Dovevo essere io a morire!» urlai contro il cielo. «Era il mio destino, non il suo! Evaaaaan!» Il dolore era troppo forte perché riuscissi a contenerlo. Faceva male. Faceva troppo male e mi lacerava il petto.”

Come può vivere senza Evan, se alla perdita si aggiunge il senso di colpa? Evan, infatti, è morto per un bacio maledetto che lei stessa gli ha dato e i rimpianti da quel giorno la divorano. Gemma da una grande prova di forza, convive con il dolore che minaccia di annientarla a ogni passo.

“Il tepore dell’acqua era così confortante, in qualche modo riusciva ad alleviare il freddo che mi portavo dentro. Dovevo solo lasciarmi sommergere… Spinta da quel desiderio, scivolai giù, lentamente, e il calore sulla nuca m’inondò il corpo di piccole scariche di piacere, che mi accarezzavano a ondate. Ne avevo così bisogno… Se solo quel calore fosse riuscito a raggiungere il gelo nel mio cuore… Scivolai ancora, fino a immergere la testa. La superficie dell’acqua si chiuse sopra di me e io mi sentii travolgere da un’infinita sensazione di pace. Un dolce oblio che mi avvolgeva come una calda coperta di velluto. Mi cullava, dondolandomi nel suo tepore…”

Cedere allo sconforto sembra quasi una prospettiva allettante ma questo rischierebbe di nuocere all’unico pezzo di Evan che le sia rimasto.

“«Che senso ha lottare? Evan è morto, capisci? Morto… Lui è morto, e con lui la mia volontà di combattere. Che mi prendano, adesso», esclamai, sforzandomi di tenere ferma la voce, ma poi i singhiozzi tornarono a scuotermi e il dolore a dominarmi, stringendomi il petto. «Perché nessuno viene a cercarmi? Perché non mi uccidono, così che io possa raggiungerlo?»

«Non lo raggiungeresti in ogni caso.»

«Prego che la morte venga a liberarmi da questo inferno.»”

I familiari vorrebbero starle accanto, e lo stesso gli amici, ma la cruda verità è che non possono, non ci riescono. Nessuno può aiutarla, nessuno può alleviare la sua disperazione, il suo senso di colpa, o il peso che sente premere forte sul cuore. Simon e Ginevra (a proposito, li adoro!) si occupano di lei, senza chiedere nulla in cambio se non di vederla viva e serena, ma Gemma non sempre riesce ad accontentarli. Lei si sente morta dentro e anche io, con lei. Durante la lettura, la sua disperazione era diventata la mia. I suoi genitori mi hanno fatto una tenerezza indicibile. Inoltre, ho compreso e apprezzato il personaggio di Peter, che tenta qualche timido approccio. Lui la ama, di un sentimento che prima era di pura amicizia e poi si è tramutato in qualcosa di più, ma non è ancora abbastanza per Gemma. Ho capito Ginevra, e le motivazioni che l’hanno spinta a celare lo scomodo segreto, e non mi sento di condannarla. Ma mi chiedo perché tutti non facevano che dirle di buttarsi Evan alle spalle e ritornare a vivere.

“«Certo che lo sei. Anche se ti senti persa, un giorno ritroverai la strada, vedrai.»

«Non c’è più una strada per me, mi dispiace», le confessai.

«Gemma, non è tutto perduto. Devi avere fiducia… La via del pessimismo è più corta, rispetto a quella tortuosa verso la speranza. Non sempre si ha il coraggio di percorrerla, ma tu sei sempre stata una combattente. Adesso ti sembra la fine del mondo, ma passerà. E, quando t’innamorerai ancora, Evan sarà solo un ri…»

Mi scansai da lei bruscamente, sentendo la rabbia montarmi dentro. «So bene che non è la fine del mondo. Il mondo se ne frega di me, continua ad andare avanti come se io non esistessi! Come se niente di tutto ciò fosse importante… Ma io so per certo che è la fine del mio mondo. Non ci sarà nessun altro, nella mia vita.»”

Gemma soffriva e tutti quelli che erano intorno a lei non facevano che ripetere che presto si sarebbe innamorata di nuovo. Naturale, per carità, ma… C’era proprio tutto questo bisogno? Ho davvero rischiato di farmi venire le ulcere.

Poi però, pian piano, la disperazione di Gemma cede il posto a una furia cieca, e quasi incontrastabile. I nostri sospetti si concretizzano. Allucinazioni, premonizioni, incubi: Elisa ci trasporta nel vortice della pazzia insieme a Gemma. Sono seria, una notte ho avuto IO gli incubi.

Davvero, non posso dire altro: rischio di rovinare l’effetto sorpresa. Lo stile narrativo di Elisa si è fatto incalzante. È sempre stato avvolgente e in qualche modo familiare, ma ne Il potere dell’oscurità, scrivendo periodi più brevi di quelli cui eravamo abituati, l’autrice non si perde in chiacchiere. In determinati momenti avevo il fiatone. L’intero romanzo, narrato in prima persona, è stato un susseguirsi di emozioni e vicende da capogiro, fino all’epilogo. Lo scenario ha un ché di dantesco. Io, che ho amato la Divina Commedia, l’ho molto apprezzato.

I personaggi sono ben strutturati e perfettamente coerenti con la propria natura e il proprio carattere, sempre. Tra loro spicca Simon, che nei due capitoli precedenti era stato un po’ oscurato dalla presenza splendidamente ingombrante di Evan e Drake (oh, Drake! *Alessia sospira*).

Il sentimento che mi ha lasciato questo romanzo è quello dolce-amaro dei finali di Saga. Ho avvertito nella storia una certa completezza, nonostante le tante porte aperte. Mi è sembrato di separarmi da amici e persone care, e non riesco a darmi pace. Gemma è lì, tra quelle pagine, con tanto ancora da dire, tanto da risolvere, tanto a cui pensare. E in più, ha fatto una promessa cui sarà difficile sottrarsi.

Come farò ad attendere un altro anno? Se anche voi non tollerate di aspettare tutte sole il quarto capitolo della Touched Saga, vi invito a mettere “mi piace” alle pagine Facebook:  https://www.facebook.com/eli.amore?fref=ts ;  https://www.facebook.com/TouchedSaga . Ci faremo compagnia 😉

Voto 5/5

 

 

Recensione di Regole d’amore per amici confusi, di Ellie Cahill

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La sinossi

Il primo anno di università può essere complicato, si sa. Soprattutto quando il tuo fidanzato storico ti molla senza troppi giri di parole. È quello che succede a Joss, e la delusione le lascia davvero l’amaro in bocca. Un sapore da cui fatica a liberarsi, nonostante i corteggiatori non le manchino. Ma tutto cambia quando Joss incontra Matt: lui è bello e gentile, forse non proprio il suo tipo ideale. Eppure tra i due la complicità è immediata. Così, tra una confidenza e un bicchiere di vino, accade che Matt e Joss si ritrovino a elaborare e a verificare una teoria: per far svanire l’amaro in bocca di una delusione amorosa è necessario passare la notte in compagnia di un buon amico. Uno che non chieda niente al risveglio, uno che sia disposto a essere semplicemente un sorbetto per rinfrescare il palato tra una relazione e un’altra. Ed è così che Matt e Joss decidono di diventare amanti di notte e amici di giorno. Tutte le volte che vogliono, tutte le volte che ne hanno bisogno. Stringono addirittura un patto, un vero e proprio contratto a cui attenersi scrupolosamente per gestire il proprio rapporto. La teoria del sorbetto sembra funzionare alla perfezione per molto tempo. Fino a quando uno dei due non infrange la regola più importante di tutte: non innamorarsi.

La mia recensione

In questi giorni ho finalmente capito il significato di “letture da ombrellone”. Cosa inaudita per me, dopo aver iniziato alcune letture impegnative, ho deciso di interromperle e saltellare allegramente verso romanzi più freschi. La mia scelta è caduta su “Regole d’amore per amici confusi”  di Ellie Cahill e mai decisione si rivelò più azzeccata.

Joss è una matricola quando viene mollata brutalmente dal suo fidanzato storico e, per elaborare il dolore dell’addio, stabilisce di bandire dal suo corpo l’unico ragazzo che abbia avuto. Matt, gentile fino allo sfinimento, si propone come Ragazzo Sorbetto. Che cosa c’è di meglio, infatti, tra una portata e l’altra, di un sorbetto per pulire il palato e assaporare al meglio gli altri piatti? Con molta naturalezza e qualche regola da rispettare, inizia così una relazione di amicizia speciale. Amanti di notte e amici di giorno.

“«Non volevo andare con lui! È solo che… Volevo… Non lo so.»

«Eliminare il tuo ragazzo dal tuo corpo?»

«Sì.» Quando glielo sentii dire, così ad alta voce, espirai profondamente. «Volevo che lui smettesse di essere l’ultimo ragazzo con cui sono andata a letto.»

«Come il sorbetto.»

Dovevo averlo guardato con un’espressione confusa perché Matt elaborò il concetto. «Sai, nei ristoranti eleganti, tra una portata e l’altra ti portano un sorbetto. Per “pulire il palato”.»

«Sì, è proprio così!» Lo colpii sulla coscia con entrambe le mani. Lui rise

«Ho bisogno di “pulire il palato”.» Feci le virgolette con le dita. «Sesso Sorbetto.»

«Però c’è un problema» disse Matt.

«Quale?»

«Se fai del Sesso Sorbetto con la persona sbagliata, poi devi trovare qualcun altro con cui andare a letto dopo di lui. Potrebbe andare avanti… per anni.»”

Il romanzo alterna momenti del passato a momenti del presente. Da una parte, la Cahill narra gli episodi accaduti sette anni prima fino a giungere a poche settimane dal finale, dall’altra racconta che cosa sta succedendo oggi: Matt invita Joss a casa sua, sembrerebbe per una seduta da sesso sorbetto, ma i suoi accenni sono talmente criptici che solo alla fine scopriremo che cosa ha da dirle.

Joss, troppo affezionata all’idea dell’amore romantico, pensa che Matt, così concreto, non sia il ragazzo, e poi l’uomo, giusto per lei e si concede appuntamenti e conoscenze quasi in serie. Per lo più, si tratta di delusioni ed è proprio quando il fragile legame si conclude tra tristi strascichi che scatta il meccanismo del sorbetto. Matt è il primo a rendersene conto: da sette anni vive relazioni mediocri e a scarso coinvolgimento emotivo perché tanto sa che Joss gli farà da paracadute tra un fiasco e l’altro. E lo stesso fa lei con Matt, quasi inconsapevolmente. A un certo punto ho pensato “ragazzi, volete davvero continuare fino a che uno dei due si sposa?”. I confini della friendzone si fanno sempre meno netti e via via più sbiaditi. Oltrepassarli, per Matt e Joss, è fin troppo semplice e da lettrice ti chiedi “quando vi accorgerete che siete perfetti insieme?”.

La narrazione in prima persona è fresca e brillante, tanto che in più punti mi sono ritrovata a ridacchiare. Il gatto Dewey è adorabile.

“Il mio gatto, Dewey, mi accolse sulla porta con le sue solite chiassose dimostrazioni d’affetto. Mi accovacciai per accarezzarlo sulla testa, ma lui non ne aveva mai abbastanza e si mise a inseguirmi per tutta la casa, zigzagando fra le mie caviglie e miagolando. «Okay, okay» dissi accovacciandomi per fargli delle carezze un po’ più meticolose. Lui si lasciò cadere su un fianco e si mise a fare tutti quei suoi allungamenti yoga. Gli grattai la pancia e gli mentii dicendogli che era un bravo bambino. Se la bevve. Parzialmente soddisfatto, Dewey mi concesse di continuare a fare quello che stavo facendo.”

Ditemi voi se non è coccoloso. Le scene piccanti non mancano ma sono talmente soft che non rischiate i bollori, ve lo assicuro (con questo caldo, sarebbe impensabile). Ho apprezzato entrambi i protagonisti. Matt è un buono cronico e Joss è un’insicura amante della lingerie e dei pelosetti, tanto che lavora presso una clinica veterinaria.

Però c’è un però. Regole per amici confusi è una lettura leggera e consigliata, ma… L’intero “romanzo” (scusate se mi permetto di virgolettarlo, presto ve ne spiegherò il motivo) urla a pieni polmoni Commedia Romantica, perché è uno di quei racconti che secondo me rende meglio su pellicola. L’esposizione della trama, infatti, è fin troppo concentrata sulla sequela delle vicissitudini amorose dei due personaggi con scarsa attenzione per il contorno, e questa attitudine dell’autrice mi ha fatto pensare alla trama di un film, più che a un romanzo. Poco si sa della famiglia di lei, per esempio, o dell’aspetto dei personaggi. E inoltre ho trovato che il corpo del testo fosse sproporzionato. Le parti iniziali e centrali, in effetti, sono raccontate in maniera parecchio stringata, e confluiscono nel finale che invece è narrato nei minimi, irritanti dettagli. La fobia di Joss per le altezze rischia di allungare il brodo e di farle perdere il confronto chiarificatore con Matt. Ci sarà un lieto fine per questa coppia di amici confusi?

Voto 3/5

 

Recensione di Mezzo Vampiro, di Belinda Laj

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La sinossi

 

Julian Laurent non è come gli altri vampiri: lui non ha ricevuto il marchio dal Signore degli Immortali. Per questo motivo la sua permanenza all’interno della Damned Academy non sarà facile; oltre a dover affrontare il disprezzo di vampiri, angeli, demoni e mezzosangue, dovrà vedersela con Mia, una ex ragazza di cui non ricorda nulla. Julian crede che tutti i suoi problemi si riducano a questo, ma presto capirà che in gioco c’è molto di più. I trasformati gli danno la caccia per ucciderlo, e un pericoloso potere che nessuno dovrebbe avere sta crescendo dentro di lui. Grazie a Ray, un altro vampiro, scoprirà cosa è realmente il marchio: uno strumento con cui il loro Signore, Blake, tiene in proprio potere gli immortali. Liberare gli studenti dall’influenza del marchio non sarà affatto semplice, anche perché Julian crede di essere legato a Blake da un filo invisibile, e la realtà è peggio di quanto possa immaginare.

 

La mia recensione

 

Se vi aspettate la classica storia sul vampiro che si innamora di una fragile umana e combatte la propria natura di predatore, rimarrete delusi o deliziati, a seconda dei casi. Ebbene sì, il protagonista di Mezzo Vampiro non è la solita belloccia che non sa di esserlo, povera in canna e che non è in grado di andare dal punto A al punto B senza cadere lunga distesa. Non fraintendetemi, non ho niente contro le ragazze maldestre: io sono una di quelle. Al posto di Bella Swan, c’è un bello e- è proprio il caso di dirlo- dannato.

Julian Laurent non ha dubbi: è morto. E, quando si risveglia dalla sua morte apparente, scopre con terrore e sgomento di trovarsi dentro una bara(claustrofobici, siete avvisati!). Si abbandona alla disperazione- come biasimarlo?- e quando riapre gli occhi Julian è in un sotterraneo, circondato da altre… persone. Sono tutti bellissimi, giovani e alcuni di loro sono un po’ stravaganti. Julian è guardingo, sulle sue, rannicchiato con le ginocchia contro il petto, certo di lui non si può dire che sia un tipo amichevole, ma ancora una volta: come biasimarlo? I presenti gli spiegano che quella è LA notte per eccellenza. La sera che segnerà il passaggio delle giovani creature sovrannaturali (vampiri, angeli, demoni, e mezzosangue) nel mondo dei dannati adulti, attraverso la Damned Academy. Il rito di iniziazione(sì, direi che possiamo chiamarlo così) si consumerà e alla fine i fanciulli riceveranno due doni: l’immortalità e il marchio del Signore degli Immortali. Per tutti fila liscio, tranne che per Julian Laurent: con sua somma e cocente umiliazione, il Signore gli nega il marchio. È inaudito.

“Ora lì, nella Damned Academy, tutti lo guardavano come se fosse un esperimento mal riuscito. Uno da cui era meglio stare alla larga per non farsi contagiare da qualche strana e orripilante malattia.”

Julian incassa con difficoltà l’offesa subita ma a girare il coltello nella piaga c’è l’assurdo soprannome che l’intera Accademia (Logan, ne sai niente tu?) gli ha affibbiato: Mezzo Vampiro.

È il primo, infinito giorno di scuola e il nostro protagonista deve fare i conti non soltanto con lo scherno e il disprezzo generali, ma anche con tutta una serie di regole e insegnamenti di cui non sospettava l’esistenza. La brama di sangue lo reclama, vorrebbe affondare i canini nel collo di qualcuno (spesso potevo quasi sentire la sua sete!), altro che partecipare alle lezioni! E il punto, credetemi, non è nemmeno questo. Julian non sa chi è, né come sia arrivato fino alla Damned Academy, né perché. È un pesce fuor d’acqua, poverino. Tutti sanno tutto e hanno superato la trasformazione senza particolari traumi o scossoni, invece a lui non è stata risparmiata la sofferenza. Julian, infatti, ha ricordi molto vaghi della sua vita umana e passata, eppure ricorda il dolore indicibile patito negli ultimi tre anni della sua esistenza.

Il vampiro non capisce e non c’è niente che desideri più del marchio che contraddistingue la sua razza(uno scorpione sulla nuca che conferisce poteri sovrannaturali).

“Era diventato uno sfigato per colpa di Blake Night.

Cercò il suo volto e la sua divisa bianca tra i presenti e non lo trovò.

Perché diavolo gli aveva negato il marchio?”

Oltre, naturalmente, togliersi di torno l’appiccicosa, ingenua e innamorata Mia, la mezzosangue che sostiene con una certa veemenza di essere la sua ragazza.

“«Non devo spiegazioni a nessuno, tantomeno a te.» Serrò le mascelle, senza smettere di osservare Mia Foster con sguardo assente.

Non era facile accettare che fino alla notte del rito pensava di essere come la ragazza che gli stava davanti, e che il mondo fosse popolato soltanto da comuni esseri mortali. A essere precisi non sarebbe stato neanche come lei, considerato che Mia Foster era una mezzosangue e conosceva ciò che era proprio come tutti gli altri, mentre lui aveva vissuto quasi vent’anni con gli occhi bendati, finché non si era ritrovato nei sotterranei della Damned Academy.”

Adesso voi immaginate un Julian distrutto dall’oltraggio, ed effettivamente lui non si sente completo. Gli manca un pezzo di sé, quasi che il marchio rappresentasse un arto o un organo vitale, tuttavia, Julian non china il capo, anzi! Pian piano acquisisce sicurezza, e da sfoggio di una certa spavalderia, è spudorato, a tratti arrogante, bellicoso.

“«Sono senza marchio e non ho mai preso in mano una spada» disse a denti stretti, incapace di mantenere una voce ferma. «E tu vieni a dirmi che vuoi sfidarmi?» ringhiò, lanciando il bracciale per terra e facendolo atterrare sul materassino ai piedi di Blake.

Esclamazioni di stupore riempirono la palestra, quel gesto irrispettoso non era passato inosservato.”

Julian non capisce perché il suo Signore l’abbia condannato a un’eternità di sventura, né perché sente un legame atavico con l’autoritario (non ho sbagliato: volevo dire proprio autoritario), onnisciente Signore degli Immortali. Si dibatte perennemente tra il desiderio di buttargli le braccia al collo e quello di saltargli alla giugulare.

Blake ignorò ancora la domanda, contorse la bocca in una smorfia di sufficienza e Julian lo guardò accigliato. «Sei spregevole» disse divorato dall’ira, «ma io lo sono più di te, perché malgrado tutto non riesco a odiarti come vorrei. Hai ucciso la mia famiglia, mi hai rovinato la vita, eppure non ci riesco» confessò sull’orlo delle lacrime, coprendosi il volto con le mani. «Cosa diavolo mi hai fatto? Non ce la faccio nemmeno a pensare a una vendetta nei tuoi confronti.» Julian era disgustato da se stesso e dalla propria vulnerabilità, si sentiva come una marionetta legata all’altro da un filo invisibile.”

Il suo triste passato, fatto di sofferenza e vuoti di memoria, insieme alla sua condizione attuale lo logorano.

“Con lo sguardo rivolto alla finestra, fissò il vuoto e si lasciò divorare dall’angoscia.

Le grida che avrebbe voluto emettere morirono dentro di lui.”

Julian trova riparo nell’amicizia che lo salda al gentile, pacifico ed educatissimo Hunter e nel misterioso Ray, che gli svela trucchi e segreti. E se il marchio fosse uno strumento di controllo da parte del Signore degli Immortali per limitare la libertà dei suoi sottoposti e stringerli, impotenti come sono di fronte ai suoi poteri, nel suo giogo? È vero, anche Blake Night ha le sue fragilità e le sue frustrazioni, che provengono da un trono non proprio legittimo, ma è stranamente capace di moti di tenerezza nei confronti di Julian.

A chi credere? A cosa credere?

“Dopotutto Blake poteva benissimo andarsene ovunque; era potente, pericoloso e del tutto immortale, perché mai trascorreva il suo tempo in un’accademia quando avrebbe potuto vivere in qualsiasi parte del mondo e spassarsela alla grande?

Ebbe uno spasmo allo stomaco. Il solo pensiero di non rivedere più il suo Signore era orribile, inaccettabile.”

E perché tutti, compreso Blake e Audley, sembrano stare col fiato sul collo di Julian? Che cosa pretendono da lui? Che Julian sia il pezzo mancante di un disegno più grande?

La narrazione è in terza persona, incisiva, forte, assolutamente credibile. Qua e là c’è qualche imprecazione, ben inserita nel contesto e non troppo fastidiosa in fase di lettura. Sono interessanti i giochi di potere all’interno dell’Accademia: mi hanno ricordato una Saga che ho apprezzato molto. Ho amato e odiato, e amato, e odiato a turno tutti i personaggi perché sono ben caratterizzati, per ognuno di loro posso elencare due, tre (anche più)peculiarità e questo non è altro che un bene.

Sto recensendo questo romanzo a caldo, subito dopo aver terminato la lettura. Perché? Perché voglio sostenere le autrici italiane. Io credo che siamo perfettamente in grado di scrivere storie che meritano di essere lette, anche noi, come le colleghe più famose, possiamo raccontare qualcosa e Belinda Laj l’ha fatto. Lettura consigliatissima.

A proposito, vi lascio il link per procurarvi la vostra copia digitale di Mezzo Vampiro: http://www.amazon.it/Mezzo-vampiro-Damned-Academy-1-ebook/dp/B00ULJLFWC/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1434644428&sr=1-1&keywords=mezzo+vampiro

Qualora la mia recensione vi abbia incuriositi, correte nello Store!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione di Twilight, di Stephenie Meyer

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Sinossi

Bella si è appena trasferita a Forks, la città più piovosa d’America. E’ il primo giorno nella nuova scuola e, quando incontra Edward Cullen, la sua vita prende una piega inaspettata e pericolosa. Con la pelle diafana, i capelli di bronzo, gli occhi color oro, Edward è algido e impenetrabile, talmente bello da sembrare irreale. Tra i due nasce un’amicizia dapprima molto cauta, poi più intima, che presto si trasforma in un’attrazione travolgente.

La mia recensione

Che cosa dire del romanzo di esordio della Meyer che non sia stato già detto e ridetto più volte? Certo, per essere un’opera prima, l’autrice è degna di lode.

Ed io sono davvero così prevedibile? Ho gusti tanto commerciali?

Che sia scontato, o ancora, ordinario, sono fresca di ririririlettura. Sì, per quanto se ne possa dire, ogni volta che rileggo Twilight è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Rassicurante, rinfrancante: mi da una sensazione di familiarità che raramente riesco a trovare tra le pagine dei romanzi. Lo trovo addirittura- passatemi il termine- curativo. Quando sono alla ricerca di un antidoto post libro mediocre, oppure quando Daniel, Cam, Dimitri, Quattro e compagnia bella mi lasciano un po’ malinconica, ecco che mi tuffo tra le pagine di Twilight, certa che ne uscirò rincuorata.

Sono 412 pagine. Volendo, si potrebbe leggerlo in un giorno, tanto è scorrevole la scrittura di Stephenie. Nella prima parte- suvvia, sarò buona!- nel primo quarto di romanzo, la narrazione un po’ ristagna. Abbiamo Bella che si trasferisce a Forks, che quindi deve fare i conti con l’ambientamento presso una cittadina piovosa, così lontana dal suo modo di essere, presso una nuova casa dove vive un genitore che lei conosce solo superficialmente, e presso una nuova scuola dove per tutti non è altro che carne fresca. Non è che io sia particolarmente innamorata del suo personaggio, non so, sarà che ho un’età considerevole per calarmi nelle parti di una ragazzina, sarà Bella che non brilla di luce propria… Sarà quello che volete. Tuttavia, la furba narrazione in prima persona rende un po’ più semplice l’immedesimazione. Edward un po’ la salva dalle grinfie della morte, un po’ la tratta con furia cieca, un po’ la ignora. Lo amo, che posso farci? Per quanto sia lunatico e per quanto io sia destinata ad amare irrimediabilmente Jacob, non si può dire che Edward non mi faccia battere il cuore.

La storia narra di un amore proibito, impossibile, eppure così necessario, quasi come l’aria: disinteressato, altruista, puro, invincibile. Nasce quasi dal nulla. Forse è amore a prima vista? Forse nasce dopo l’incidente mancato con il furgoncino di Tyler? Magari, nasce nella radura? A conti fatti, sono due giorni(radura-notte passata insieme-presentazione alla famiglia-partita a baseball fatale) di idillio, dopo di ché, scoppia il putiferio… Eppure, questo romanzo scatena in me un’attrazione fatale, proprio perché tra i protagonisti esiste un sentimento dirompente, insensato, eterno, irrazionale.

I personaggi secondari non sono ancora ben delineati, tranne forse quello di Carlisle, ma avremo altri tre libri per imparare a conoscerli meglio e amarli. Il livello di sensualità è pressoché nullo, ma lasciatevi dire che spesso The Twiligt Saga risulta molto più sensuale di tanti erotici sboccati cui qualcuna si sta abituando (senza andare troppo lontano, una fan fiction, ispirata proprio a Twilight). De gustibus non disputandum est. La sensualità, in questo caso- un plauso alla Meyer- sta proprio nel fatto di non poter lasciarsi andare a un’intimità più profonda. Sarò contorta, ma per me funziona, così come funziona il triangolo amoroso, platonico, e infine perfettamente giustificato, che si svilupperà negli altri capitoli della Saga.

Torno alla domanda di partenza. Che dirvi? Volevo recensire Twilight- senza riuscire ad arricchire le vostre conoscenze in merito, sicuramente- perché il primo amore non si scorda mai. Voto 4/5

E voi? Che ne pensate? Avete visto il film? Se sì, preferite la pellicola o il romanzo?

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Recensione de Il cavaliere d’inverno, di Paullina Simons

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Sinossi

Leningrado, 1941. Il conflitto che sconvolge l’Europa sembra lontanissimo da questa maestosa città ormai in decadenza, dove gli splendidi palazzi e i grandiosi boulevard testimoniano di un passato glorioso, quando lo zar Pietro I il Grande l’aveva voluta chiamare San Pietroburgo. Ma le sorelle Tatiana e Dasha Metanova dividono un’unica stanza con i genitori, i nonni e il fratello… questa è la dura realtà della Russia di Stalin.
Realtà che, tuttavia, sembrerà bella come un sogno non appena Hitler invade la nazione e comincia a stringere d’assedio la città.
In questo scenario – che la guerra rende precario e privo di certezze – si incontrano la giovane Tatiana e Alexander, un ufficiale dell’Armata Rossa ben diverso dalla maggior parte degli uomini russi: sicuro di sé al punto da sembrare sfrontato, e con uno strano accento che nasconde forse un passato misterioso. Mentre un implacabile inverno e l’esercito tedesco riducono giorno dopo giorno Leningrado in ginocchio, i Metanov sono costretti ad adottare misure sempre più disperate per sopravvivere. Tra un bombardamento e l’altro, con il cibo che scarseggia fino a diventare un ricordo cui aggrapparsi per placare i morsi della fame, Tatiana e Alexander sono inesorabilmente attratti l’una verso l’altro. Ma il loro è un amore impossibile, che porterebbe la disperazione nella famiglia di lei e rischierebbe di rivelare l’inconfessabile segreto di Alexander, un segreto che potrebbe distruggerlo…

La mia recensione

Se non l’avete ancora fatto, preparate i kleenex. Sì, perché leggendo questo best-seller, farete arricchire Lucart e compagnia bella. Parlo per esperienza personale: ho letto questo capolavoro tre volte (finora).

E’ una splendida mattina di giugno e Tatiana dorme, non sa che da quel giorno la sua vita sarà stravolta. La sorella maggiore, Dasha, tenta di attirare l’attenzione della diciassettenne Tania, per confidarle della sua ultima infatuazione. Ma le confidenze vengono stroncate dalla voce di Stalin che, senza alcuna particolare intonazione, annuncia che Hitler ha invaso la Russia, contravvenendo al patto di non-invasione.

Il fuoco dell’adolescenza arde dentro la nostra Tania, perciò di fronte alla prospettiva di una guerra non si dispera, ma anzi reagisce con entusiasmo incontenibile. Per come la vede lei, quel conflitto porterà alla sua esistenza ordinaria( è la Russia comunista, compagni!) una ventata d’aria fresca e di cambiamento. “Niente di più errato”, direte voi. Invece, in un modo che capirete solo leggendo, quella mattina segnerà la svolta e forse l’ingresso di Tatiana nel mondo degli adulti.

Incaricata dal padre, Tatiana lascia l’appartamento comune per reperire le provviste che serviranno alla famiglia durante l’assedio. Indossa uno splendido vestito, l’unico che possiede, e ozia, gelato alla mano, in una Leningrado assolata. Tania è seduta su una panchina, aspettando un autobus, quando viene folgorata dagli occhi di un soldato dall’altra parte della strada, che la guardano esattamente come un uomo dovrebbe guardare una donna. Forse, lo sguardo del soldato dell’Armata Rossa non si addice alla mattina dell’invasione tedesca, oppure alla tenera età di Tatiana, eppure, Alexander attraversa la strada per lei.

Poteva mancare una doverosa dose di amore proibito? No. Tania e Alexander si ameranno a dispetto delle bombe, delle razioni, di Dimitri, di Dasha e dell’inverno russo. Nonostante l’indissolubilità del loro legame e il pericolo che condividono e che li unisce ulteriormente, i due innamorati non potranno palesare i loro sentimenti.

Chiaramente il rischio spoiler mi obbliga a fermarmi qui, ma niente mi vieta di parlare dei personaggi. La famiglia di Tatiana, e quindi Dasha, molto spesso sembra un ingombro e così anche i vicini e la stessa società comunista, dove non esiste privacy. Sono sempre tutti in mezzo, ognuno dice la sua, sbagliando, anche. I personaggi secondari non sono molto approfonditi dall’autrice, rimangono delle pennellate fluide. Sono tutti talmente presi dalla lotta alla sopravvivenza che nel frattempo dimenticano di vivere. A tratti li ho odiati. Il discorso non vale per  Alexander e Tatiana, i due protagonisti. Il primo è ormai un uomo fatto, bello, quasi sfrontato, un bugiardo patentato, irresistibile. Inutile dirvi che mi ha rapito il cuore e che, sì, io e Tania gli perdoneremo sempre tutto. Il suo segreto è inconfessabile e potrebbe condurlo dritto alla morte. Tatiana è dolce, fin troppo crocerossina, sembra un agnellino indifeso ma poi sfodera la grinta di un leone, quando si tratta del suo Shura. Le sono molto affezionata, nonostante io raramente faccia amicizia con le protagoniste femminili. Certo, entrambi hanno fatto scelte che io non ho condiviso, ma il romanzo “doveva andare così”. E, leggendo gli altri due, che appartengono alla stessa trilogia, ho compreso che era proprio così che doveva andare e non immagino altre conclusioni.

Lo stile narrativo di Paullina Simons è indescrivibile. Sebbene la tematica della seconda guerra mondiale sia molto presente e particolarmente accurata, l’autrice non trascura la parte emotiva, e il mix- ve lo garantisco- è esplosivo. Solo a pensarci, patisco il freddo dell’assedio di Leningrado e mi sembra di vedere le scatolette di prosciutto diminuire sempre più. E’ talmente coinvolgente da non voler smettere mai. La seconda volta, l’ho letto in due giorni, e stiamo parlando di quasi settecento pagine.

Il livello di sensualità è medio-alto. Non aspettiamoci un romanzo erotico, ma nemmeno un racconto per educande. Tutto, però, è perfettamente calato nella storia, e in linea con i personaggi e la trama, a mio parere.

Termino la recensione con un paio di considerazioni del tutto personali. Non credo di avere mai pianto tanto per un romanzo, e pensare che ero reticente, all’inizio. Non appartiene al genere che solitamente leggo, è lunghissimo, e mi chiedevo con una punta di acidità che cosa ci trovassero tutte. Poi ho capito. Il cavaliere ti scava dentro, e ti lascia qualcosa. Non è un romanzo che dimentichi subito dopo l’ultima pagina. E il finale… Più aperto non si poteva. Ti spinge subito alla lettura del secondo romanzo. Vi lascio con una citazione.

“Addio, mia canzone sotto la luna e mio respiro, mie notti bianche e giorni d’oro, mia acqua fresca e mio fuoco. Addio.
Che tu possa trovare conforto e una vita migliore e, quando l’alba occidentale illuminerà ancora una volta il tuo viso adorato, sii certa che quello che ho sentito per te non è stato invano.”
Addio… e abbi fede, mia dolce Tatiana.

Voto 5/5

 

 

Il giardino d’inchiostro. Perché?

giardino d'inchiostro

Me lo sto chiedendo anche io.

Scherzo! La verità è che, quando cercavo un nome per la mia protagonista femminile dei miei romanzi, volevo rappresentasse l’emblema della purezza e del candore. Angelica, italiano, ragionevolmente altisonante e musicale. Perfetto. Il cognome della poveretta? Il vuoto. Poi, qualche combinazione che mi convinceva poco. Ok, come chiamo la madre di Angelica? Adele. Ottimo. Giglio, il tanto agognato cognome.

Riepilogando, Angelica di cognome fa Giglio, come la mamma. Scrivo la sua storia, tra alti e bassi, quando a un certo punto si presenta l’esigenza di dare un titolo a quel documento di word senza nome.

Faccio sfoggio della mia capacità di sintesi, dicendovi semplicemente che affibbio a entrambi i miei manoscritti finiti dei titoli floreali, e così faccio anche con il prequel e ho intenzione di fare con i romanzi della stessa “Saga” (uuuh, sembra una cosa talmente importante!).

Arriva il giorno in cui la mia amica Sandra intende collezionare sul suo tablet i miei cuccioli di manoscritti, e che cosa mi dice? “Mi mandi il giardino, per favore?”

Dapprima stento a capire, infine con qualche aiutino (grafici, disegnini e parafrasi) colgo il senso della sua domanda. Sandra è una burlona. Vero?

Quando penso di istituire il mio primo blog non è forse lei a suggerire, assai premurosamente, il nome? Ebbene sì. Nel mio giardino crescono gigli, orchidee, bucaneve e forse, in futuro, rose.

Tanticarisaluti

L’autrice

2013-11-09 16.19.20

Certo, non è semplice presentarsi pubblicamente, ma suppongo che dovrò farlo.

Sono una lettrice ossessivo-compulsiva. Quando un romanzo mi piace, non riesco a smettere di leggerlo. “Lasciarlo andare”? Non fa per me. Leggo e rileggo, due, tre, quattro volte, sottraendo tempo prezioso ai capolavori a me ancora sconosciuti. Che posso farci? Guarirò? Spero di no.

Adoro cucinare, e mangiare, da brava sicula. E poi, potrei attraversare a piedi un autostrada trafficata,pur di accarezzare un cane. Infatti, ne ho due, così non rischio la vita sulle autostrade. Infine, quanto mi appassionano le serie televisive? Tanto. Piccoli semplici piaceri.

Tra un’ossessione e l’altra, adoro scrivere. La tastiera, io e i miei personaggi, che fanno quello che vogliono loro. A volte mi sento una semplice spettatrice, difatti la mia prima lettrice (anche parecchio esigente) sono io.

Tanticarisaluti

 

Benvenuti/e

benvenuti

Benvenuti nel mio blog.

Che emozione, il mio primo blog. Cinque minuti fa ero una marziana (l’unica a non avere un blog!), adesso ci sono anche io. Sono una blogger (fatemi gongolare). Ok, basta. Quante volte mi è concesso ripetere “blog”? Suggerimenti? Sinonimi?

So che Il giardino d’inchiostro è ancora troppo piccolo per fare di me una blogger, ma da qualcosa dovrò pur cominciare, no?

Qui parlerò di libri, la mia grande passione. Cercherò di recensirne qualcuno e, nel frattempo, di scriverne di miei. Mentre mi gingillo con il cucciolo di blog tra le dita, sono concentrata (facilepuntoit, facilepuntoit) nella pratica del pensiero positivo. Già, il mio manoscritto sta facendo un giretto per i grandi dell’editoria italiana, bussando ora a questa, ora a quella porta. Gli apriranno? Spero di sì.

Tanticarisaluti.